Elio Palumbieri
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appuntamenti e interviste

Diritto Agroalimentare LIVE – Cantine San Marzano

Qualche tempo fa ho cominciato a riflettere sull’importanza del dare spazio e voce alle imprese più virtuose del nostro Paese. E, sia chiaro, non è uno spot, si tratta di mettere in luce alcuni aspetti del loro operato che fin troppo spesso rimangono al buio del backstage. Modelli di governance, decisioni di comunicazione, mercati, sistemi di espansione e gestione delle filiere.

Quindi ho deciso: partono le LIVE sul diritto agroalimentare. Sono davvero curioso di incontrarvi tutti e confrontarci direttamente con chi ogni giorno anima il settore agroalimentare.

Si parte martedì prossimo con Mauro di Maggio, Direttore Generale di San Marzano Wines.

Sarà possibile seguire la live su youtube e facebook.

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appuntamenti e interviste

Networking: parte del progetto de “Il Sole 24 Ore”

Da sempre ho amato il networking. Fare rete, fare squadra, confrontarsi. Sono sempre stato sicuro che si trattasse del modo più veloce ed efficace per arricchirsi. L’ho fatto durante il percorso universitario, cercando ogni giorno un confronto e frequentando lezioni e corsi in dipartimenti diversi dal mio e continuo a farlo oggi.

Ho l’immenso onore di far parte del progetto “Partner 24 ore Avvocati” de Il Sole 24 Ore per il settore “Diritto agroalimentare”. Settore che, peraltro, è stato appositamente creato per il mio ingresso.

Ringrazio 4cLegal per il processo di selezione e la pazienza dimostrata nell’ascoltare e assecondare le mie richieste di dare al Diritto Agroalimentare una sezione propria e il Sole24Ore per questa bella opportunità di crescita e confronto.

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Aggiornamenti, definizioni

La tutela dell’ambiente: LCA, CF e WF

La tutela dell’ambiente è sempre più oggetto di attenzione da parte di aziende e consumatori. Basti pensare, ad esempio, che il 26% dei consumatori che scelgono prodotti biologici lo fanno perché ritengono che questi siano più rispettosi dell’ambiente.

Vale, quindi, la pena analizzare le principali metodologie standardizzate inerenti proprio alla tutela dell’ambiente. Si analizzeranno, in particolare, la Life Cycle Assessment (LCA), la Carbon Footprint (CF) e la Water Footprint (WF).

La Life Cycle Assessment

La LCA (in italiano “valutazione del ciclo di vita) è una metodologia standardizzata utilizzata per analizzare l’impatto ambientale di un dato prodotto. La definizione data dalla Society of Enviromental Toxicology and Chemistry (SETAC) sulla metodologia in parola nel 1993 è la seguente:

“è un procedimento oggettivo di valutazione degli impatti energetici e ambientali relativi a un prodotto/processo/attività, effettuato attraverso l’identificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente. La valutazione include l’intero ciclo di vita del prodotto/processo/attività, comprendendo l’estrazione e il trattamento delle materie prime, la fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento finale”.

Obiettivo della LCA è quello di individuare e definire le interazioni che il prodotto o il servizio analizzato hanno con l’ambiente. L’analisi viene svolta dal punto di vista della salute umana, della qualità dell’ecosistema e dell’impoverimento delle risorse anche dal punto di vista economico e sociale.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i quattro principi base”

La tutela dell’ambiente: la Carbon Footprint

La Carbon Footprint (CF, in italiano “impronta di carbonio”) è una metodologia standardizzata. Questa misura la quantità totale di anidride carbonica e altri gas serra che vengono associati ad un prodotto durante il suo ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento. Tale metodologia si applica anche ad organizzazioni, eventi, individui e viene espressa in tonnellate di CO2 equivalente.

La Water Footprint   

La Water Footprint (WF, in italiano “impronta idrica”) è, invece, un indicatore relativo al consumo di acqua dolce da parte di un consumatore o di un produttore. La WF di un’impresa è misurata in termini di volumi di acqua evaporati o incorporati in un prodotto e inquinati per unità di tempo.

La WF si calcola tenendo in considerazione tre distinte componenti relative ad acqua:

  • blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e dalle falde acquifere destinate all’utilizzo agricolo, domestico, industriale;
  • verde: è la quantità di acqua piovana che non è parte di nessuna risorsa idrica e non contribuisce al ruscellamento superficiale;
  • grigia: è l’acqua inquinata.
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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

Leggi anche “Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione”

  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Vino naturale: 12 regole e un nuovo problema di etichettatura

“Vino naturale” è un’indicazione che, con il tempo, abbiamo imparato a conoscere. Si tratta di un vino realizzato principalmente con uve BIO e a fermentazione spontanea. Il mercato del “vino naturale” sta crescendo velocemente. Secondo Nomisma, infatti, il vino naturale attira l’attenzione del 71% dei consumatori che, infatti, vorrebbe ricevere più informazioni in merito.

