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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

Leggi anche “Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione”

  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Origine del prodotto alimentare: le nuove regole in Francia

L’origine del prodotto alimentare è al centro dell’ultima riforma introdotta in Francia. Lo scopo della novella è quello di aumentare la trasparenza delle informazioni sui prodotti alimentari, anche in ossequio del regolamento 1169/2011 che prevede che esse siano, tra le altre cose, chiare e comprensibili.

Origine del prodotto alimentare: la riforma

La nuova norma ha esteso l’obbligo di indicare la provenienza delle carni bovine ai piatti consumati in ristoranti, da asporto o in mense contenenti carni caprine, suine, ovine e pollame. L’obbligo riguarda l’indicazione del paese di allevamento e di quello di macellazione.

Norme simili sono state introdotte anche con riferimento alle miscele di miele, cacao birra e vino. In particolare, va indicato:

  • il paese di raccolta per il miele,
  • il luogo di provenienza per i prodotti a base di cacao;
  • nome e indirizzo del produttore per la birra;
  • nome della DOP o IGP dei vini venduti in ristorante.

La discussione sull’origine del prodotto alimentare in Italia

La questione è in corso di discussione anche nel nostro Paese. Sono, infatti, in fase di emanazione, due decreti. Il primo proroga l’obbligo di indicazione dell’origine per la pasta, il riso e il pomodoro mentre il secondo concerne l’origine di latte e formaggi. È stato, invece, notificato alla UE il decreto riguardante l’origine delle carni suine trasformate.

Di recente, inoltre, una decisione della AGCM ha fatto luce sull’etichettatura di origine della pasta.

…e in Europa

In realtà di origine del prodotto alimentare si discute anche in sede europea. Sul punto è recentemente intervenuta anche la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020. Con la comunicazione in commento la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine. Ne ho scritto qui.

Le altre novità in Francia

Non solo origine del prodotto alimentare. La novella ha regolato anche l’aspetto relativo alla denominazione. È previsto, infatti, il divieto di usare denominazioni tipicamente associate ai prodotti di origine animale per i prodotti contenenti proteine vegetali oltre una certa soglia in fase di definizione. Di tali divieti si era già parlato. Basti pensare, ad esempio, alla maionese vegana o al panettone vegano.

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Food delivery: le regole anti-covid-19

L’aumento dell’utilizzo dei servizi di food delivery richiede una riflessione sulle misure di sicurezza anti-contagio adottate.

Durante questo periodo di “chiusura” totale o parziale, a seconda delle regioni, gli italiani hanno usufruito in maniera più elevata rispetto al passato dei servizi di ecommerce e food delivery. In questa situazione moltissime realtà hanno cominciato ad effettuare consegne a domicilio ma pare opportuno evidenziare che anche questo settore del comparto alimentare non è esente da specifiche norme, anche straordinarie.

La crescita del digital food delivery

Il food delivery in questo periodo non fa che confermare un trend in forte crescita già registrato in precedenza. Nel 2019, infatti, il comparto ha fatto segnare un fatturato di 566 milioni di euro con un incremento annuale del 56% . Oggi la domanda del servizio food delivery supera di quattro volte quella di cibo al ristorante.

Durante la fase di emergenza si è registrato un incremento di nuovi clienti. Di questi, secondo le interviste svolte dall’Osservatorio JustEat, il 34% ha dichiarato di non aver mai ordinato tramite digital food delivery. Tra le città maggiormente attive vi sono Milano, Roma, Torino, Napoli, Lecce e Palermo.

Leggi anche: Lievito madre: la ricetta nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

Le regole

In questo periodo anche la consegna a domicilio di alimenti è regolata da un unico imponente imperativo: garantire la sicurezza degli operatori e dei fruitori del servizio. Si tratta di regole che riguardano tanto la fase di preparazione quanto quella della consegna.

Il rapporto con i fornitori e la fase di preparazione

L’accesso ai locali deve essere limitato il più possibile. E’, infatti, consigliato di accogliere i fornitori in un’area designata, evitando ogni contatto superfluo, effettuando anche la consegna dei documenti di trasporto via mail.

