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Introduzione al diritto agro-alimentare: il mio primo libro

“Introduzione al diritto agro-alimentare” intende proporre al lettore una visione di insieme e introduttiva del diritto agroalimentare. Trattasi di una materia particolarmente vasta e complessa che ho certato di raccontare dal mio punto di vista: quello professionale. All’interno, infatti, è possibile trovare svariati casi di studio, i trend del settore e riflessioni concrete derivanti dalla mia attività di blogger e podcaster e dal continuo contatto con la realtà agroalimentare italiana.

Il libro è edito da Ad Maiora

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Diritto Agroalimentare Daily News – il podcast giornaliero

Diritto Agroalimentare Daily News, il podcast che ogni giorno racconta le news dal settore agroalimentare in pochi minuti.

Ogni mattina è mia abitudine leggere le notizie di giornata. E’ un’operazione che richiede un’ora circa ma che è essenziale per tenersi aggiornati.

Per questo ho pensato di condividere una selezione di questi aggiornamenti in pochi minuti e in formato podcast.

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Comunicazione alimentare: perché è bene verificare che sia a norma

La comunicazione alimentare costituisce uno degli ambiti più “sensibili” del settore per due motivi:

  1. la vastissima produzione normativa impedisce all’imprenditore di agire serenamente. Basti pensare che il solo regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, è stato modificato dal REGOLAMENTO DELEGATO (UE) N. 1155/2013 DELLA COMMISSIONE del 21 agosto 2013, dal REGOLAMENTO DELEGATO (UE) N. 78/2014 DELLA COMMISSIONE del 22 novembre 2013, dal REGOLAMENTO (UE) 2015/2283 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 25 novembre 2015 e rettificato dalle seguenti pubblicazioni GU L 266, 30.9.2016, pag.  7 (1169/2011), GU L 156, 20.6.2017, pag.  38 (78/2014), GU L 167, 30.6.2017, pag.  59 (1169/2011).
  2. l’importanza che il settore riveste per la tutela della salute del consumatore. Lo stesso Regolamento menzionato evidenzia che “per ottenere un elevato livello di tutela della salute dei consumatori e assicurare il loro diritto all’informazione, è opportuno garantire che i consumatori siano adeguatamente informati sugli alimenti che consumano“.

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Comunicazione alimentare: sanzioni e principi

Per i motivi appena menzionati, quindi, non mancano rilevanti profili sanzionatori. La comunicazione alimentare, infatti, è sottoposta all’opera di vigilanza delle Autorità preposte. Nelle sanzioni sono cadute, tra le altre, la LIDL. I controlli, infatti, avvengono non solo sull’etichettatura del prodotto ma anche su quanto dichiarato dal produttore online.

Si ricorda, infatti, che, le informazioni sugli elementi non devono indurre in errore il consumatore, in particolare:

  1. sulle caratteristiche dell’alimento;
  2. suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche
  3. suggerendo, tramite l’aspetto, la descrizione o le illustrazioni, la presenza di un particolare alimento o di un ingrediente, mentre di fatto un componente naturalmente presente o un ingrediente normalmente utilizzato in tale alimento è stato sostituito con un diverso componente o un diverso ingrediente.

Le informazioni sugli alimenti, inoltre, devono sempre essere precise, chiare e facilmente comprensibili per il consumatore.

Per questi motivi il diritto agroalimentare è costellato da disposizioni che regolano, spesso anche nel dettaglio, le informazioni da fornire al consumatore.

Esempi

Esempi utili di informazioni definite nel dettaglio sono le c.d. indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari. Ecco qualche esempio:

  1. A RIDOTTO CONTENUTO CALORICO. L’indicazione che un alimento è a ridotto contenuto calorico e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il valore energetico è ridotto di almeno il 30 %, con specificazione delle caratteristiche che provocano una riduzione nel valore energetico totale dell’alimento.
  2. FONTE DI FIBRE. L’indicazione che un alimento è fonte di fibre e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il prodotto contiene almeno 3 g di fibre per 100 g o almeno 1,5 g di fibre per 100 kcal.
  3. LEGGERO/LIGHT. L’indicazione che un prodotto è «leggero» o «light» e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono soggette alle stesse condizioni fissate per il termine «ridotto»; l’indicazione è inoltre accompagnata da una specificazione delle caratteristiche che rendono il prodotto «leggero» o «light».