Vino naturale: la definizione

Il “vino naturale”, però, desta non poche perplessità dal punto di vista dell’etichettatura del prodotto. In assenza di una definizione legislativa, infatti, in Francia  nel 2020 il “Syndicat de défense des vins nature'” ha definito, con 12 regole, la denominazione “Vin méthode nature” utilizzabile in etichetta.

Le 12 regole del vino naturale

Leggi anche “Agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Stando a tale dodecalogo, il vino:

  1. è prodotto esclusivamente con uve biologiche certificate, almeno al 2° anno di conversione;
  2. deve essere prodotto con uve raccolte a mano;
  3. fermenta esclusivamente con con lieviti “indigeni”;
  4. non contiene additivi enologici;
  5. viene prodotto a partire da uva priva di alcuna modifica volontaria;
  6. non subisce trattamenti con “traumatiche” come osmosi inversa, filtrazioni, pastorizzazione flash, termovinificazione;
  7. è privo di solfiti aggiunti o ne contiene un massimo di 30mg / l di SO2 (<30mg / l di sulphites ajoutés);
  8. presenta la carta del “Vin Méthode Nature” a corredo durante le fiere alle quali prenderanno parte;
  9. mostra uno dei due loghi in base ai livelli di solforosa;
  10. è prodotto sulla base di un’autocertificazione fornita annualmente;
  11. deve essere distinto dagli altri vini prodotti dalla cantina;
  12. sono prodotti previa pubblicazione, da parte dei produttori, dei dettagli aziendali.

Il problema di etichettatura

Il CEEV, il 15 aprile 2020, ha posto alla Direzione generale dell’agricoltura e dello sviluppo rurale della Commissione Europea un quesito. La DG, con risposta del 7 settembre 2020, ha evidenziato che, ai sensi dell’articolo 36(2) del Regolamento (UE) N. 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori:

“Le informazioni sugli alimenti fornite su base volontaria soddisfano i seguenti requisiti:

  • non inducono in errore il consumatore come descritto all’ articolo 7;
  • non sono ambigue né confuse per il consumatore; e sono, se del caso, basate sui dati scientifici pertinenti.

Secondo l’articolo 7(1), inoltre:

  • Le informazioni sugli alimenti non inducono in errore, in particolare:

a) per quanto riguarda le caratteristiche dell’alimento e, in particolare, la natura, l’identità, le proprietà, la composizione, la quantità, la durata di conservazione, il paese d’origine o il luogo di provenienza, il metodo di fabbricazione o di produzione;
b) attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede;
c) suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche, in particolare evidenziando in modo esplicito la presenza o l’assenza di determinati ingredienti e/o sostanze nutritive.

Alla luce di tutto quanto detto, quindi, la DG AGRI ritiene che i metodi di produzione previsti dalla normativa europea non includono “méthode nature” e che quindi il termine “naturale” possa creare un rischio per il consumatore di essere indotto in errore.

Per ulteriori informazioni sul tema leggi anche “Vino naturale: il parere della DG Agri”

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Vertical farming: futuro o illusione?

Vertical farming è senza dubbio una locuzione sempre più usata nel settore alimentare. Occorre chiedersi, però, se le tecnologie alla base di tale idea costituiscano davvero il futuro della produzione agroalimentare mondiale o solo un’illusione, una rappresentazione errata del futuro.

Cos’è il vertical farming

Con “vertical farming” si intende individuare quella coltivazione senza suolo organizzata in ambienti chiusi, in verticale e sotto la gestione e il controllo di sistemi automatizzati. Le modalità di coltivazione di questo tipo vengono definite, a seconda delle caratteristiche, idroponica, acquaponica o aeroponica.

Vertical farming – perché?

Le ragioni che stanno alla base dell’idea di vertical farming sono diverse. Prima di tutte, però, emerge con tutta evidenza la necessità di soddisfare una richiesta di prodotti alimentari crescenti e insostenibile. Basti dire, sul punto, che l’Overshoot Day del 2020 è caduto il 22 agosto. In questa data l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali possono rinnovare nel corso dell’intero anno.

