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Aggiornamenti, Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare

Il Regolamento di esecuzione 2021/279

Il Regolamento di esecuzione 2021/279 della Commissione del 22 febbraio 2021 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) 2018/848 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto concerne i controlli e le altre misure che garantiscono la tracciabilità e la conformità nella produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 23 febbraio 2021.

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Regolamento di esecuzione 2021/279: le norme di dettaglio

Tramite la regolamentazione menzionata sono state introdotte norme di dettaglio applicabili al Regolamento 2018/848, con particolare riferimento:

  • al capo III, sulle norme di produzione riferite agli operatori,
  • al capo IV, sulle disposizioni relative all’etichettatura dei prodotti biologici e quelli in conversione
  • al capo V, sulle norme relative a certificazione degli operatori e di gruppo
  • al capo VI, sui controlli ufficiali.

Si tratta, dunque, di aggiornamenti relativi a operatori, da un lato, e sistema di controllo, dall’altro.

Le misure dedicate agli operatori

Il regolamento di esecuzione 2021/279 approfondisce, all’articolo 1, le misure precauzionali che gli operatori sono tenuti ad adottare in caso di sospetto di non conformità dovuto a presenza di prodotti e sostanze non autorizzati. Vengono, inoltre, introdotte norme di dettaglio relative all’etichettatura del prodotto e alla certificazione di gruppo nonché, all’articolo 3, alle condizioni per l’uso di indicazioni come quella prevista per i prodotti in conversione di origine vegetale o quella del luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole di cui il prodotto è composto.

Per i prodotti in conversione, in particolare, il regolamento prevede che la dicitura dovrà figurare:

a) con colore, formato e tipo di caratteri che non le diano maggiore risalto rispetto alla denominazione di vendita del prodotto ed è interamente redatta in caratteri della stessa dimensione;

b) nello stesso campo visivo del codice numerico dell’autorità di controllo o dell’organismo di controllo di cui all’articolo 32, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (UE) 2018/848.

Sui controlli ufficiali

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Con riferimento ai controlli ufficiali, il regolamento di esecuzione 2021/279 introduce specifiche misure relative alle indagini ufficiali, al campionamento e ai controlli, ai poteri delle autorità di controllo e allo scambio di informazioni in ambito UE.

In particolare, ai controlli ufficiali previsti in funzione del rischio di non conformità, il regolamento prevede l’applicabilità delle seguenti percentuali minime:

a) ogni anno almeno il 10 % di tutti i controlli ufficiali degli operatori o dei gruppi di operatori è effettuato senza preavviso;
b) ogni anno è effettuato almeno il 10 % di controlli aggiuntivi rispetto a quelli di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848;

c) ogni anno almeno il 5 % degli operatori, esclusi gli operatori esentati a norma dell’articolo 34, paragrafo 2, e dell’articolo 35, paragrafo 8, del regolamento (UE) 2018/848, è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

d) ogni anno almeno il 2 % dei membri di ciascun gruppo di operatori è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

e) almeno il 5 % degli operatori che sono membri di un gruppo, ma non in numero inferiore a 10, è sottoposto ogni anno a una nuova ispezione.

Se il gruppo di operatori conta 10 membri o meno, tutti i membri sono controllati in relazione alla verifica della conformità di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848.

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Aggiornamenti, Comunicazione prodotti alimentari, DOP, IGP, STG

Aceto Balsamico: “attacco dalla Slovenia”

Ascolta ora “Diritto Agroalimentare – il podcast”

L’Aceto Balsamico di Modena, stando a quanto riportato dal consorzio di tutela, è sotto attacco. Si legge, infatti, nel comunicato stampa diffuso dal consorzio, che “il governo sloveno ha notificato alla Commissione Europea una norma tecnica nazionale in materia di produzione e commercializzazione degli Aceti che, “oltre a porsi in netto contrasto con gli standard comunitari e con il principio di armonizzazione del diritto europeo”, cerca di trasformare la denominazione ‘aceto balsamico’ in uno standard di prodotto.” Secondo tale norma, infatti, qualsiasi miscela di aceto di vino con mosto concentrato si potrà chiamare, e vendere, come ‘aceto balsamico’.