La verifica della compliance

Ciò che si comunica e come lo si comunica, dunque, è una responsabilità dell’OSA. Un banale errore di comunicazione può causare sanzioni e perdita di immagine. Per questo motivo, prima di commercializzare un prodotto con una nuova etichetta, scrivere un copy accattivante per il proprio sito o per i propri canali social è bene verificare sempre che tutto sia a norma.

Ascolta ora Diritto agroalimentare – il podcast

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Capitan Findus e pubblicità ingannevole

Capitan Findus è la mascotte delle aziende alimentari del Gruppo Iglo e viene chiamato, a seconda dei luoghi di commercializzazione dei prodotti, Capitan Frudensa, Capitan Birds Eye o Capitan Iglo.

Ascolta ora il podcast “Diritto Agroalimentare”?

Capitan findus: la controversia

Si tratta, però, di un personaggio che, recentemente, è stato al centro di una controversia legale che ha coinvolto, oltre al Gruppo Iglo, la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG.

L’oggetto della causa 17 HK O 5744/20, infatti, era la mascotte pubblicitaria della società Appel Feinkost GmbH & Co. KG: un uomo anziano, con barba lunga e cappello di pilota, raffigurato sulla costa tedesca del Mare del Nord.

La 17a Camera di Commercio del Tribunale Distrettuale di Monaco I ha, quindi, dovuto decidere la controversia relativa a pubblicità ingannevole intentata da Iglo.

La decisione del Tribunale Distrettuale di Monaco I

Il consiglio ha evidenziato la regolarità della pubblicità della convenuta. La convenuta, infatti, pubblicizza prodotti ittici e, quindi, raffigurarli in un contesto con costa e mare è sensato. Peraltro l’uso del mare, il collegamento con il mare, la presenza della costa, del cielo e di determinate condizioni atmosferiche non può certamente essere posto alla base del concetto di “imitazione”. A ciò si aggiunga che la pubblicità della convenuta raffigura un noto faro situato nel distretto di Cuxhaven, luogo in cui la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG ha sede.

Il Tribunale ha, inoltre, voluto evidenziare le differenze stilistiche del protagonista delle pubblicità. La figura pubblicitaria del convenuto, infatti, non indossa un abito blu, non è sempre percepito come un marinaio dal consumatore, non indossa un dolcevita o una maglietta bianca ma un gilet scozzese con cravatta e sciarpa di seta.

Nessun rischio di confusione con Capitan Findus

Insomma, non sussiste il rischio di confusione per il consumatore che percepisce il protagonista della pubblicità della Appel come un distinto signore benestante in un elegante abito a tre pezzi con una sciarpa di seta e non come un capitano.

Alla luce di tutto quanto detto, conclude quindi il Tribunale, alla convenuta non può essere vietato di utilizzare per le proprie pubblicità uomini di bell’aspetto, anziani, in un contesto marittimo.

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Greenwashing: il 42% delle dichiarazioni green online è ingannevole

Greenwashing è un termine utilizzato per indicare il c.d. ecologismo o ambientalismo di facciata. Per chi si occupa di sostenibilità, quindi, il greenwashing si sostanzia in una strategia di comunicazione incentrata su una ingannevole valutazione dell’impatto ambientale del prodotto commercializzato.

Greenwashing: l’analisi della Commissione Europea

La Commissione Europea, quindi, unitamente alle autorità nazionali dei consumatori, ha pubblicato i risultati di un’analisi dei siti web volta a rintracciare pratiche di greenwashing. Si tratta di un’indagine a tappeto condotta sulle affermazioni ecologiche online di aziende operanti in settori diversi come, ad esempio, elettrodomestici, abbigliamento e cosmetici. Scopo della ricerca è raccogliere dati per la nuova proposta legislativa volta a dotare i consumatori dei mezzi per la transizione verde, proposta annunciata nella nuova agenda per i consumatori.