Non solo risposta alla domanda di alimenti, però. La soluzione del vertical farming è una risposta anche alla sostenibilità ambientale ed economica del prodotto alimentare. Avere strutture simili nei centri città – o nei pressi di questi – diminuisce la necessità di trasporto e, quindi, inquina meno, potenzialmente fa calare i prezzi e offre preziose occasioni di lavoro nei centri abitati. Tutto ciò senza considerare lo stop all’erosione del suolo.

La coltivazione idroponica

La coltivazione idroponica, una delle possibili alternative per il vertical farming, si caratterizza per l’assenza di suolo e per la sua sostituzione con un substrato inerte irrigato con una soluzione altamente nutritiva per le piante. Le piante, quindi, in questo caso, sono immerse in acqua da cui traggono i nutrienti.

Acquaponica

La coltivazione acquaponica è una modalità che prevede, contemporaneamente, un sistema di agricoltura idroponica e uno di allevamento. In sostanza, la coltivazione idroponica avviene sfruttando anche l’acqua di acquacultura, ricca di sostanze di scarto dei pesci. Tale acqua nutre le piante che ne assorbono i nutrienti e la filtrano e, infine, rientra nelle vasche di acquacultura per ricominciare il ciclo.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Aeroponica

La coltivazione aeroponica avviene in serra. Le piante sono sospese in aria e i nutrienti vengono nebulizzati direttamente sulle radici tramite una soluzione di acqua arricchita da fertilizzanti e nutrienti. Le piante, in ambiente chiuso e controllato, non vengono mai esposte ad agenti inquinanti e infestanti azzerando, così, l’uso di fitofarmaci.

Vertical farming: futuro o illusione?

Ora, verrebbe certamente da chiedersi se questi sistemi, oltre ad essere molto efficaci sulla carta, siano in grado di conquistare il futuro dell’agricoltura sostenibile. La risposta, che potrebbe sembrare scontata, in realtà non lo è.

Moltre, infatti, sono le voci che vorrebbero imporre un freno o, almeno, un controllo ai metodi menzionati. Si tratta di pareri esposti a tutela dell’agricoltura tradizionale e di tutti gli operatori del settore.

Tali voci, inoltre, hanno trovato esplicito accoglimento in alcune norme. Il regolamento (CE) n. 834/2007 disciplinante l’agricoltura biologica, ad esempio, al suo interno specifica che:

Poiché la produzione biologica vegetale si basa sul principio secondo cui i vegetali devono essere nutriti soprattutto attraverso l’ecosistema del suolo, i vegetali dovrebbero essere prodotti sul, e nel, suolo vivo, in associazione con il sottosuolo e il substrato roccioso. Di conseguenza, non dovrebbero essere ammesse né la produzione idroponica, né la coltivazione di vegetali in contenitori, sacche o aiuole in cui le radici non sono in contatto con il suolo vivo.

Anche il nuovo regolamento (UE) n. 2018/848 evidenzia che:

È vietata la produzione idroponica, vale a dire un metodo di coltivazione dei vegetali che non crescono naturalmente in acqua consistente nel porre le radici in una soluzione di soli elementi nutritivi o in un mezzo inerte a cui è aggiunta una soluzione di elementi nutritivi.

Le norme sono chiare, per certi versi comprensibili e dispongono il divieto di ottenimento della certificazione BIO per l’agricoltura idroponica e le altre coltivazioni fuori suolo. Per capire se questi metodi di coltivazione saranno definitivamente posti al centro dei piani di sviluppo del settore, dunque, occorrerà attendere.

Di sicuro i metodi evidenziati rappresentano un’ottima opportunità per gli imprenditori, sia in termini di resa che di stagionalità.

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Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

L’Agricoltura Rigenerativa sta diventando un modello sempre più diffuso e apprezzato dai consumatori. A differenza di altre tecniche, però, ha radici molto lontane nel tempo. Si tratta, in sostanza, di una evoluzione – e estremizzazione – dell’agricoltura biologica. Lo scopo, infatti, è quello di non sfruttare i terreni. Si punta, al contrario, a recuperarne la fertilità unendo tecniche antiche e tecnologie moderne, agendo su minerali, parte organica e microbiologia e riattivando i cicli naturali.

I quattro principi base: 1. rigenerare il suolo

In base a questo primo principio l’agricoltura rigenerativa mira a implementare pratiche in grado di aumentare la fertilità del suolo. Tale scopo è perseguito tramite tramite l’aumento di carbonio organico, elementi minerali e diversità microbiologica. A questo si aggiunge la limitazione dell’erosione del terreno e la valorizzazione delle specificità e le culture locali.

