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Sicurezza alimentare e repressione frodi: il report ICQRF – TESTO

La sicurezza alimentare e la repressione frodi sono al centro delle attività dell’Ispettorato Centrale Repressioni Frodi (ICQRF).

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L’ICQRF e la sicurezza alimentare

L’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) è uno dei maggiori organismi europei di controllo dell’agroalimentare.

L’ispettorato, infatti, conta 29 uffici sparsi per il territorio nazionale e si occupa di:

  • prevenzione e repressione delle frodi nel commercio dei prodotti agroalimentari e dei mezzi tecnici;
  • vigilanza sulle produzioni di qualità registrata;
  • contrasto dell’irregolare commercializzazione dei prodotti agroalimentari.

Il Report 2020 sulla sicurezza alimentare

L’ICQRF ha pubblicato il report 2020 contenente gli interventi contro italian sounding, contraffazioni, criminalità agroalimentare e frodi.

Si legge sul report:

L’Italia si contraddistingue per l’identità e le elevate caratteristiche qualitative delle proprie produzioni agroalimentari. Il nostro Paese, con 870 prodotti registrati come indicazioni geografiche, custodisce un vero e proprio patrimonio culturale, unico a livello europeo.
La valorizzazione e la tutela del made in Italy, mediante il contrasto a tutti quei comportamenti fraudolenti che minano le corrette relazioni di mercato, è tra le priorità strategiche a livello nazionale. Allo stesso tempo, è sempre più necessario assicurare un adeguato livello di tutela ai consumatori, per garantire loro scelte di acquisto consapevoli e sicure, attraverso l’implementazione di un sistema di controlli altamente specializzato in tutti i settori del comparto agroalimentare.
Il Report sulle attività svolte nel corso del 2020 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi (ICQRF) testimonia l’impegno e gli importanti risultati raggiunti nel corso dell’anno appena trascorso dall’organo di controllo del Mipaaf.

I numeri del report

Dal report sulla sicurezza alimentare si evince che:

  • le ispezioni hanno riguardato 37508 produttori per un totale di 77080 prodotti;
  • le irregolarità riscontrate hanno riguardato l’11% dei prodotti e il 7,4% dei campioni;
  • il 90% dei controlli, ha avuto ad oggetto prodotti alimentari, il 10%, invece, mezzi tecnici;
  • sono 159 le notizie di reato inoltrate, 4672 le diffide e 4119 le contestazioni amministrative;
  • sono state emesse 1899 ingiunzioni di pagamento per un totale di 17 milioni di euro.

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Leggi il report

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Aggiornamenti, diritto alimentare

Canapa ad uso alimentare: per Il Sole24Ore e IusLaw Web Radio

La canapa ad uso alimentare rappresenta uno dei settori di maggior interesse del mercato.

Ascolta ora “Diritto agroalimentare – il podcast”

Ecco, dunque, qualche spunto e, in fondo, per approfondire, un brevissimo virgolettato su il Sole24Ore e una più esaustiva intervista per IusLaw Web Radio.

Canapa alimentare: spunti di riflessione

  • la norma di riferimento è la L n 242 del 2 dicembre 2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, come interpretata dalla Circolare Mipaaf n. 5059 del 22 maggio 2018 Chiarimenti sull’applicazione della legge 2 dicembre 2016, n. 242 disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa. Ulteriore fonte è quella del DECRETO 4 novembre 2019 “Definizione di livelli massimi di tetraidrocannabinolo (THC) negli alimenti”;
  • gli alimenti ammessi e i limiti massimi previsti dal decreto: Semi di canapa, farina ottenuta dai semi di canapa: 2,0 mg/Kg, Olio ottenuto dai semi di canapa: 5,0 mg/Kg, Integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa: 2,0 mg/Kg;
  • Requisito fondamentale per la canapa industriale è che il livello di sostanza psicotropa THC non superi lo 0,2%. La soglia di tolleranza 0,2 – 0,6% riguarda gli agricoltori;
  • Capitolo cannabidiolo: è considerato novel food sia se naturale che chimico e, quindi, si attende il percorso di autorizzazione di cui al Regolamento UE 2015/2283.