Leggi anche: Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

Il 42% delle dichiarazioni è ingannevole

I risultati delle hanno evidenziato che il 42% delle dichiarazioni “green” fossero esagerate, false o ingannevoli e potenzialmente in grado di configurare pratiche commerciali sleali.

La Commissione quindi, ha rilevato che:

  • In oltre metà dei casi non venivano fornite al consumatore informazioni sufficienti per valutare la veridicità dell’affermazione;
  • nel 37 % dei casi, l’affermazione conteneva formulazioni vaghe e generiche, come “cosciente”, “rispettoso dell’ambiente”, “sostenibile”, miranti a suscitare nei consumatori l’impressione, priva di fondamento, di un prodotto senza impatto negativo sull’ambiente;
  • nel 59 % dei casi, il commerciante non aveva fornito elementi facilmente accessibili a sostegno delle sue affermazioni.

Ora, sulla base di tali ricerche, le autorità nazionali interagiranno con le imprese coinvolte al fine di segnalare i problemi e risolverli.

La ricerca ICPEN

L’indagine è stata coordinata anche con l’International Consumer Protection and Enforcement Network (ICPEN), che ha analizzato 500 siti web. L’ICPEN ha pubblicato i propri risultati che mostrano una tendenza analoga, con il 40% di dichiarazioni ingannevoli.

In particolare, l’ICPEN ha evidenziato:

  • claims vaghi e linguaggio poco chiaro come, ad esempio, l’utilizzo di “eco” o “sostenibile” riferito a “prodotti naturali” senza un’adeguata spiegazione;
  • marchi o loghi con richiami a “eco” non associati ad un’organizzazione accreditata;
  • omissione di informazioni al fine di far apparire il prodotto come eco-friendly.
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I 10 post più letti del 2020

Prima di cominciare con la classifica mi pare opportuno porgere a tutti i lettori i più sentiti auguri di buon Natale e, soprattutto, sereno 2021.

I migliori post del 2020.
1) “Food security e food safety: cosa cambia?”

Chiarire la differenza tra food security e food safety è essenziale. Senza, infatti, non è possibile parlare correttamente di diritto alimentare. E’ una di quelle nozioni che i libri riportano alle prime pagine. Meglio conoscerla prima di parlare d’altro.

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2) La differenza tra e-commerce e marketplace c’è, non ignorarla

Per analizzare la differenza tra e-commerce e marketplace nel settore alimentare non può non farsi una premessa.

dati mostrano che il commercio online è in forte crescita in tutto il mondo e nei prossimi anni questo trend non può che crescere. Basti dire che, secondo una ricerca Nasdaqentro il 2040 il 95% degli acquisti sarà facilitato dal commercio online. Secondo un’altra ricerca di Hosting Facts, inoltre, la spesa media annuale su canali di commercio online ammonta a circa 488 milioni di dollari.

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3) Rintracciabilità e tracciabilità degli alimenti: controlli e esigenza dei consumatori

I principi della rintracciabilità e della tracciabilità degli alimenti rispondono allo scopo di tutelare il consumatore tramite un sistema in grado di garantire, ove necessario, ritiri immediati dei prodotti non sicuri risalendo nel minor tempo possibile alla causa del pericolo per la salute.

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4) Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

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5) Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

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6) Il principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento è stato introdotto all’interno dell’ordinamento europeo dalla sentenza Cassis de Dijon. In base a tale principio ogni prodotto legalmente fabbricato e posto in vendita in uno Stato membro dev’essere, in linea di massima, ammesso sul mercato di ogni altro stato membro se conforme alla normativa del paese d’esportazione.

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7) Diritto agroalimentare: cos’è e come è nato

Il diritto agro-alimentare è frutto di un lungo processo evolutivo. Per poterlo comprendere, dunque, è essenziale analizzarne le origini.