2. Rigenerare gli ecosistemi e la biodiversità con l’agricoltura rigenerativa

Il secondo principio dell’agricoltura rigenerativa richiede di diminuire le contaminazioni ambientali dovute dall’uso di sostanze chimiche di sintesi. Si richiede altresì una gestione efficiente di acque e risorse agro-silvo-pastorali.

3. Rigenerare le relazioni tra gli esseri viventi

In base al terzo principio occorre garantire alle piante trattamenti in grado di sostenerne salute nel tempo e equilibrio fisiologico. E’ altresì necessario rispettare la dignità delle persone e degli animali e favorire rapporti di lavoro e scambio basati sulla tutela dei diritti e sulla trasparenza.

Leggi anche: Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

4. Rigenerare i saperi

Il quarto e ultimo principio prevede la promozione della conoscenza quale bene collettivo da da acquisire e trasmettere in una dimensione di apertura e interazione con gli altri.

Agricoltura rigenerativa: conclusioni

L’agricoltura rigenerativa, come visto, mira a agire attivamente sul suolo, sulla salute delle persone, sulla sostenibilità ambientale, economia e sociale della produzione. Si evidenzia, però che, al momento, questa non riceve specifica definizione normativa e, quindi, il suggerimento rimane quello di porre estrema attenzione a ciò che si riporta in etichetta.

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Aggiornamenti, definizioni, diritto alimentare

Novel food: la decisione della Corte di Giustizia

I novel food costituiscono uno dei settori di maggiore interesse per lo sviluppo del diritto agroalimentare e del mercato agroalimentare europeo. Il tema è stato recentemente oggetto di decisione da parte della Corte di Giustizia UE.

Di novel food ho parlato più volte, anche in maniera più “provocatoria”. Ad esempio, qui trovi un mio articolo titolato “Pasta e cavallette? Perché no?”. Si tratta di un tema delicato che va analizzato con la giusta freddezza. Perché, specie con riferimento ad alimenti come gli insetti, è un tema di prospettiva: lontano dalle nostre abitudini ma, forse, necessario per renderle sostenibili.

In linea generale si può affermare che i novel food sono alimenti che non sono stati consumati in sicurezza prima del 15 maggio 1997.

Novel food: la sentenza della Corte di Giustizia

I novel food sono stati recentemente oggetto della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. III, del 1.10.2020, resa nella causa C-526/19.

Leggi anche: i requisiti per la vendita di alimenti online

La decisione prende spunto dal rinvio pregiudiziale del Conseil d’Etat francese. Il procedimento

Oggetto della decisione

Il rinvio pregiudiziale concerneva l’interpretazione dell’art. 1, par. 2, del regolamento (CE) n. 258/97 e, in particolare, la definizione di “ingredienti isolati a partire da animali”. L’articolo menzionato così recita:

Il presente regolamento si applica all’immissione sul mercato dell[‘Unione] di prodotti e ingredienti alimentari non ancora utilizzati in misura significativa per il consumo umano nell[‘Unione] e che rientrano in una delle seguenti categorie:

(…)

e) […] ingredienti alimentari isolati a partire da animali […]”.

Ora, come noto, il regolamento in commento è stato abrogato e sostituito dal regolamento (UE) 2015/2283, il quale, all’art. 3, par. 2, afferma invece:

“Si applicano inoltre le seguenti definizioni:

a) «nuovo alimento»: qualunque alimento non utilizzato in misura significativa per il consumo umano nell’Unione prima del 15 maggio 1997, a prescindere dalla data di adesione all’Unione degli Stati membri, che rientra in almeno una delle seguenti categorie:

[…]

v) alimenti costituiti, isolati od ottenuti a partire da animali o da parti dei medesimi, ad eccezione degli animali ottenuti mediante pratiche tradizionali di riproduzione utilizzate per la produzione alimentare nell’Unione prima del 15 maggio 1997 qualora tali alimenti ottenuti da detti animali vantino una storia di uso sicuro come alimento nell’Unione;

La definizione menzionata, in sostanza, amplia quella del precedente regolamento, specificando che per novel food si intendono sia parti di animali o sostanze da questi derivanti, ma anche organismi nel loro complesso.

La decisione della Corte di Giustizia UE

La Corte è quindi intervenuta sul punto interpretando la disposizione nel senso che l’espressione “isolati a partire da animali” fa riferimento ad un processo di estrazione dall’animale e, pertanto, nessuna interpretazione possibile di tale espressione può condurre a fare riferimento all’animale intero.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, import-export

I requisiti per la vendita di alimenti online

I requisiti per la vendita di alimenti online consentono, a chi interessato, di intraprendere un’attività di e-commerce o marketplace. Si tratta di un business in continua crescita, specie se si considera che, nel 2019, gli italiani hanno speso 1,6 miliardi di euro per l’acquisto di generi alimentari online[1]. Un settore, dunque, in crescita in cui sicuramente conviene investire. Si tratta, peraltro, di uno dei settori in cui, in questi mesi, si sta maggiormente concentrando la mia attività. Le nuove iniziative imprenditoriali che puntano alla vendita online di prodotti alimentari sono svariate così come non mancano le aziende già consolidate impegnate nell’apertura di nuovi canali di vendita.