Leggi l’articolo de Il Sole24Ore

Ascolta l’intervista

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Reg UE 2017/625: in GU il decreto per l’adeguamento – TESTO

Il Reg UE 2017/625 necessitava di una norma di adeguamento. E’ stato, quindi, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Italiana dell’11 marzo 2021, il Decreto legislativo 2 febbraio 2021, n. 27.

Leggi anche “Pubblicato il Regolamento (UE) 2021/382 che modifica il regolamento (CE) n. 852/2004 – TESTO

Il Reg. UE 2017/625

Il Reg UE 2017/625 ha aggiornato e armonizzato i controlli ufficiali sulla filiera agroalimentare, aggiornando i principi generali e estendendo il campo di applicazione e garantendo, così, meno oneri a carico delle imprese.

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Il d.lgs. 27/21

Il d.lgs. 27/21 adegua il nostro ordinamento al regolamento europeo sui controlli ufficiali. In particolare, esso introduce il principio della classificazione del rischio nella programmazione dei controlli di sicurezza alimentare e sanità animale. Viene, inoltre, introdotto l’obbligo di registrazione dei trattamenti in formato elettronico, completando, così, la tracciabilità informatizzata dei farmaci veterinari.

Il personale pubblico ha il dovere di segnalare tempestivamente eventuali non conformità alle autorità competenti mentre l’autorità giudiziaria, laddove rilevi un rischio per la salute pubblica, è tenuta a darne tempestiva comunicazione alle autorità sanitaria.

ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Le autorità competenti

Le autorità competenti individuate dal d.lgs., in applicazione del Reg UE 2017/625, sono: il Ministero della Salute, il Ministero delle politiche agricole (Mipaaf), le Regioni, le Province Autonome di Trento e Bolzano e le Aziende sanitarie locali.

Leggi il d.lgs. 27/21

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Soppressione cautelativa delle indicazioni BIO: la giurisdizione del giudice ordinario

La soppressione cautelativa delle indicazioni BIO, notificata con provvedimenti dell’ICEA – Istituto di Certificazione Etica e Ambientale -, deve essere impugnata dinanzi al giudice ordinario. A stabilirlo è la Sentenza del Consiglio di Stato n. 1829 del 3 marzo 2021. La decisione conferma quanto già evidenziato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con Sentenza n. 1914 del 28 gennaio 2021.

Leggi anche: “Capitan Findus e pubblicità ingannevole

Il Consiglio di Stato motiva tale decisione evidenziando che i provvedimenti di cui al D.Lgs 23 febbraio 2018 n. 20 e dal D.M. 20 dicembre 2013, non rappresentano esercizio di una pubblica funzione ma esercizio di un’attività ausiliaria rispetto al potere di sorveglianza e controllo del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

