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Comunicazione prodotti alimentari, definizioni, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, norme europee, prodotti italiani, Top Picks

Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Etichetta a semaforo: odi et amo

L’etichetta a semaforo e i sistemi di etichettatura similari, come quello definito “Nutri Score”, hanno sempre trovato una forte resistenza da parte del nostro Paese.

Cosa significa “etichetta a semaforo”?

Uno dei paesi che ha adottato il sistema in parola è la Gran Bretagna. In tal caso il colore del semaforo riportato in etichetta viene individuato sulla base del contenuto in grassi, grassi saturi, sale e zuccheri per 100 g di prodotto. Ciò comporta che, logicamente, un alimento particolarmente pericoloso per la salute viene indicato con il colore rosso.  Sullo stesso criterio di valutazione si basa il sistema Nutri-Score francese, adottato oltralpe nel 2017 dopo una sperimentazione di alcuni mesi.

nutriscore
nutri-score

Il sistema in parola è stato largamente criticato

Si badi, infatti, che 100 g di certo non possono essere ritenuti una quantità comunemente consumata di determinati prodotti come, ad esempio, l’olio extravergine di oliva. Peraltro l’etichetta a semaforo prende in considerazione solo grassi, grassi saturi, sale e zuccheri, senza, invece, valutare la presenza di proteine, carboidrati totali, fibre.

L’altra faccia della medaglia, però, è quella di una comunicazione più chiara ai consumatori.

Non può, infatti, negarsi che alcuni prodotti tipici del nostro Paese, dal punto di vista nutrizionale, non siano propriamente salutari e vadano consumati con moderazione. Di tanto parrebbe opportuno informare adeguatamente il consumatore, magari con un sistema chiaro anche a primo impatto.

La discussione sull’etichetta a semaforo presso il Comitato sulle etichette alimentari del Codex

Si è discusso di etichetta a semaforo anche presso il competente comitato del Codex Alimentarius. In particolare, al centro del dibattito c’è stata la valutazione del dossier “Principi guida e manuale quadro per l’etichettatura fronte-pacco per la promozione di diete sane” dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La posizione del nostro Paese sulla questione è stata molto chiara e si è basata, dal punto di vista strategico, sull’assenza di supporto scientifico all’utilità dell’etichetta a semaforo e, di conseguenza, sull’ingiustificato pregiudizio che deriverebbe ad alcuni prodotti italiani.

La posizione italiana è stata aspramente criticata anche da alcuni ricercatori che, in un articolo, hanno evidenziato sia l’esistenza di una significativa mole di dati scientifici alla base dei profili nutrizionali elaborati che la necessità di ridefinire il concetto di qualità non come qualità degli ingredienti o tradizione produttiva ma come qualità prettamente nutrizionali.

I negoziati e la decisione

Dopo due giorni di intensi negoziati la linea italiana ha avuto la meglio e il documento non è passato. Decisivo è stato l’appoggio degli USA, concordi nel ritenere assenti le solide basi scientifiche dell’etichetta a semaforo.

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Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Brexit e alimenti: quali conseguenze?

Mentre per il Regno Unito l’ipotesi di una brexit senza accordo pare più che una lontana probabilità, le ipotesi di eventuali aumenti dei prezzi di generi alimentari e di dazi doganali tornano a destare preoccupazione.

In tal caso, infatti, gli scambi tra le due aree sarebbero regolate dalle norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con evidenti ripercussioni negative

La lettera della GDO

A pararne, allora, sono anche le catene della grande distribuzione britanniche come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer. Queste, infatti, hanno inviato un ultimo monito ai parlamentari avvisandoli che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcuni prodotti e, di conseguenza, la loro prolungata assenza sugli scaffali dei supermercati.

Nel dettaglio, nella lettera si specifica che le interruzioni delle esportazioni e delle importazioni, porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari. Basti pensare che quasi la totalità di prodotti come insalata, pomodori e frutti rossi commercializzati dalle società menzionate provengono da paesi UE.

Brexit e alimenti: le barriere non tariffarie

Tutto sarebbe causato, alloral, dall’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA. Tali imposizioni implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per quelle continentali.

Di conseguenza, le esportazioni dalla UE al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero del 47%, con un -47,4% per l’Italia.

Ma questo non è l’unico problema per il nostro Paese.