Le regole concernenti la fase di produzione del cibo non differiscono particolarmente da quelle consuete. Separazione degli alimenti, cottura degli alimenti ad almeno 70° al cuore, pulizia continua degli utensili utilizzati.

La consegna

Le regole fondamentali per la consegna dei prodotti sono le seguenti:

  • separazione dei locali di produzione da quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini;
  • materiali di trasporto e confezionamento degli alimenti adeguati;
  • etichetta riportante tutte le informazioni sul prodotto;
  • rispetto delle distanze di sicurezza e utilizzo dei dispositivi di sicurezza;
  • il personale deve essere munito di zaini termici e di contenitori adatti al trasporto dei cibi.

Food delivery “fatto in casa”. Occhio alle informazioni

Peraltro è da evidenziarsi anche un fenomeno piuttosto nuovo: il servizio di food delivery “fatto in casa”. I ristoratori, infatti, in questo periodo di difficoltà, stanno utilizzando le piattaforme più disparate per poter comunicare il proprio servizio di consegna a domicilio. Gli ordini vengono raccolti tramite email, whatsapp, telegram, persino telefonicamente. In tutti questi casi c’è un’evidente mancanza di informazioni fornite al consumatore. Gli ordini effettuati con queste modalità, infatti, spesso sono carenti di comunicazione delle corrette informazioni sugli alimenti. E’ bene ricordate, invece, che tali informazioni (ad esempio quelle sugli allergeni) devono essere obbligatoriamente fornite al consumatore, qualunque sia il mezzo utilizzato.

Fonti:
Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano e di Netcomm
Osservatorio JustEat
Samrush

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Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

Infatti, l’articolo menzionato nel definire l’origine e la provenienza dell’alimento, stabilisce che quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario occorre indicare anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario o almeno indicarlo come diverso da quello dell’alimento. Già il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 del 28 maggio 2018 aveva chiarito e armonizzato le modalità di indicazione dell’origine degli ingredienti primari sull’etichettatura.

Con la comunicazione in commento, però, la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine.

In che modo dovrebbe essere identificato l’ingrediente primario?

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

In prima istanza vale la pena precisare che per individuare l’ingrediente primario si utilizzano due criteri:

  1. un criterio quantitativo, in base al quale l’ingrediente rappresenta più del 50 % dell’alimento,
  2. e b) un criterio qualitativo, secondo il quale l’ingrediente è associato abitualmente dai consumatori alla denominazione dell’alimento.

Peraltro, l’OSA nel fornire al consumatore informazioni riguardo all’ingrediente primario deve:

  • tener conto della composizione quantitativa dell’alimento, considerando la natura, le caratteristiche, la presentazione complessiva dell’etichetta, la percezione e le aspettative dei consumatori riguardo alle informazioni fornite sull’alimento in questione;
  • valutare se l’indicazione o l’assenza dell’indicazione dell’origine di un determinato ingrediente possa influenzare in misura sostanziale le decisioni di acquisto dei consumatori o indurli in errore.

Origine e provenienza dell’alimento contenente più ingredienti primari

Un alimento, come noto, può contenere più alimenti primari. A stabilirlo è l’articolo 2, paragrafo 2, lettera q), del regolamento (UE) 1169/2011, il quale stabilisce che per «ingrediente primario» si intende un ingrediente o più ingredienti. Ne deriva, dunque, che nel caso in cui l’alimento contenga più ingredienti primari occorrerà indicare il paese d’origine o il luogo di provenienza di tutti questi ingredienti primari.

Leggi anche: Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Ogni alimento deve contenere un ingrediente primario?

La Commissione ha risposto negativamente a questa domanda. In base alla definizione di cui all’articolo 2, paragrafo 2,lettera q), del regolamento, infatti, non vi è ingrediente primario qualora:

  • nessuno degli ingredienti presenti sia contenuto in una quantità superiore al 50 % dell’alimento,
  • nessuno dei suoi ingredienti sia associato abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e
  • nella maggior parte dei casi in cui non venga richiesta un’indicazione quantitativa.