Aceto Balsamico: nome generico?

Si tratta, come evidente, del tentativo di rendere “generica” la denominazione “Aceto Balsamico”.

Sul punto vale la pena leggere quanto già detto circa il caso “Feta”, riguardante proprio le denominazioni generiche.

La denominazione generica consiste in un nome comune di prodotto in grado di identificare un determinato prodotto servizio. Si tratta, ad esempio, della denominazione “pane”. Tali denominazioni non possono essere registrate come marchi e, tantomeno, come denominazioni di prodotti DOP o IGP.

Occorre, peraltro, considerare anche l’eventualità di denominazioni divenute generiche. Vengono così definite quelle denominazioni legate ad un prodotto specifico che sono poi divenute di comune utilizzo e identificative di una classe di prodotti agricoli o alimentari.

L’opposizione

Sempre nel comunicato stampa il Consorzio parla di una “operazione illegittima ed in contrasto con i regolamenti comunitari che tutelano Dop e Igp e disciplinano il sistema di etichettatura e informazione del consumatore”.

L’atto di opposizione dovrà essere notificato in Commissione entro il 3 marzo.

leggi il comunicato

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Capitan Findus e pubblicità ingannevole

Capitan Findus è la mascotte delle aziende alimentari del Gruppo Iglo e viene chiamato, a seconda dei luoghi di commercializzazione dei prodotti, Capitan Frudensa, Capitan Birds Eye o Capitan Iglo.

Ascolta ora il podcast “Diritto Agroalimentare”?

Capitan findus: la controversia

Si tratta, però, di un personaggio che, recentemente, è stato al centro di una controversia legale che ha coinvolto, oltre al Gruppo Iglo, la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG.

L’oggetto della causa 17 HK O 5744/20, infatti, era la mascotte pubblicitaria della società Appel Feinkost GmbH & Co. KG: un uomo anziano, con barba lunga e cappello di pilota, raffigurato sulla costa tedesca del Mare del Nord.

La 17a Camera di Commercio del Tribunale Distrettuale di Monaco I ha, quindi, dovuto decidere la controversia relativa a pubblicità ingannevole intentata da Iglo.

La decisione del Tribunale Distrettuale di Monaco I

Il consiglio ha evidenziato la regolarità della pubblicità della convenuta. La convenuta, infatti, pubblicizza prodotti ittici e, quindi, raffigurarli in un contesto con costa e mare è sensato. Peraltro l’uso del mare, il collegamento con il mare, la presenza della costa, del cielo e di determinate condizioni atmosferiche non può certamente essere posto alla base del concetto di “imitazione”. A ciò si aggiunga che la pubblicità della convenuta raffigura un noto faro situato nel distretto di Cuxhaven, luogo in cui la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG ha sede.

Il Tribunale ha, inoltre, voluto evidenziare le differenze stilistiche del protagonista delle pubblicità. La figura pubblicitaria del convenuto, infatti, non indossa un abito blu, non è sempre percepito come un marinaio dal consumatore, non indossa un dolcevita o una maglietta bianca ma un gilet scozzese con cravatta e sciarpa di seta.

Nessun rischio di confusione con Capitan Findus

Insomma, non sussiste il rischio di confusione per il consumatore che percepisce il protagonista della pubblicità della Appel come un distinto signore benestante in un elegante abito a tre pezzi con una sciarpa di seta e non come un capitano.

Alla luce di tutto quanto detto, conclude quindi il Tribunale, alla convenuta non può essere vietato di utilizzare per le proprie pubblicità uomini di bell’aspetto, anziani, in un contesto marittimo.

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Aggiornamenti, sostenibilità

Crisi climatica: dopo Paesi Bassi e Irlanda condannata la Francia

Sulla crisi climatica la Francia non ha fatto abbastanza. E’ questa la decisione del Tribunale Amministrativo di Parigi che ha riconosciuto la responsabilità dello Stato francese per non aver fatto abbastanza per fermare il cambiamento climatico e per non aver rispettato gli accordi di Parigi e la Strategia Nazionale Low Carbon sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. La decisione arriva dopo le sentenze affini nei Paesi Bassi e in Irlanda.