Brexit: le indicazioni geografiche

Di vitale importanza sarà anche provvedere alla ricerca di nuove forme di tutela delle indicazioni geografiche nell’agro-alimentare. L’Italia, infatti, è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tali indicazioni, peraltro, assumono particolare rilevanza anche nell’export. Basti pensare che la #dopeconomy vale 15,2 miliardi, in crescita del 2,6% nel 2017.

L’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

brexit e etichettatura
brexit e etichettatura degli alimenti

L’etichettatura degli alimenti potrebbe subire, dopo la brexit del 29 marzo, un importante cambiamento. Esportare i propri prodotti in UK, infatti, richiederà l’applicazione di rilevanti correttivi nel caso in cui, entro la data menzionata, la brexit dovesse avvenire in assenza di un accordo con l’UE.

Ecco alcuni dei cambiamenti relativi all’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

Paese di origine

I prodotti destinati al mercato UK non possono essere più propriamente etichettati con la dicitura “UE” o “NON UE”. Devono, infatti, essere riportate ulteriori informazioni online o sull’etichetta presente nei negozi al fine di rendere più chiara ai consumatori l’origine precisa dell’alimento. I prodotti UK destinati, invece, al mercato europeo, invece, non possono essere più etichettati come “UE”.

Biologico

Il logo BIO europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK. Coloro che, prima della brexit, hanno ottenuto il logo “approved UK organic control body”, potranno continuare ad utilizzarlo.

La situazione, com’è ovvio, è in divenire. Non resta che attendere la conclusione del periodo di transizione per avere certezza degli adempimenti derivanti dalla brexit.

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Pastori sardi: ecco perché protestano

La protesta dei pastori sardi affonda le proprie radici in motivazioni ben chiare.

Pastori sardi: perché protestano?

Questi, infatti, richiedono un prezzo equo del latte ovicaprino che, al momento, viene pagata meno di 60 centesimi dai consorzi di lavorazione industriale.

La protesta avanza da molto tempo

Si tratta di una protesta cominciata già da molti anni. I pastori sardi, infatti, da molto tempo lamentano condizioni di lavoro insostenibili dal punto di vista economico legate, appunto, al prezzo del proprio prodotto, reputato insufficiente anche per coprire le spese vive di produzione. Il risultato potrebbe essere la chiusura delle 12.000 aziende isolane operanti nel settore.

Gli allevamenti sardi ospitano il 40% delle pecore allevate in Italia, per una produzione di latte di circa 3 milioni di quintali, destinati principalmente alla trasformazione in Pecorino romano (DOP).

La commercializzazione del Pecorino romano

Pecorino romano DOP

Il problema sta proprio in questo. La produzione di latte dipende interamente dalla trasformazione dello stesso in Pecorino romano. Le vendite di questo prodotto, però, sono drasticamente calate negli ultimi anni portando lo stesso da un prezzo di vendita di € 7,5 al chilo a € 5,4. I pastori, dunque, hanno subito un dimezzamento dei propri introiti. Per fare un chilo di pecorino servono sei litri di latte di pecora, che in passato è stato retribuito anche 1,20 €/l. Prezzo della materia prima, però, lo scorso anno è sceso a 85 centesimi e ora è arrivato a 60 cent.

Le quote di produzione

La soluzione individuata per salvaguardare i produttori pare non funzionare. E’ stato, infatti, deciso di stabilire annualmente delle quote di produzione al fine di salvaguardare tutta la filiera. Le sanzioni, però, sono basse e, stando a quanto denunciato dai pastori, le violazioni sono continue.

Le richieste dei pastori sardi

I pastori, dunque, chiedono l’innalzamento del prezzo di un litro di latte ad almeno un euro più I.V.A., ancorando il costo al prezzo del pecorino, con una “soglia minima di tutela”, al momento individuata in 70 centesimi al litro e con rivalutazione annuale in base all’andamento del mercato.

Intanto in Sardegna, il prossimo 24 febbraio, si terranno le elezioni regionali. La minaccia dei pastori è quella di bloccare anche le votazioni. La Regione, infatti, viene additata quale maggiore responsabile della situazione attuale delle aziende del settore.

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Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131: pane fresco e conservato

Il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 ha regolato e disciplinato le attività dei panifici, con particolare attenzione al pane fresco e conservato. Tra gli elementi degni di nota si segnalano il divieto di aggiungere conservanti al pane fresco e il limite di tre giorni al suo ciclo di lavorazione.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e i panifici

Il decreto fornisce una definizione di «panificio», «pane fresco» e «pane conservato», disciplinandone denominazioni e diciture.