La decisione del Consiglio di Stato

FATTO e DIRITTO

1.- Con ricorso r.g.n. 1059 del 2019 al TAR per la Puglia, la Società Agricola A.R.T.E. s.r.l. ha impugnato i provvedimenti di ICEA – Istituto di Certificazione Etica e Ambientale – notificati entrambi il 5 giugno 2019, l’uno recante “Soppressione delle indicazioni BIO” e l’altro “Esclusione dell’operatore” per mancato rispetto della sospensione disposta in data 27 giugno 2018.
La Società ricorrente impugnava anche la decisione n. 28 dell’8.07.2019 del Comitato Unico Ricorsi dell’ICEA, che aveva respinto il ricorso amministrativo avverso i predetti provvedimenti, e il diniego parziale di accesso agli atti del 23.07.2019 e successiva nota del 31.07.2019.
2.-I provvedimenti impugnati traevano origine dalla commercializzazione di due partite di frumento tenero “bio”, accertate in esito a controlli incrociati eseguiti nel febbraio 2019, dopo che, a seguito di ispezioni avviate nell’aprile 2018, era emerso che la Società ricorrente faceva uso di prodotti non ammessi o non registrati ed ICEA aveva adottato la “soppressione cautelativa delle indicazioni biologiche”, con ricalcolo del periodo di conversione di tutti gli appezzamenti oggetto di campionamento nella loro interezza, e conseguente divieto di riportare in etichetta la dicitura di “biologico” relativamente alla vendita dei prodotti aziendali durante il periodo di sospensione (provvedimento n. 501 del 10 maggio 2018).
3.- La sentenza in epigrafe, affermata la giurisdizione del giudice amministrativo e la competenza territoriale del TAR Puglia, accoglieva il ricorso sotto il profilo della violazione del principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, per il carattere tutt’altro che intenzionale della condotta posta in essere dalla Società ricorrente “ascrivibile effettivamente alla categoria della colpa lieve” e condannava ICEA alle spese di giudizio.
4.- Con l’appello in esame, ICEA censura la sentenza di cui chiede la riforma, deducendo innanzitutto il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, essendo l’attività di certificazione di ICEA un’attività ausiliaria nei confronti del potere pubblico di sorveglianza, non avente carattere pubblicistico (Cass. Sez. Un. 05/04/2019, n. 9678 e, da ultimo, 28.1.2021, n. 1914).
Nel merito, ICEA deduce l’erroneità della sentenza impugnata per avere ritenuto la misura di esclusione adottata nei confronti di A.R.T.E. S.r.l. contraria al principio di proporzionalità, in violazione dell’Allegato 1 al D.M. 15962 del 20 dicembre 2013, che invece definisce tassativamente le singole fattispecie e le misure applicabili, distinguendo le ipotesi di non conformità a seconda della gravità e prevedendo per ciascuna l’applicazione di specifiche sanzioni.
Nella specie, l’unico elemento costitutivo necessario e sufficiente ad integrare la non conformità di “mancato rispetto di una sospensione” (voce L.4.01 dell’Allegato 1 del D.M. 20/12/2013)” contestata ad A.R.T.E. S.r.l. è il fatto che l’operatore abbia effettuato vendite di prodotto recante i riferimenti al biologico in pendenza di sospensione, nonostante il divieto sia previsto dall’art. 5, comma 5, D.lgs. n. 20/2018 e dall’art. 5, comma 3, D.M. 20/12/2013.
ICEA denuncia, quindi, l’erroneità e ingiustizia della sentenza sotto ulteriori profili, circa l’insindacabilità della propria eventuale discrezionalità; l’irrilevanza dell’intenzionalità o meno dell’operatore; la contraddittorietà della motivazione in merito alla prova del fatto che le vendite fossero state effettuate da A.R.T.E. S.r.l. come “biologiche”; l’infondatezza e l’irrilevanza della eventuale imputabilità al vettore della materiale compilazione dei DDT; la pretesa dimostrazione del fatto che A.R.T.E. S.r.l. avesse fatturato come convenzionale il prodotto di cui al DDT n. 55; il fatto che il DDT n. 77 si riferisce ad una cessione di prodotto in “conto lavorazione” e non ad una vendita.