Crisi climatica: la causa contro il governo francese

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La vicenda ha origine nel 2018 ad opera di Oxfam France, Notre Affaire À Tous, Fondation Pour La Nature Et L’homme, Greenpeace France. Le ONG, infatti, hanno raccolto 2,3 milioni di firme chiedendo un maggiore impegno da parte del governo e ricorrendo, nel 2019, al Tribunal Administratif de Paris. Questi ha condannato lo Stato a un risarcimento simbolico di un euro ma con una motivazione che merita attenzione.

Il Governo francese, infatti, ora potrebbe essere obbligato a seguire due differenti percorso: una condanna economica a titolo di risarcimento del danno o l’individuazione di una serie di obiettivi con termini prefissati.

La motivazione

Il Tribunale ha evidenziato che:

  • L’aumento della temperatura costituisce un danno ambientale e va riparato;
  • Deve ritenersi sussistente il nesso di causalità tra l’aumento della temperatura e le mancate azioni dello Stato francese;
  • Lo stato è parzialmente responsabile dei danni intervenuti.

I Giudici hanno, quindi, deciso di rinviare la decisione sugli interventi necessari a riparare il danno causato evidenziando, però, la sussistenza di un danno morale a favore delle associazioni che, come richiesto, riceveranno la somma simbolica di un euro.

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Aggiornamenti, appuntamenti e interviste, norme europee

Insetti e Novel Food: cosa succede? intervista per IusLaw Web Radio

Gli insetti edibili costituiscono tema di dibattito quotidiano. L’opinione pubblica, infatti, si divide tra chi è favorevole al loro uso e chi, invece, spesso richiamando la necessità di tutelare le tradizioni locali, è contrario.

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Insetti: il parere dell’EFSA

Sul punto, aldilà di ogni genere di discussione, si attendeva una decisione dell’EFSA che è arrivata proprio in questi giorni. L’Autorità, infatti, ha pubblicato una serie di pareri scientifici  in esito a richieste di valutazione di novel foods. Tra questi, una valutazione su un prodotto alimentare derivato da insetti. Si tratta della larva della Tenebrio molitor, tarma della farina gialla essiccata.

La risposta dell’Autorità arriva su richiesta di un’azienda francese alla quale ha fatto seguito una valutazione del profilo tossicologico, del rischio di allergie e del processo di allevamento e trasformazione. La valutazione dell’EFSA è un passaggio necessario e previsto dalla regolamentazione sui Novel Foods. Essa si risolve in una una consulenza scientifica a supporto degli enti europei e nazionali che devono poi autorizzarne la commercializzazione.

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Al parere positivo dell’EFSA faranno seguito sette mesi in cui la Commissione UE deve redigere una proposta di autorizzazione da sottoporre ai Paesi membri.

L’intervista

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di parlare di novel food con in un’intervista per IusLaw Web Radio.

L’intervista è disponibile qui

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Aggiornamenti, DOP, IGP, STG

Mozzarella di Gioia del Colle DOP: in Gazzetta UE la registrazione

La Mozzarella di Gioia del Colle è ufficialmente una DOP. E’ stato, infatti, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il relativo regolamento di esecuzione.

Mozzarella di Gioia del Colle DOP: quali tutele

Leggi anche “Lievito madre: la ricetta nel disciplinare del Pane di Altamura IGP”

La certificazione DOP serve a designare un prodotto originario di uno specifico territorio e, soprattutto, evidenzia il legame tra quest’ultimo e la qualità del prodotto stesso. Le caratteristiche qualitative dell’alimento, infatti, sono dovute essenzialmente all’ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e la cui produzione, trasformazione e elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata. I prodotti così certificati ottengono una particolare tutela avverso imitazioni e contraffazioni.

