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Food delivery: le regole anti-covid-19

L’aumento dell’utilizzo dei servizi di food delivery richiede una riflessione sulle misure di sicurezza anti-contagio adottate.

Durante questo periodo di “chiusura” totale o parziale, a seconda delle regioni, gli italiani hanno usufruito in maniera più elevata rispetto al passato dei servizi di ecommerce e food delivery. In questa situazione moltissime realtà hanno cominciato ad effettuare consegne a domicilio ma pare opportuno evidenziare che anche questo settore del comparto alimentare non è esente da specifiche norme, anche straordinarie.

La crescita del digital food delivery

Il food delivery in questo periodo non fa che confermare un trend in forte crescita già registrato in precedenza. Nel 2019, infatti, il comparto ha fatto segnare un fatturato di 566 milioni di euro con un incremento annuale del 56% . Oggi la domanda del servizio food delivery supera di quattro volte quella di cibo al ristorante.

Durante la fase di emergenza si è registrato un incremento di nuovi clienti. Di questi, secondo le interviste svolte dall’Osservatorio JustEat, il 34% ha dichiarato di non aver mai ordinato tramite digital food delivery. Tra le città maggiormente attive vi sono Milano, Roma, Torino, Napoli, Lecce e Palermo.

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Le regole

In questo periodo anche la consegna a domicilio di alimenti è regolata da un unico imponente imperativo: garantire la sicurezza degli operatori e dei fruitori del servizio. Si tratta di regole che riguardano tanto la fase di preparazione quanto quella della consegna.

Il rapporto con i fornitori e la fase di preparazione

L’accesso ai locali deve essere limitato il più possibile. E’, infatti, consigliato di accogliere i fornitori in un’area designata, evitando ogni contatto superfluo, effettuando anche la consegna dei documenti di trasporto via mail.

Le regole concernenti la fase di produzione del cibo non differiscono particolarmente da quelle consuete. Separazione degli alimenti, cottura degli alimenti ad almeno 70° al cuore, pulizia continua degli utensili utilizzati.

La consegna

Le regole fondamentali per la consegna dei prodotti sono le seguenti:

  • separazione dei locali di produzione da quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini;
  • materiali di trasporto e confezionamento degli alimenti adeguati;
  • etichetta riportante tutte le informazioni sul prodotto;
  • rispetto delle distanze di sicurezza e utilizzo dei dispositivi di sicurezza;
  • il personale deve essere munito di zaini termici e di contenitori adatti al trasporto dei cibi.

Food delivery “fatto in casa”. Occhio alle informazioni

Peraltro è da evidenziarsi anche un fenomeno piuttosto nuovo: il servizio di food delivery “fatto in casa”. I ristoratori, infatti, in questo periodo di difficoltà, stanno utilizzando le piattaforme più disparate per poter comunicare il proprio servizio di consegna a domicilio. Gli ordini vengono raccolti tramite email, whatsapp, telegram, persino telefonicamente. In tutti questi casi c’è un’evidente mancanza di informazioni fornite al consumatore. Gli ordini effettuati con queste modalità, infatti, spesso sono carenti di comunicazione delle corrette informazioni sugli alimenti. E’ bene ricordate, invece, che tali informazioni (ad esempio quelle sugli allergeni) devono essere obbligatoriamente fornite al consumatore, qualunque sia il mezzo utilizzato.

Fonti:
Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano e di Netcomm
Osservatorio JustEat
Samrush

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Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

Riqualificare le filiere agroalimentari è il titolo dell’ebook pubblicato per Wolters Kluwer Italia. Si tratta di un lavoro che vede tra gli autori, oltre a me, l’Avv. Paolo Felice e l’Avv. Massimo Zortea.

Riqualificare le filiere agroalimentari: la sostenibilità

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Scopo del volume è trattare la riqualificazione delle filiere agroalimentari in chiave di economia circolare. La sostenibilità, infatti, non può che essere l’assoluta protagonista dell’evoluzione delle filiere agroalimentari e va analizzata sotto diversi punti di vista: sostenibilità ambientale, il benessere degli animali, l’agricoltura biologica, il rispetto dei lavoratori e della sicurezza sul lavoro. Significa anche combattere lo spreco alimentare sia per motivi ambientali e climatici che per ragioni etiche.