Con il termine “panificio” << si intende – ai sensi dell’articolo 1 – l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale>>.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane fresco

Può essere denominato “pane fresco”, ai sensi dell’articolo 2, solo il pane lavorato << secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante>> (articolo 2). A ciò, il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131, aggiunge il divieto di far decorrere più di 72 ore dall’avvio della lavorazione alla messa in vendita del pane fresco.

chef che prepara pane: decreto ministeriale 1.10.18 n. 131

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane conservato

Al pane conservato o a durabilità prolungata si applicano gli obblighi relativi alle informazioni da fornire al consumatore già regolare dal Regolamento (UE) n. 1169/2011 e inerenti allo stato fisico del prodotto (es. congelato, decongelato).

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Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

A Natale prosecco, panettone e pandoro sono must non solo per noi italiani ma anche per chi, all’estero, intende consumare un pasto delle festività di qualità.

I consumi

Nel nostro Paese, in particolare, i consumi legati alle festività cresceranno del +2,5% rispetto al 2017 (previsioni Codacons), a quota 10,2 miliardi di euro. Tra le spese in crescita troviamo proprio la spesa alimentare e in particolare per prodotti tipici e da ricorrenza. L’Unione Nazionale Consumatori stima che la crescita per la spesa alimentare toccherà il 19,8% e riguarderà sia l’aumento di spesa che si registra per i pranzi e cene delle feste, sia i regali a base di cibo.

Tale trend si riflette anche sui regali. Stando alla ricerca Coldiretti/IXE, il 24% degli italiani ha scelto di regalare per le festività di fine anno vini, spumanti o prodotti alimentari tipici.

Tra gli alimenti più consumati spiccano, sicuramente, prosecco, panettone e pandoro.

Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

Il prosecco

Il prosecco italiano certamente non può mancare sulle nostre tavole. A guidare la scelta, oltre allo spirito patriottico non può che figurare l’indiscutibile qualità di tale prodotto.

Ecco, allora, alcuni consigli per riconoscere un prosecco italiano.

  1. Leggere il retro dell’etichetta. Dev’essere riportato sia il produttore che il distributore (nel caso in cui divergano). È semplice, da lì, cercare informazioni (anche online);
  2. sul retro dell’etichetta (in alcuni casi anche sul fronte) è possibile trovare l’indicazione “Product of Italy” o “Prodotto in Italia”;
  3. sul collarino troviamo il contrassegno di stato e, in alcuni casi, il Data Matrix (un codice scannerizzabile tramite smartphone).

Prosecco, c’è il falso “made in Italy”

Usare queste precauzioni è molto importante. Basti considerare che, negli scorsi giorni, l’Ispettorato centrale repressione frodi (Icqrf) del Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, ha bloccato la commercializzazione di migliaia di bottiglie di vino bulgaro etichettato come “Prosecco-Franciacorta”.

Nessuna novità se si considera che, in totale, durante la campagna di controlli per la vendemmia 2018, sono state effettuate 871 ispezioni che hanno consentito di individuare 178 irregolarità e di denunciare 14 titoalri di aziende sanzionandone ulteriori 162.

I Carabinieri dei NAS, inoltre, nel medesimo contesto operativo, hanno rintracciato circa 5 milioni di litri di vino irregolare e denunciato 14 titolari di aziende bloccando in totale 4.500 bottiglie di vino confezionate.

Tra le irregolarità più frequenti figurano la detenzione di vino privo di tracciabilità e la mancanza delle registrazioni inerenti le movimentazioni dei prodotti vitivinicoli.

Il prosecco, però, non è l’unico alimento immancabile sulle nostre tavole. Non c’è natale senza panettone e pandoro che, peraltro, stanno diventando sempre meno stagionali.

Il panettone

L’impasto del panettone deve contenere, per legge, i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria ”A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 16%; uvetta e scorze di agrumi canditi, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; sale.

Il produttore può aggiungere anche i seguenti ingredienti: latte e derivati; miele; malto; burro di cacao; zuccheri; lievito fino al limite dell’1%; aromi naturali e naturali identici; emulsionanti; acido sorbico; sorbato di potassio.

Leggi anche “Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme”

Il pandoro

L’impasto del pandoro deve contenere i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria “A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; aromi di vaniglia o vanillina; sale.

Anche in questi casi in etichetta è possibile rinvenire indicazioni circa l’origine e lo stabilimento di produzione.