Origine e provenienza dell’alimento avente un unico ingrediente?

La norma in commento trova applicazione anche ai prodotti a base di un unico ingrediente nel caso in cui:

  • l’ultima trasformazione sostanziale del prodotto sia avvenuta in un luogo diverso da quello di origine della materia prima;
  • l’ingrediente provenga da luoghi diversi.
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Marchi e denominazioni protette

Quella tra i marchi e le denominazioni protette è una questione che ha a lungo impegnato la dottrina. Oggetto di contesa è la validità del marchio registrato in buona fede precedentemente alla creazione di una nuova denominazione protetta.

Marchi e denominazioni protette: la decisione della Corte di Cassazione

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 23/10/2019, n.27194. Secondo la Suprema Corte:

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

la differenza di funzioni sussistente tra marchi e indicazioni geografiche o denominazioni di origine protetta non esclude, alla stregua della normativa e della giurisprudenza Europea, l’interesse comune, rappresentato dall’uso del nome geografico nell’ambito delle produzioni agricole e alimentari, quale vantaggio competitivo che l’indicazione dell’origine è in grado di garantire al prodotto, per cui il titolare di un marchio registrato in buona fede in epoca precedente la denominazione di origine protetta ben può proseguire, nonostante la successiva registrazione di detta denominazione protetta, l’uso del marchio, ai sensi dell’art. 14, comma 2, del Regolamento n. 510 del 2006, laddove non ricorrano ragioni di nullità o decadenza del marchio stesso”.

Il caso “Altopiano di Asiago”

Leggi anche: cosa significa prodotto biologico

Nel caso di specie, “pur evocando la dicitura “Altopiano di Asiago” la denominazione di origine protetta ‘Asiago’, della quale recepisce l’unico elemento che la compone, l’utilizzo del marchio registrato in epoca precedente alla suddetta denominazione, recante la medesima indicazione di provenienza geografica, deve ritenersi, pertanto, consentito, in forza della previsione di cui all’art. 14 del Regolamento n. 510 del 2006 che tiene conto del preuso, qualora, considerata la natura stessa del marchio, il riferimento esclusivo alla reale provenienza geografica del prodotto e la mancanza di imitazioni, anche mediante contraffazione o camuffamento, di un termine adoperato nella D.O.P., il giudice di merito accerti che tale marchio sia stato, altresì, registrato in buona fede; in tale valutazione il giudice di merito dovrà, altresì, tenere conto del fatto che l’indicazione della zona di produzione dell’alimento immesso sul mercato è consentita, ed in alcuni casi perfino imposta, al produttore garantito dalla preventiva registrazione del marchio, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a) e art. 3, comma 1, n. 8 della Direttiva 2000/13/CE.

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Balsamico? Sì per aceto di Modena, no per i condimenti da supermercato

“Balsamico” è un termine ormai inflazionato nei nostri supermercati. E’, infatti, possibile ritrovarlo sia sul rinomato aceto modenese che su altri prodotti da supermercato come, ad esempio, la “glassa”. Ebbene, la Corte di Appello di Bologna si è pronunciata sulla questione sancendo la tutela del termine ‘balsamico’ contro le evocazioni.

Le evocazioni

Le norme europee proteggono le indicazioni geografiche (Geographical Indications, GIs) tramite un divieto di imitazione e usurpazione. Come noto, infatti, i marchi D.O.P. e I.G.P. conferiscono ai relativi prodotti una particolare tutela avverso qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera del prodotto è indicata o se la denominazione protetta è una traduzione o è accompagnata da espressioni quali «genere», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili.