I contenuti del volume

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Il testo vuole fornire risposte a tre elementi fondamentali. In primo luogo, infatti, vengono inquadrate le molteplici componenti di una filiera agroalimentare, anche a livello definitorio. Una corretta definizione di filiera agroalimentare, infatti, può e deve essere capace di coglierne la complessità, superando il mero dato merceologico. In secondo luogo, il volume “Riqualificare le filiere agroalimentari” identifica alcuni temi scelti, che rappresentano altrettanti punti nevralgici per la riqualificazione delle filiere quali, ad esempio, i sistemi aggregativi di imprese. Infine, secondo l’impostazione della collana “Riqualificare”, propone l’ascolto di operatori ed esperti del settore, interpreti quotidiani della vita pratica di filiera ma anche impegnati da tempo nella riflessione strategica sulla transizione dell’agroalimentare italiano di fronte agli scenari della globalizzazione.

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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

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Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131: pane fresco e conservato

Il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 ha regolato e disciplinato le attività dei panifici, con particolare attenzione al pane fresco e conservato. Tra gli elementi degni di nota si segnalano il divieto di aggiungere conservanti al pane fresco e il limite di tre giorni al suo ciclo di lavorazione.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e i panifici

Il decreto fornisce una definizione di «panificio», «pane fresco» e «pane conservato», disciplinandone denominazioni e diciture.

Con il termine “panificio” << si intende – ai sensi dell’articolo 1 – l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale>>.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane fresco

Può essere denominato “pane fresco”, ai sensi dell’articolo 2, solo il pane lavorato << secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante>> (articolo 2). A ciò, il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131, aggiunge il divieto di far decorrere più di 72 ore dall’avvio della lavorazione alla messa in vendita del pane fresco.

chef che prepara pane: decreto ministeriale 1.10.18 n. 131

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane conservato

Al pane conservato o a durabilità prolungata si applicano gli obblighi relativi alle informazioni da fornire al consumatore già regolare dal Regolamento (UE) n. 1169/2011 e inerenti allo stato fisico del prodotto (es. congelato, decongelato).

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Prodotti senza glutine

I prodotti senza glutine rappresentano un vero e proprio ibrido. Il “claim” ad essi collegato (cioè lo “slogan” “senza glutine” o “gluten free”), infatti, da un lato rappresenta un veicolo pubblicitario e, dall’altro, è particolarmente rilevante anche per coloro che soffrono di determinate patologie come celiachia e intolleranza al glutine.

https://www.youtube.com/watch?v=kHiDn7HEgWY

Leggi anche: informazioni nutrizionali e sulla salute in etichetta

Cos’è il glutine?

Per “glutine” deve intendersi quella frazione proteica presente nel frumento, nella segale, nell’orzo, nell’avena e nelle loro varietà incrociate e derivati che è insolubile in acqua e in soluzione di cloruro di socio 0,5M a cui alcune persone sono intolleranti.

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i prodotti senza glutine, gluten free

E’ obbligatorio indicarlo in etichetta?

L’indicazione della presenza di glutine è obbligatoria mentre meramente facoltativa rimane la possibilità di evidenziare in etichetta l’assenza di glutine. In tal caso, però:

  • è possibile riportare in etichetta il claim “senza glutine” solo se il contenuto di esso non è superiore a 20mg/kg;
  • è possibile scrivere “con contenuto di glutine molto basso” nel solo caso in cui il contenuto non sia superiore a 100 mg/kg;
  • nel caso specifrico di alimenti contenenti avena presentati con i claim “senza glutine” o “con contenuto di glutine molto basso”, è obbligatorio che si tratti di avena specialmente prodotta, preparata o lavorata in modo da evitare contaminazioni di frumento, segale, orzo o loro varietà incrociate e, in ogni caso, il contenuto di glutine non dovrà essere superiore a 20 mg/kg.

Leggi anche: “Controlli nel settore alimentare, Italia prima in Europa”

Prodotti senza glutine: quali altri claims sono utilizzabili?

E’ possibile riportare in etichetta anche le diciture “specificamente formulato per celiaci” o “per persone intolleranti al glutine” ma nel solo caso in cui l’alimento sia stato espressamente prodotto, preparato e/o lavorato per ridurre il tenore di glutine di uno o più ingredienti oppure per sostituire gli ingredienti contenenti glutine con altri ingredienti che ne sono naturalmente privi.