5.- Si è costituita in giudizio l’appellata chiedendo il rigetto dell’appello per infondatezza.
6.- Il Ministero delle Politiche Agricole, alimentari e Forestali si è costituito in giudizio rilevando la propria sostanziale estraneità alla materia del contendere poiché la controversia involge esclusivamente determinazioni assunte dall’appellante nei confronti della Società Agricola appellata.
7.- In data 12.2.2021, ICEA ha depositato la sentenza della Corte di Cassazione Sezioni Unite n. 1914 del 28.1.2021 che, in sede di impugnazione della sentenza di questa Sezione n. 4114 del 18.6.2019 adottata in analogo giudizio, attribuisce la giurisdizione al Giudice ordinario in ordine ai provvedimenti impugnati.
8.- Alla pubblica udienza del 18 febbraio 2021, la causa è stata assunta in decisione.
9.- L’appello è fondato.
10.- Merita accoglimento il primo motivo di appello con cui viene censurata la sentenza per aver ritenuto la giurisdizione del giudice amministrativo.
I provvedimenti impugnati non hanno carattere autoritativo e non rappresentano esercizio di una pubblica funzione “per effetto di delega”, configurandosi piuttosto quale esercizio di un’attività ausiliaria rispetto al potere di sorveglianza e controllo attribuito al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, cui compete insieme alle Regioni e alle Province autonome di Trento e Bolzano, altresì, la vigilanza sugli organismi di certificazione autorizzati a verificare il rispetto dei requisiti necessari a consentire l’indicazione sull’etichetta di “agricoltura biologica- regime di controllo CE” e, in caso di successivi controlli negativi, all’applicazione delle misure sanzionatorie.
Come affermano le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le certificazioni di ICEA si configurano, infatti, come “strumenti di circolazione di informazioni destinate in particolare ai consumatori quali attestazioni di conformità del prodotto agli standard di legge e di garanzia dell’affidabilità al riguardo dell’impresa e dei suoi prodotti, in conformità a quanto afferma il considerando 22 del reg CE 834/2007, che afferma che <<è importante preservare la fiducia del consumatore nei prodotti biologici. Le eccezioni ai requisiti della produzione biologica dovrebbero pertanto essere strettamente limitate ai casi in cui sia ritenuta giustificata l’applicazione di norme meno restrittive>>” (Cass. Sez. Un. ord. n. 9678/2019 e sentenza n. 1914/2021 cit.).
L’attività degli organismi privati di controllo, dunque, quale disciplinata dal Regolamento CE n. 2092/91, prima, e successivamente dai Regolamenti CE 834/07 e 967/08, nonché dall’art. 3, comma 2, del D.lgs. n. 20/2018, nel sistema complessivamente delineato, è “attività di certificazione di diritto privato, legata a parametri tecnici, in adempimento di obbligazioni aventi fonte contrattuale con il produttore biologico, che si assoggetta alla relativa certificazione di conformità” e la posizione giuridica soggettiva dedotta in giudizio deve ritenersi di diritto soggettivo.
11.- Il ricorso introduttivo del presente giudizio, pertanto, deve dichiararsi inammissibile per difetto di giurisdizione, con conseguente dichiarazione della giurisdizione del Giudice ordinario, dinanzi al quale vanno rimesse le parti.
12.- Le spese di giudizio possono compensarsi tra le parti, attese le oscillazioni giurisprudenziali in materia.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto, ai sensi dell’art. 11, comma 1, c.p.a. e 35, comma 2, lett. b), dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso introduttivo della Società Agricola A.R.T.E. S.r.l., e dichiara la giurisdizione del Giudice ordinario.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 febbraio 2021 con l’intervento dei magistrati:

Franco Frattini, Presidente
Giulio Veltri, Consigliere
Paola Alba Aurora Puliatti, Consigliere, Estensore
Giovanni Pescatore, Consigliere
Giulia Ferrari, Consigliere

L’ESTENSORE

Paola Alba Aurora Puliatti

IL PRESIDENTE
Franco Frattini
 

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Il Regolamento di esecuzione 2021/279

Il Regolamento di esecuzione 2021/279 della Commissione del 22 febbraio 2021 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) 2018/848 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto concerne i controlli e le altre misure che garantiscono la tracciabilità e la conformità nella produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 23 febbraio 2021.

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Regolamento di esecuzione 2021/279: le norme di dettaglio

Tramite la regolamentazione menzionata sono state introdotte norme di dettaglio applicabili al Regolamento 2018/848, con particolare riferimento:

  • al capo III, sulle norme di produzione riferite agli operatori,
  • al capo IV, sulle disposizioni relative all’etichettatura dei prodotti biologici e quelli in conversione
  • al capo V, sulle norme relative a certificazione degli operatori e di gruppo
  • al capo VI, sui controlli ufficiali.

Si tratta, dunque, di aggiornamenti relativi a operatori, da un lato, e sistema di controllo, dall’altro.

Le misure dedicate agli operatori

Il regolamento di esecuzione 2021/279 approfondisce, all’articolo 1, le misure precauzionali che gli operatori sono tenuti ad adottare in caso di sospetto di non conformità dovuto a presenza di prodotti e sostanze non autorizzati. Vengono, inoltre, introdotte norme di dettaglio relative all’etichettatura del prodotto e alla certificazione di gruppo nonché, all’articolo 3, alle condizioni per l’uso di indicazioni come quella prevista per i prodotti in conversione di origine vegetale o quella del luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole di cui il prodotto è composto.

Per i prodotti in conversione, in particolare, il regolamento prevede che la dicitura dovrà figurare:

a) con colore, formato e tipo di caratteri che non le diano maggiore risalto rispetto alla denominazione di vendita del prodotto ed è interamente redatta in caratteri della stessa dimensione;

b) nello stesso campo visivo del codice numerico dell’autorità di controllo o dell’organismo di controllo di cui all’articolo 32, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (UE) 2018/848.

Sui controlli ufficiali

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Con riferimento ai controlli ufficiali, il regolamento di esecuzione 2021/279 introduce specifiche misure relative alle indagini ufficiali, al campionamento e ai controlli, ai poteri delle autorità di controllo e allo scambio di informazioni in ambito UE.

In particolare, ai controlli ufficiali previsti in funzione del rischio di non conformità, il regolamento prevede l’applicabilità delle seguenti percentuali minime:

a) ogni anno almeno il 10 % di tutti i controlli ufficiali degli operatori o dei gruppi di operatori è effettuato senza preavviso;
b) ogni anno è effettuato almeno il 10 % di controlli aggiuntivi rispetto a quelli di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848;

c) ogni anno almeno il 5 % degli operatori, esclusi gli operatori esentati a norma dell’articolo 34, paragrafo 2, e dell’articolo 35, paragrafo 8, del regolamento (UE) 2018/848, è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

d) ogni anno almeno il 2 % dei membri di ciascun gruppo di operatori è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

e) almeno il 5 % degli operatori che sono membri di un gruppo, ma non in numero inferiore a 10, è sottoposto ogni anno a una nuova ispezione.

Se il gruppo di operatori conta 10 membri o meno, tutti i membri sono controllati in relazione alla verifica della conformità di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, DOP, IGP, STG, etichettatura prodotti alimentari

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

L’origine del prodotto alimentare ha sempre rappresentato, per il consumatore, una priorità. Identifica le tradizioni di un luogo collegate al prodotto agro-alimentare e si basa su criteri, quali la tecnica e l’esperienza dei produttori, la qualità delle materie prime.

Agli inizi degli anni ’90 questi elementi sono stati al centro di una importante decisione della Corte di Giustizia UE. Questa, infatti, ha indicato la strada per una tutela più stringente delle indicazioni di origine.

Leggi anche “origine e provenienza degli alimenti: i chiarimenti della Commissione”

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

Oggetto della sentenza è il Torrone di Alicante, un dolciume prodotto, al tempo della decisione in commento, sia in Spagna che in Francia. Il produttore spagnolo, intenzionato a tutelare il proprio prodotto, aveva adito il giudice francese. Alla base delle sue tesi vi era la convenzione di Madrid del 27 giugno 1973 sulla tutela delle denominazioni di origine, la quale aveva riservato la denominazione «Torrone di Alicante» ai soli prodotti spagnoli. La società spagnola, dunque, visto il rigetto della domanda, adiva il giudice d’appello il quale rimetteva la questione alla Corte di Giustizia.