Leggi anche: Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

Aceto Balsamico, i procedimenti

A seguito di procedimenti amministrativi gestiti dall’Ispettorato controllo qualità e repressione delle frodi (Icqrf) e conclusi con l’emissione di “provvedimenti inibitori e sanzionatori nei confronti delle aziende coinvolte”, infatti, prima il Tribunale e, dopo, la Corte di Appello di Bologna hanno confermato che l’uso del termine “balsamico” per condimenti alimentari, costituisce evocazione della denominazione tutelata.

L’importanza della decisione

L’importanza della decisione, dunque, va evidenziata soprattutto alla luce dell’elevato numero di cause pendenti sul medesimo tema sia nei Tribunali italiani che presso la Corte di Giustizia UE che nei prossimi mesi deciderà sul tema. Ad aprile 2018, infatti, la causa che ha visto il coinvolgimento del Consorzio di Tutela e della società tedesca Balema è giunta all’ultimo grado di giudizio in Germania dopo la sentenza di primo grado del tribunale di Mannheim e il giudizio della corte d’Appello di Karlsruhe. La Suprema Corte Federale tedesca, dopo aver accolto il ricorso del Consorzio, ha rinviato la procedura alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per un parere pregiudiziale.

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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Leggi anche: Alimenti biologici extra-UE

Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Etichetta a semaforo: odi et amo

L’etichetta a semaforo e i sistemi di etichettatura similari, come quello definito “Nutri Score”, hanno sempre trovato una forte resistenza da parte del nostro Paese.

Cosa significa “etichetta a semaforo”?

Uno dei paesi che ha adottato il sistema in parola è la Gran Bretagna. In tal caso il colore del semaforo riportato in etichetta viene individuato sulla base del contenuto in grassi, grassi saturi, sale e zuccheri per 100 g di prodotto. Ciò comporta che, logicamente, un alimento particolarmente pericoloso per la salute viene indicato con il colore rosso.  Sullo stesso criterio di valutazione si basa il sistema Nutri-Score francese, adottato oltralpe nel 2017 dopo una sperimentazione di alcuni mesi.

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Il sistema in parola è stato largamente criticato

Si badi, infatti, che 100 g di certo non possono essere ritenuti una quantità comunemente consumata di determinati prodotti come, ad esempio, l’olio extravergine di oliva. Peraltro l’etichetta a semaforo prende in considerazione solo grassi, grassi saturi, sale e zuccheri, senza, invece, valutare la presenza di proteine, carboidrati totali, fibre.

L’altra faccia della medaglia, però, è quella di una comunicazione più chiara ai consumatori.

Non può, infatti, negarsi che alcuni prodotti tipici del nostro Paese, dal punto di vista nutrizionale, non siano propriamente salutari e vadano consumati con moderazione. Di tanto parrebbe opportuno informare adeguatamente il consumatore, magari con un sistema chiaro anche a primo impatto.

La discussione sull’etichetta a semaforo presso il Comitato sulle etichette alimentari del Codex

Si è discusso di etichetta a semaforo anche presso il competente comitato del Codex Alimentarius. In particolare, al centro del dibattito c’è stata la valutazione del dossier “Principi guida e manuale quadro per l’etichettatura fronte-pacco per la promozione di diete sane” dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La posizione del nostro Paese sulla questione è stata molto chiara e si è basata, dal punto di vista strategico, sull’assenza di supporto scientifico all’utilità dell’etichetta a semaforo e, di conseguenza, sull’ingiustificato pregiudizio che deriverebbe ad alcuni prodotti italiani.

La posizione italiana è stata aspramente criticata anche da alcuni ricercatori che, in un articolo, hanno evidenziato sia l’esistenza di una significativa mole di dati scientifici alla base dei profili nutrizionali elaborati che la necessità di ridefinire il concetto di qualità non come qualità degli ingredienti o tradizione produttiva ma come qualità prettamente nutrizionali.

I negoziati e la decisione

Dopo due giorni di intensi negoziati la linea italiana ha avuto la meglio e il documento non è passato. Decisivo è stato l’appoggio degli USA, concordi nel ritenere assenti le solide basi scientifiche dell’etichetta a semaforo.

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