Le caratteristiche del prodotto

La Mozzarella di Gioia del Colle DOP rappresenta un’eccellenza del patrimonio gastronomico e culturale pugliese ed italiano. Si tratta di un prodotto storicamente presente sul territorio legato alla qualità della flora pabulare tipica del territorio delle Murge. La trasformazione avviene con metodi tradizionali, utilizzando latte fresco e innesto autoctono.

Stando al regolamento di esecuzione:

La «Mozzarella di Gioia del Colle» è un formaggio fresco a pasta filata, prodotto da solo latte intero di vacca addizionato di siero-innesto, ed è caratterizzato da:

– composizione chimica (valori su prodotto fresco): lattosio ≤ allo 0,6 %, acido lattico ≥ 0,20 %, umidità 58-65 %, materia grassa 15-21 % su t.q.

– sapore di latte delicatamente acidulo, con lieve retrogusto di fermentato/siero acido, più intenso nel formaggio appena prodotto; odore lattico, acidulo, con eventuali sfumature di burro;

– assenza di conservanti e additivi/coadiuvanti.

La «Mozzarella di Gioia del Colle» si presenta con una superficie liscia o lievemente fibrosa, lucente, non viscida, né scagliata. L’aspetto esterno è di colore bianco, con eventuali sfumature stagionali di colore paglierino. Al taglio la pasta, che deve avere consistenza elastica ed essere priva di difetti, presenta una leggera fuoriuscita di siero di colore bianco.

La «Mozzarella di Gioia del Colle» si presenta nelle seguenti tre diverse forme: sferoidale, di nodo e di treccia. Il suo peso, secondo la forma e le dimensioni, varia dai 50 ai 1 000 grammi. Viene commercializzata immersa in liquido di governo costituito da acqua, eventualmente acidulata e salata.

L’iter

La registrazione della Mozzarella di Gioia del Colle DOP, avviata nel 2011 dal GAL dei Trulli e di Barsento, è stata piuttosto travagliata. La richiesta è stata contrastata prima dal ricorso – poi respinto – al Tar del consorzio della mozzarella di bufala campana. Successivamente è giunta l’opposizione – anche questa rigettata – alla domanda di registrazione della DOP pubblicata in Gazzetta UE il 21.10.2019, da parte di alcuni produttori tedeschi di pasta filata fresca. Questi sostenevano la genericità della denominazione “mozzarella” già adottata, peraltro, dalla mozzarella di bufala campana DOP e dalla mozzarella Stg.

La Mozzarella di Gioia del Colle, dunque, è iscritta nel registro delle denominazioni di origine e indicazioni geografiche dell’Unione europea, 311° denominazione italiana registrata.

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Aggiornamenti, definizioni

La tutela dell’ambiente: LCA, CF e WF

La tutela dell’ambiente è sempre più oggetto di attenzione da parte di aziende e consumatori. Basti pensare, ad esempio, che il 26% dei consumatori che scelgono prodotti biologici lo fanno perché ritengono che questi siano più rispettosi dell’ambiente.

Vale, quindi, la pena analizzare le principali metodologie standardizzate inerenti proprio alla tutela dell’ambiente. Si analizzeranno, in particolare, la Life Cycle Assessment (LCA), la Carbon Footprint (CF) e la Water Footprint (WF).

La Life Cycle Assessment

La LCA (in italiano “valutazione del ciclo di vita) è una metodologia standardizzata utilizzata per analizzare l’impatto ambientale di un dato prodotto. La definizione data dalla Society of Enviromental Toxicology and Chemistry (SETAC) sulla metodologia in parola nel 1993 è la seguente:

“è un procedimento oggettivo di valutazione degli impatti energetici e ambientali relativi a un prodotto/processo/attività, effettuato attraverso l’identificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente. La valutazione include l’intero ciclo di vita del prodotto/processo/attività, comprendendo l’estrazione e il trattamento delle materie prime, la fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento finale”.