Hai domande su questo post? Scrivimi: ep@studiolegalepalumbieri.it

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La pasta senza glutine è “pasta”?

La pasta senza glutine ormai è un alimento di uso comune, si trova in tutti i supermercati e viene quotidianamente consumata.

Ma può essere chiamata “pasta”?

L’utilizzo ditale denominazione è disciplinato dal DPR 187/2001 che, all’art. 6, regola la denominazione legale di «pasta di semola di grano duro» e «pasta di semolato di grano duro» e «pasta di semola integrale di grano duro». Nulla, però, viene detto circa la “pasta” realizzate a partire da materie prime diverse dal grano duro.

Esempi di pasta senza glutine

Si tratta, ad esempio, di:

-legumi (lenticchie, ceci, piselli, fave).

-grano saraceno e farro o grano Kamut,

-mais, riso,

–canapa.

L’intervento del ICQRF

Di recente il problema era stato sollevato dall’ICQRF di Udine (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) il quale aveva contestato a Coop Italia l’impiego della denominazione dell’alimento ‘pasta’ su una confezione di ‘penne rigate mais e riso’.

Grano, pasta senza glutine

La nota del MISE

Con nota del 13.11.18, il MISE ha chiarito che il DPR 187/2001 non esclude in alcun modo la possibilità di utilizzare il termine “pasta” per prodotti diversi da quelli realizzati a partire da grano duro purché tali differenze siano portate a conoscenza del consumatore.

Peraltro, il Ministero della salute, con l’articolo 2 del DM 10 agosto 2018, aveva aggiornato le categorie erogabili di alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci, prevedendo, al 1 comma, lettera b) gli alimenti “pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta”. Il Ministero, in sostanza, ha così legittimato l’utilizzo della locuzione “pasta” per indicare sostituti di quella di semola di grano duro.

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Tutela IGP: il caso “Lardo di Colonnata”

Il caso “Lardo di Colonnata” è particolarmente utile nel porre in evidenza la tutela IGP e DOP e la differenza tra queste. La DOP, infatti, tutela un alimento prodotto in una determinata località dalla quale derivano notorietà, qualità e altre caratteristiche. Tali caratteristiche, inoltre, sono strettamente correlate alla località stessa.

Leggi anche “pubblicità ingannevole: il caso Patasnella”

La tutela IGP

Ad assumere rilevanza, allora, sono le proprietà che il luogo “trasferisce” al prodotto. La tutela IGP, invece, richiede un legame meno stringente: è sufficiente che la posizione geografica menzionata nell’indicazione caratterizzi il prodotto per una sola qualità come la sola reputazione.

Leggi: la differenza tra DOP e IGP.

Il caso “Lardo di Colonnata”

Particolarmente utile, sul punto, è la decisione con cui il Consiglio di Stato si è espresso circa la possibilità di estendere la tutela IGP “Lardo di Colonnata”. Nel caso di specie, il Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle alpi apuane presentava al mistero un atto integrativo della richiesta di registrazione della IGP con il quale evidenziava che il territorio interessato alla produzione del Lardo di Colonnata non era limitato al Comune di Colonnata ma doveva intendersi esteso al più vasto comprensorio di Carrara, Massa, e di Montagnoso. Il Consiglio di stato ha, quindi, precisato che:

Ostano alla domanda di riconoscimento dell’indicazione geografica protetta sia le lacune della domanda stessa con riferimento alla zona specifica di produzione, agli elementi che comprovano il legame con l’ambiente e l’origine del prodotto, alla carenza della relazione storica e cartografica e al collegamento fra prodotto ed area di produzione, sia la mancata dimostrazione del legame storico del prodotto con il luogo di produzione (e, quindi, con la specifica abilità dei produttori).

Leggi: il rapporto conflittuale tra DOP, IGP e marchi

In sostanza, con la sentenza in commento è stato posto in evidenza proprio la valenza dell’unico elemento rilevante per la registrazione e la tutela di quella determinata IGP: il legame storico. Nel caso di specie, infatti, a nulla è valso il tentativo, da parte del consorzio, di porre in evidenza la qualità dell’alimento prodotto anche nelle città attigue. Il legame storico con il paesino di Colonnata, elemento rilevante per l’IGP “Lardo di colonnata”, non ha consentito di estendere la tutela al lardo prodotto altrove pur se, con tutta probabilità, di pari qualità.

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