Leggi anche: Come avviare un e-commerce di prodotti alimentari

I requisiti per la vendita di alimenti online possono essere soggettivi o oggettivi. Si tratta di elementi richiesti al fine di assicurare la preparazione dell’OSA e la sua capacità di garantire igiene e sicurezza degli alimenti.

Requisiti per la vendita di alimenti online: i requisiti personali

I requisiti personali o soggettivi si distinguono in requisiti morali o di onorabilità e requisiti personali o professionali.

I primi vietano l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, ad esempio, a coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali o professionali. Eccezione alla regola è il caso in cui gli stessi abbiano ottenuto la riabilitazione.

I requisiti personali e professionali, invece, prevedono che l’attività di vendita di prodotti alimentari possa essere svolta da chi è in possesso di specifici requisiti determinati. Tra questi rientrano, ad esempio, aver frequentato con esito positivo un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito o riconosciuto dalle regioni o dalle province autonome di Trento e di Bolzano (corso SAB).

Requisiti oggettivi

Tra i requisiti oggettivi si evidenzia la disponibilità dei locali adibiti a magazzino per lo stoccaggio della merce. Gli stessi, inoltre, devono essere conformi a tutte le disposizioni urbanistiche, edilizie, di prevenzione incendi e inquinamento acustico, di igiene e sicurezza degli alimenti.

Altre informazioni

Non solo requisiti soggettivi e oggettivi, però. Avviare un e-commerce o un marketplace di prodotti alimentari richiede il rispetto di svariate norme. Fra tutte è importantissimo ricordare che online il consumatore deve poter rinvenire tutte le informazioni riportate in etichetta. Le informazioni devono, quindi, essere sempre disponibili, chiare e leggibili. Sul punto attenzione soprattutto a chi gestisce un marketplace consentendo al produttore l’upload delle informazioni: la responsabilità in caso di mancata osservanza della compliance potrebbe essere condivisa.


[1] Linkiesta

"BIOCIDA"/
definizioni, farmaceutico, norme europee

L’autorizzazione di un prodotto biocida

L’autorizzazione di un prodotto biocida quali, ad esempio, l’igienizzante per le mani, risponde alla necessità di controllo e garanzia di sicurezza. Chi intende commercializzare un biocida, infatti, deve preventivamente ottenere una autorizzazione all’immissione in commercio. Le tipologie di autorizzazione sono tre: nazionale, europea e semplificata.

L’autorizzazione di un prodotto biocida: autorizzazioni nazionali

Si tratta dell’autorizzazione funzionale alla commercializzazione in un unico Paese. La richiesta dovrà essere presentata tramite la piattaforma R4BP 3. Una volta ottenuta l‘autorizzazione, saranno disponibili:

– i termini e le condizioni dell‘autorizzazione

– il riassunto delle caratteristiche del prodotto

– il report della valutazione.

L’autorizzazione di un prodotto biocida c.d. reciproca

Nel caso in cui il richiedente abbia interesse a immettere in commercio il biocida in più di un Paese europeo si potrà procedere tramite autorizzazione reciproca. Si tratta di un’autorizzazione nazionale estesa ad altri paesi europei. Il riconoscimento reciproco può essere in sequenza, o in parallelo, a seconda che il prodotto sia stato già autorizzato in un paese membro o meno. Anche in questo caso la domanda deve essere presentata tramite la piattaforma R4BP 3.

leggi anche: Le prospettive del settore agroalimentare nel rapporto della Commissione UE

L’Autorizzazione Europea

Chi, invece, intende ottenere un’autorizzazione valida in tutti i Paesi dell’Unione Europea può procedere tramite l’autorizzazione europea che attribuisce in ciascuno Stato membro gli stessi diritti e gli stessi obblighi di un’autorizzazione nazionale. La richiesta va presentata tramite l’ECHA.

La procedura semplificata

Ultima procedura ammessa è quella semplificata. E’ ammessa solo per determinate categorie di prodotti e purché il biocida non contenga alcuna sostanza potenzialmente pericolosa, nanomateriali, sia sufficientemente efficace e la sua destinazione d’uso non necessiti di dispositivi di protezione individuale.

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