Obiettivo della LCA è quello di individuare e definire le interazioni che il prodotto o il servizio analizzato hanno con l’ambiente. L’analisi viene svolta dal punto di vista della salute umana, della qualità dell’ecosistema e dell’impoverimento delle risorse anche dal punto di vista economico e sociale.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i quattro principi base”

La tutela dell’ambiente: la Carbon Footprint

La Carbon Footprint (CF, in italiano “impronta di carbonio”) è una metodologia standardizzata. Questa misura la quantità totale di anidride carbonica e altri gas serra che vengono associati ad un prodotto durante il suo ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento. Tale metodologia si applica anche ad organizzazioni, eventi, individui e viene espressa in tonnellate di CO2 equivalente.

La Water Footprint   

La Water Footprint (WF, in italiano “impronta idrica”) è, invece, un indicatore relativo al consumo di acqua dolce da parte di un consumatore o di un produttore. La WF di un’impresa è misurata in termini di volumi di acqua evaporati o incorporati in un prodotto e inquinati per unità di tempo.

La WF si calcola tenendo in considerazione tre distinte componenti relative ad acqua:

  • blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e dalle falde acquifere destinate all’utilizzo agricolo, domestico, industriale;
  • verde: è la quantità di acqua piovana che non è parte di nessuna risorsa idrica e non contribuisce al ruscellamento superficiale;
  • grigia: è l’acqua inquinata.
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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

Leggi anche “Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione”

  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Vertical farming: futuro o illusione?

Vertical farming è senza dubbio una locuzione sempre più usata nel settore alimentare. Occorre chiedersi, però, se le tecnologie alla base di tale idea costituiscano davvero il futuro della produzione agroalimentare mondiale o solo un’illusione, una rappresentazione errata del futuro.

Cos’è il vertical farming

Con “vertical farming” si intende individuare quella coltivazione senza suolo organizzata in ambienti chiusi, in verticale e sotto la gestione e il controllo di sistemi automatizzati. Le modalità di coltivazione di questo tipo vengono definite, a seconda delle caratteristiche, idroponica, acquaponica o aeroponica.

Vertical farming – perché?

Le ragioni che stanno alla base dell’idea di vertical farming sono diverse. Prima di tutte, però, emerge con tutta evidenza la necessità di soddisfare una richiesta di prodotti alimentari crescenti e insostenibile. Basti dire, sul punto, che l’Overshoot Day del 2020 è caduto il 22 agosto. In questa data l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali possono rinnovare nel corso dell’intero anno.

Non solo risposta alla domanda di alimenti, però. La soluzione del vertical farming è una risposta anche alla sostenibilità ambientale ed economica del prodotto alimentare. Avere strutture simili nei centri città – o nei pressi di questi – diminuisce la necessità di trasporto e, quindi, inquina meno, potenzialmente fa calare i prezzi e offre preziose occasioni di lavoro nei centri abitati. Tutto ciò senza considerare lo stop all’erosione del suolo.

La coltivazione idroponica

La coltivazione idroponica, una delle possibili alternative per il vertical farming, si caratterizza per l’assenza di suolo e per la sua sostituzione con un substrato inerte irrigato con una soluzione altamente nutritiva per le piante. Le piante, quindi, in questo caso, sono immerse in acqua da cui traggono i nutrienti.

Acquaponica

La coltivazione acquaponica è una modalità che prevede, contemporaneamente, un sistema di agricoltura idroponica e uno di allevamento. In sostanza, la coltivazione idroponica avviene sfruttando anche l’acqua di acquacultura, ricca di sostanze di scarto dei pesci. Tale acqua nutre le piante che ne assorbono i nutrienti e la filtrano e, infine, rientra nelle vasche di acquacultura per ricominciare il ciclo.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Aeroponica

La coltivazione aeroponica avviene in serra. Le piante sono sospese in aria e i nutrienti vengono nebulizzati direttamente sulle radici tramite una soluzione di acqua arricchita da fertilizzanti e nutrienti. Le piante, in ambiente chiuso e controllato, non vengono mai esposte ad agenti inquinanti e infestanti azzerando, così, l’uso di fitofarmaci.

Vertical farming: futuro o illusione?

Ora, verrebbe certamente da chiedersi se questi sistemi, oltre ad essere molto efficaci sulla carta, siano in grado di conquistare il futuro dell’agricoltura sostenibile. La risposta, che potrebbe sembrare scontata, in realtà non lo è.