L’intervento della Commissione

La Commissione, intervenuta nel giudizio, aveva sostenuto l’illegittimità della convenzione per violazione delle norme in tema di libera circolazione dei prodotti. L’indicazione di origine, al tempo, riceveva specifica tutela UE solo nel caso fornisse all’alimento una “valenza positiva effettivamente misurabile“.

La decisione della Corte

La Corte di Giustizia, però, con la decisione in commento ha contribuito in maniera particolarmente rilevante all’evoluzione della materia. Questa, infatti, nel respingere la tesi della Commissione, ha ritenuto legittima l’applicazione delle norme di una Convenzione bilaterale tra Stati membri relative alla tutela delle indicazioni di provenienza e delle denominazioni d’origine. La Corte, in particolare, ha evidenziato che

sostenere le posizioni adottate dalla Commissione porterebbe a privare di qualsiasi tutela le denominazioni geografiche che siano usate per dei prodotti per i quali non si può dimostrare che debbano un sapore particolare ad un determinato terreno e che non siano stati ottenuti secondo requisiti di qualità e norme di fabbricazione stabiliti da un atto delle pubbliche autorità. Esse, invece, devono quindi essere tutelate.

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Novel food: la decisione della Corte di Giustizia

I novel food costituiscono uno dei settori di maggiore interesse per lo sviluppo del diritto agroalimentare e del mercato agroalimentare europeo. Il tema è stato recentemente oggetto di decisione da parte della Corte di Giustizia UE.

Di novel food ho parlato più volte, anche in maniera più “provocatoria”. Ad esempio, qui trovi un mio articolo titolato “Pasta e cavallette? Perché no?”. Si tratta di un tema delicato che va analizzato con la giusta freddezza. Perché, specie con riferimento ad alimenti come gli insetti, è un tema di prospettiva: lontano dalle nostre abitudini ma, forse, necessario per renderle sostenibili.

In linea generale si può affermare che i novel food sono alimenti che non sono stati consumati in sicurezza prima del 15 maggio 1997.

Novel food: la sentenza della Corte di Giustizia

I novel food sono stati recentemente oggetto della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. III, del 1.10.2020, resa nella causa C-526/19.

Leggi anche: i requisiti per la vendita di alimenti online

La decisione prende spunto dal rinvio pregiudiziale del Conseil d’Etat francese. Il procedimento

Oggetto della decisione

Il rinvio pregiudiziale concerneva l’interpretazione dell’art. 1, par. 2, del regolamento (CE) n. 258/97 e, in particolare, la definizione di “ingredienti isolati a partire da animali”. L’articolo menzionato così recita:

Il presente regolamento si applica all’immissione sul mercato dell[‘Unione] di prodotti e ingredienti alimentari non ancora utilizzati in misura significativa per il consumo umano nell[‘Unione] e che rientrano in una delle seguenti categorie:

(…)

e) […] ingredienti alimentari isolati a partire da animali […]”.

Ora, come noto, il regolamento in commento è stato abrogato e sostituito dal regolamento (UE) 2015/2283, il quale, all’art. 3, par. 2, afferma invece:

“Si applicano inoltre le seguenti definizioni:

a) «nuovo alimento»: qualunque alimento non utilizzato in misura significativa per il consumo umano nell’Unione prima del 15 maggio 1997, a prescindere dalla data di adesione all’Unione degli Stati membri, che rientra in almeno una delle seguenti categorie:

[…]

v) alimenti costituiti, isolati od ottenuti a partire da animali o da parti dei medesimi, ad eccezione degli animali ottenuti mediante pratiche tradizionali di riproduzione utilizzate per la produzione alimentare nell’Unione prima del 15 maggio 1997 qualora tali alimenti ottenuti da detti animali vantino una storia di uso sicuro come alimento nell’Unione;

La definizione menzionata, in sostanza, amplia quella del precedente regolamento, specificando che per novel food si intendono sia parti di animali o sostanze da questi derivanti, ma anche organismi nel loro complesso.