In particolare, a tal fine, è opportuno far riferimento a due distinte circostanze che hanno inciso nel processo evolutivo della materia. La prima di queste risponde alla peculiare necessità di tutelare la parte debole del rapporto negoziale nel settore agro-alimentare: il consumatore.

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8) Diritto Agroalimentare – il podcast

Un progetto sul quale abbiamo lavorato cercando di curare ogni dettaglio, dalla scrittura alla produzione. Un percorso creativo totalmente nuovo per me, un modo innovativo e diverso di parlare di diritto, un’enorme sfida proprio per questa ragione.

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9) Lievito madre: la ricetta nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

Il lievito madre è, senza dubbio, uno dei grandi protagonisti della tavola degli italiani e, al contempo, una delle più grandi incognite produttive, soprattutto per l’homemade. Le norme, però, possono soccorrerci anche in questi casi. In particolare, nel ricercare qualche indizio mi sono imbattuto nel disciplinare del Pane di Matera IGP.

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10) DOP e nomi generici: il caso Feta

Il rapporto tra DOP e nomi generici può facilmente essere analizzato alla luce della sentenza “Feta” […]

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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

Leggi anche “Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione”

  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Vertical farming: futuro o illusione?

Vertical farming è senza dubbio una locuzione sempre più usata nel settore alimentare. Occorre chiedersi, però, se le tecnologie alla base di tale idea costituiscano davvero il futuro della produzione agroalimentare mondiale o solo un’illusione, una rappresentazione errata del futuro.

Cos’è il vertical farming

Con “vertical farming” si intende individuare quella coltivazione senza suolo organizzata in ambienti chiusi, in verticale e sotto la gestione e il controllo di sistemi automatizzati. Le modalità di coltivazione di questo tipo vengono definite, a seconda delle caratteristiche, idroponica, acquaponica o aeroponica.

Vertical farming – perché?

Le ragioni che stanno alla base dell’idea di vertical farming sono diverse. Prima di tutte, però, emerge con tutta evidenza la necessità di soddisfare una richiesta di prodotti alimentari crescenti e insostenibile. Basti dire, sul punto, che l’Overshoot Day del 2020 è caduto il 22 agosto. In questa data l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali possono rinnovare nel corso dell’intero anno.

Non solo risposta alla domanda di alimenti, però. La soluzione del vertical farming è una risposta anche alla sostenibilità ambientale ed economica del prodotto alimentare. Avere strutture simili nei centri città – o nei pressi di questi – diminuisce la necessità di trasporto e, quindi, inquina meno, potenzialmente fa calare i prezzi e offre preziose occasioni di lavoro nei centri abitati. Tutto ciò senza considerare lo stop all’erosione del suolo.

La coltivazione idroponica

La coltivazione idroponica, una delle possibili alternative per il vertical farming, si caratterizza per l’assenza di suolo e per la sua sostituzione con un substrato inerte irrigato con una soluzione altamente nutritiva per le piante. Le piante, quindi, in questo caso, sono immerse in acqua da cui traggono i nutrienti.

Acquaponica

La coltivazione acquaponica è una modalità che prevede, contemporaneamente, un sistema di agricoltura idroponica e uno di allevamento. In sostanza, la coltivazione idroponica avviene sfruttando anche l’acqua di acquacultura, ricca di sostanze di scarto dei pesci. Tale acqua nutre le piante che ne assorbono i nutrienti e la filtrano e, infine, rientra nelle vasche di acquacultura per ricominciare il ciclo.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Aeroponica

La coltivazione aeroponica avviene in serra. Le piante sono sospese in aria e i nutrienti vengono nebulizzati direttamente sulle radici tramite una soluzione di acqua arricchita da fertilizzanti e nutrienti. Le piante, in ambiente chiuso e controllato, non vengono mai esposte ad agenti inquinanti e infestanti azzerando, così, l’uso di fitofarmaci.

Vertical farming: futuro o illusione?

Ora, verrebbe certamente da chiedersi se questi sistemi, oltre ad essere molto efficaci sulla carta, siano in grado di conquistare il futuro dell’agricoltura sostenibile. La risposta, che potrebbe sembrare scontata, in realtà non lo è.