Moltre, infatti, sono le voci che vorrebbero imporre un freno o, almeno, un controllo ai metodi menzionati. Si tratta di pareri esposti a tutela dell’agricoltura tradizionale e di tutti gli operatori del settore.

Tali voci, inoltre, hanno trovato esplicito accoglimento in alcune norme. Il regolamento (CE) n. 834/2007 disciplinante l’agricoltura biologica, ad esempio, al suo interno specifica che:

Poiché la produzione biologica vegetale si basa sul principio secondo cui i vegetali devono essere nutriti soprattutto attraverso l’ecosistema del suolo, i vegetali dovrebbero essere prodotti sul, e nel, suolo vivo, in associazione con il sottosuolo e il substrato roccioso. Di conseguenza, non dovrebbero essere ammesse né la produzione idroponica, né la coltivazione di vegetali in contenitori, sacche o aiuole in cui le radici non sono in contatto con il suolo vivo.

Anche il nuovo regolamento (UE) n. 2018/848 evidenzia che:

È vietata la produzione idroponica, vale a dire un metodo di coltivazione dei vegetali che non crescono naturalmente in acqua consistente nel porre le radici in una soluzione di soli elementi nutritivi o in un mezzo inerte a cui è aggiunta una soluzione di elementi nutritivi.

Le norme sono chiare, per certi versi comprensibili e dispongono il divieto di ottenimento della certificazione BIO per l’agricoltura idroponica e le altre coltivazioni fuori suolo. Per capire se questi metodi di coltivazione saranno definitivamente posti al centro dei piani di sviluppo del settore, dunque, occorrerà attendere.

Di sicuro i metodi evidenziati rappresentano un’ottima opportunità per gli imprenditori, sia in termini di resa che di stagionalità.

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Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

L’Agricoltura Rigenerativa sta diventando un modello sempre più diffuso e apprezzato dai consumatori. A differenza di altre tecniche, però, ha radici molto lontane nel tempo. Si tratta, in sostanza, di una evoluzione – e estremizzazione – dell’agricoltura biologica. Lo scopo, infatti, è quello di non sfruttare i terreni. Si punta, al contrario, a recuperarne la fertilità unendo tecniche antiche e tecnologie moderne, agendo su minerali, parte organica e microbiologia e riattivando i cicli naturali.

I quattro principi base: 1. rigenerare il suolo

In base a questo primo principio l’agricoltura rigenerativa mira a implementare pratiche in grado di aumentare la fertilità del suolo. Tale scopo è perseguito tramite tramite l’aumento di carbonio organico, elementi minerali e diversità microbiologica. A questo si aggiunge la limitazione dell’erosione del terreno e la valorizzazione delle specificità e le culture locali.

2. Rigenerare gli ecosistemi e la biodiversità con l’agricoltura rigenerativa

Il secondo principio dell’agricoltura rigenerativa richiede di diminuire le contaminazioni ambientali dovute dall’uso di sostanze chimiche di sintesi. Si richiede altresì una gestione efficiente di acque e risorse agro-silvo-pastorali.

3. Rigenerare le relazioni tra gli esseri viventi

In base al terzo principio occorre garantire alle piante trattamenti in grado di sostenerne salute nel tempo e equilibrio fisiologico. E’ altresì necessario rispettare la dignità delle persone e degli animali e favorire rapporti di lavoro e scambio basati sulla tutela dei diritti e sulla trasparenza.

Leggi anche: Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

4. Rigenerare i saperi

Il quarto e ultimo principio prevede la promozione della conoscenza quale bene collettivo da da acquisire e trasmettere in una dimensione di apertura e interazione con gli altri.

Agricoltura rigenerativa: conclusioni

L’agricoltura rigenerativa, come visto, mira a agire attivamente sul suolo, sulla salute delle persone, sulla sostenibilità ambientale, economia e sociale della produzione. Si evidenzia, però che, al momento, questa non riceve specifica definizione normativa e, quindi, il suggerimento rimane quello di porre estrema attenzione a ciò che si riporta in etichetta.

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