La decisione della Corte di Giustizia UE

La Corte è quindi intervenuta sul punto interpretando la disposizione nel senso che l’espressione “isolati a partire da animali” fa riferimento ad un processo di estrazione dall’animale e, pertanto, nessuna interpretazione possibile di tale espressione può condurre a fare riferimento all’animale intero.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, import-export

I requisiti per la vendita di alimenti online

I requisiti per la vendita di alimenti online consentono, a chi interessato, di intraprendere un’attività di e-commerce o marketplace. Si tratta di un business in continua crescita, specie se si considera che, nel 2019, gli italiani hanno speso 1,6 miliardi di euro per l’acquisto di generi alimentari online[1]. Un settore, dunque, in crescita in cui sicuramente conviene investire. Si tratta, peraltro, di uno dei settori in cui, in questi mesi, si sta maggiormente concentrando la mia attività. Le nuove iniziative imprenditoriali che puntano alla vendita online di prodotti alimentari sono svariate così come non mancano le aziende già consolidate impegnate nell’apertura di nuovi canali di vendita.

Leggi anche: Come avviare un e-commerce di prodotti alimentari

I requisiti per la vendita di alimenti online possono essere soggettivi o oggettivi. Si tratta di elementi richiesti al fine di assicurare la preparazione dell’OSA e la sua capacità di garantire igiene e sicurezza degli alimenti.

Requisiti per la vendita di alimenti online: i requisiti personali

I requisiti personali o soggettivi si distinguono in requisiti morali o di onorabilità e requisiti personali o professionali.

I primi vietano l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, ad esempio, a coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali o professionali. Eccezione alla regola è il caso in cui gli stessi abbiano ottenuto la riabilitazione.

I requisiti personali e professionali, invece, prevedono che l’attività di vendita di prodotti alimentari possa essere svolta da chi è in possesso di specifici requisiti determinati. Tra questi rientrano, ad esempio, aver frequentato con esito positivo un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito o riconosciuto dalle regioni o dalle province autonome di Trento e di Bolzano (corso SAB).

Requisiti oggettivi

Tra i requisiti oggettivi si evidenzia la disponibilità dei locali adibiti a magazzino per lo stoccaggio della merce. Gli stessi, inoltre, devono essere conformi a tutte le disposizioni urbanistiche, edilizie, di prevenzione incendi e inquinamento acustico, di igiene e sicurezza degli alimenti.

Altre informazioni

Non solo requisiti soggettivi e oggettivi, però. Avviare un e-commerce o un marketplace di prodotti alimentari richiede il rispetto di svariate norme. Fra tutte è importantissimo ricordare che online il consumatore deve poter rinvenire tutte le informazioni riportate in etichetta. Le informazioni devono, quindi, essere sempre disponibili, chiare e leggibili. Sul punto attenzione soprattutto a chi gestisce un marketplace consentendo al produttore l’upload delle informazioni: la responsabilità in caso di mancata osservanza della compliance potrebbe essere condivisa.


[1] Linkiesta

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Origine del prodotto alimentare: le nuove regole in Francia

L’origine del prodotto alimentare è al centro dell’ultima riforma introdotta in Francia. Lo scopo della novella è quello di aumentare la trasparenza delle informazioni sui prodotti alimentari, anche in ossequio del regolamento 1169/2011 che prevede che esse siano, tra le altre cose, chiare e comprensibili.

Origine del prodotto alimentare: la riforma

La nuova norma ha esteso l’obbligo di indicare la provenienza delle carni bovine ai piatti consumati in ristoranti, da asporto o in mense contenenti carni caprine, suine, ovine e pollame. L’obbligo riguarda l’indicazione del paese di allevamento e di quello di macellazione.