In ogni caso, però, tali claims non potranno essere presenti negli alimenti per lattanti e in quelli per il proseguimento.

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Giornata Mondiale dell’Alimentazione, cosa puoi fare?

Il tema scelto dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) per l’edizione 2018 della Giornata mondiale dell’alimentazione è: “Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo a Fame Zero entro il 2030 è possibile”.

La FAO e la Giornata Mondiale dell’Alimentazione

La Giornata Mondiale dell’Alimentazione è stata Istituita nel novembre del 1979 durante i lavori della ventesima conferenza generale della Fao. Oggi, dunque, la giornata si celebra il 16 ottobre per ricordare il giorno della fondazione della FAO. Obiettivo dell’organizzazione, infatti, è quello di sensibilizzare le persone su problemi legati alla sicurezza alimentare e alla povertà, alla fame e alla malnutrizione e alla necessità di agire per superarle.

In Italia

In italia sono 2,7 milioni le persone che sono state costrette, nell’ultimo anno, a chiedere aiuto per mangiare.
Tra le categorie coinvolte, secondo le stime Coldiretti, vi sono 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni. Inoltre, ad essere colpiti, sono circa 200mila anziani sopra i 65 anni e quasi 100mila senza fissa dimora.

Nel Mondo

In tutto il mondo circa 124 milioni di persone soffrono di fame acuta, 151 milioni di bambini subiscono arresto della crescita e 51 milioni il deperimento.Le regioni in maggiore difficoltà, però, sono l’Asia meridionale e l’Africa a Sud del Sahara. In Africa, a Sud del Sahara, si registra un tasso di denutrizione del 22%. A spiccare sono lo Zimbabwe (46,6%) e la Somalia (50,6%).

Il paradosso

giornata mondiale dell'alimentazione il paradosso

Basta un’analisi più dettagliata, però, per rendersi conto di quanto la situazione sia ancora più paradossale. Ben 1,9 miliardi di persone, oltre un quarto della popolazione mondiale, infatti, sono in sovrappeso. Si contano circa 672 milioni mentre 3,4 milioni di persone muoiono ogni anno per problemi derivanti dall’obesità. Gli sprechi domestici, secondo la Coldiretti, rappresentano ben il 54% del totale.  Sono, inoltre, superiori a quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%) per un totale di oltre 16 miliardi che finiscono nel bidone in un anno.

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Controlli nel settore alimentare: Italia prima in UE

La Commissione UE ci ricorda che l’Italia è il Paese UE con più controlli nel settore alimentare. Parliamo di 1.400 segnalazioni che ci rendono il Paese più attivo nel sistema di allerta rapido europeo per alimenti e mangimi. Si tratta, in sostanza, di una verifica attuata in base allo scambio di informazioni tra autorità nazionali UE sulle misure in risposta ai rischi relativi alla sicurezza alimentare. L’Italia ha inoltrato il maggior numero di prime notifiche e di risposte a segnalazioni degli altri stati membri. 

La sostanza maggiormente segnalata

Peculiarità del 2017 sono state le segnalazioni relative all’utilizzo del fipronil, sostanza protagonista dei casi di uova contaminate che nell’estate del 2017 ha coinvolto principalmente Olanda e Belgio. 

Il Paese più colpito dai controlli nel settore alimentare

Il Paese più colpito dalle notifiche italiane è la Spagna, segnalata soprattutto per il ritrovamento di tracce di mercurio nel pesce. 

La necessità dell’apporto di un professionista specializzato

Tutto ciò pone in evidenza una ulteriore necessità per le nostre aziende. Queste devono farsi affiancare da un professionista specializzato in diritto alimentare in grado di porre in collegamento tutti i tecnici che devono orbitare attorno ad un’azienda. Parliamo di un professionista multisettoriale, dunque, chiamato a individuare e correlare tutti gli aspetti normativi della materia. Un adeguato controllo di un’azienda richiede conoscenze nei settori  civilistico, penale, amministrativo, comunitario e comparato e, naturalmente, internazionale (si pensi ad es. alla disciplina della concorrenza, alla proprietà industriale, alle denominazioni d’origine). Un professionista capace di relazionarsi con altre figure professionali (architetti e ingegneri, chimici e biologi, soggetti e istituzioni deputati al controllo).

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