Moltre, infatti, sono le voci che vorrebbero imporre un freno o, almeno, un controllo ai metodi menzionati. Si tratta di pareri esposti a tutela dell’agricoltura tradizionale e di tutti gli operatori del settore.

Tali voci, inoltre, hanno trovato esplicito accoglimento in alcune norme. Il regolamento (CE) n. 834/2007 disciplinante l’agricoltura biologica, ad esempio, al suo interno specifica che:

Poiché la produzione biologica vegetale si basa sul principio secondo cui i vegetali devono essere nutriti soprattutto attraverso l’ecosistema del suolo, i vegetali dovrebbero essere prodotti sul, e nel, suolo vivo, in associazione con il sottosuolo e il substrato roccioso. Di conseguenza, non dovrebbero essere ammesse né la produzione idroponica, né la coltivazione di vegetali in contenitori, sacche o aiuole in cui le radici non sono in contatto con il suolo vivo.

Anche il nuovo regolamento (UE) n. 2018/848 evidenzia che:

È vietata la produzione idroponica, vale a dire un metodo di coltivazione dei vegetali che non crescono naturalmente in acqua consistente nel porre le radici in una soluzione di soli elementi nutritivi o in un mezzo inerte a cui è aggiunta una soluzione di elementi nutritivi.

Le norme sono chiare, per certi versi comprensibili e dispongono il divieto di ottenimento della certificazione BIO per l’agricoltura idroponica e le altre coltivazioni fuori suolo. Per capire se questi metodi di coltivazione saranno definitivamente posti al centro dei piani di sviluppo del settore, dunque, occorrerà attendere.

Di sicuro i metodi evidenziati rappresentano un’ottima opportunità per gli imprenditori, sia in termini di resa che di stagionalità.

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Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

L’Agricoltura Rigenerativa sta diventando un modello sempre più diffuso e apprezzato dai consumatori. A differenza di altre tecniche, però, ha radici molto lontane nel tempo. Si tratta, in sostanza, di una evoluzione – e estremizzazione – dell’agricoltura biologica. Lo scopo, infatti, è quello di non sfruttare i terreni. Si punta, al contrario, a recuperarne la fertilità unendo tecniche antiche e tecnologie moderne, agendo su minerali, parte organica e microbiologia e riattivando i cicli naturali.

I quattro principi base: 1. rigenerare il suolo

In base a questo primo principio l’agricoltura rigenerativa mira a implementare pratiche in grado di aumentare la fertilità del suolo. Tale scopo è perseguito tramite tramite l’aumento di carbonio organico, elementi minerali e diversità microbiologica. A questo si aggiunge la limitazione dell’erosione del terreno e la valorizzazione delle specificità e le culture locali.

2. Rigenerare gli ecosistemi e la biodiversità con l’agricoltura rigenerativa

Il secondo principio dell’agricoltura rigenerativa richiede di diminuire le contaminazioni ambientali dovute dall’uso di sostanze chimiche di sintesi. Si richiede altresì una gestione efficiente di acque e risorse agro-silvo-pastorali.

3. Rigenerare le relazioni tra gli esseri viventi

In base al terzo principio occorre garantire alle piante trattamenti in grado di sostenerne salute nel tempo e equilibrio fisiologico. E’ altresì necessario rispettare la dignità delle persone e degli animali e favorire rapporti di lavoro e scambio basati sulla tutela dei diritti e sulla trasparenza.

Leggi anche: Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

4. Rigenerare i saperi

Il quarto e ultimo principio prevede la promozione della conoscenza quale bene collettivo da da acquisire e trasmettere in una dimensione di apertura e interazione con gli altri.

Agricoltura rigenerativa: conclusioni

L’agricoltura rigenerativa, come visto, mira a agire attivamente sul suolo, sulla salute delle persone, sulla sostenibilità ambientale, economia e sociale della produzione. Si evidenzia, però che, al momento, questa non riceve specifica definizione normativa e, quindi, il suggerimento rimane quello di porre estrema attenzione a ciò che si riporta in etichetta.

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