Norme simili sono state introdotte anche con riferimento alle miscele di miele, cacao birra e vino. In particolare, va indicato:

  • il paese di raccolta per il miele,
  • il luogo di provenienza per i prodotti a base di cacao;
  • nome e indirizzo del produttore per la birra;
  • nome della DOP o IGP dei vini venduti in ristorante.

La discussione sull’origine del prodotto alimentare in Italia

La questione è in corso di discussione anche nel nostro Paese. Sono, infatti, in fase di emanazione, due decreti. Il primo proroga l’obbligo di indicazione dell’origine per la pasta, il riso e il pomodoro mentre il secondo concerne l’origine di latte e formaggi. È stato, invece, notificato alla UE il decreto riguardante l’origine delle carni suine trasformate.

Di recente, inoltre, una decisione della AGCM ha fatto luce sull’etichettatura di origine della pasta.

…e in Europa

In realtà di origine del prodotto alimentare si discute anche in sede europea. Sul punto è recentemente intervenuta anche la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020. Con la comunicazione in commento la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine. Ne ho scritto qui.

Le altre novità in Francia

Non solo origine del prodotto alimentare. La novella ha regolato anche l’aspetto relativo alla denominazione. È previsto, infatti, il divieto di usare denominazioni tipicamente associate ai prodotti di origine animale per i prodotti contenenti proteine vegetali oltre una certa soglia in fase di definizione. Di tali divieti si era già parlato. Basti pensare, ad esempio, alla maionese vegana o al panettone vegano.

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Vino: il rilancio del settore in Germania

Il settore “vino” è certamente uno dei più colpiti dal periodo di lockdown dovuto al Covid-19.

Vino: la situazione di crisi

Come riportato dalla Commissione Europea, infatti, il consumo di vino in ristoranti e bar, che solitamente rappresenta il 30% del consumo complessivo, si è fermato a lungo e l’aumento del consumo privato non è sufficiente a compensare le perdite. Particolarmente negative le vendite di spumanti e vini costosi. Anche le esportazioni stanno risentendo della situazione mondiale, con un crollo del 14% rispetto alla media degli ultimi 5 anni.

In questo contesto molti Paesi europei stanno cercando di fornire delle risposte al comparto.

La risposta tedesca per il mercato del vino

In Germania, ad esempio, il settore è in sofferenza da anni e, per questo, potrebbe concludersi entro dicembre un percorso, cominciato un anno fa circa, che porterà ad una modifica delle norme che regolano il settore vitivinicolo. Ad annunciarlo è stato il ministro federale Julia Klöckner.

Il confronto avviato con rappresentanti dell’industria e degli Stati federali tramite svariate tavole rotonde ha portato a quello che viene definito dalla stessa ministro, un progetto di legge equilibrato che tiene conto dei diversi interessi. 

Le proposte

Fondamentalmente la proposta tedesca si caratterizza per tre grandi riforme.

  • Sviluppo ulteriore delle indicazioni circa l’origine geografica del prodotto;
  • Nuovi limiti agli spazi per i nuovi impianti: 0,3% sull’area totale effettiva coltivata a viti, aggiornato annualmente;
  • Maggiori fondi a sostegno dei viticoltori .

La qualità come origine geografica

Una curiosità – non così banale – è l’identificazione del concetto di qualità con quello di origine geografica. Il progetto di legge, infatti, in apertura, specifica che la “politica della qualità” intrapresa dall’Unione Europea si realizza soprattutto nelle denominazioni di origine protetta. Il concetto, quindi, è quello per cui più è precisa l’indicazione di origine, più è alta la qualità del prodotto. Con questa premessa, quindi, l’intenzione del legislatore tedesco è quella di riposizionare le filiere locali in un sistema basato sull’origine geografica.

 Puoi trovare i disegni di legge menzionati qui:

Progetto: 24o regolamento che modifica il regolamento sul vino

Progetto: decima legge che modifica la legge sul vino

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