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L’autorizzazione di un prodotto biocida

L’autorizzazione di un prodotto biocida quali, ad esempio, l’igienizzante per le mani, risponde alla necessità di controllo e garanzia di sicurezza. Chi intende commercializzare un biocida, infatti, deve preventivamente ottenere una autorizzazione all’immissione in commercio. Le tipologie di autorizzazione sono tre: nazionale, europea e semplificata.

L’autorizzazione di un prodotto biocida: autorizzazioni nazionali

Si tratta dell’autorizzazione funzionale alla commercializzazione in un unico Paese. La richiesta dovrà essere presentata tramite la piattaforma R4BP 3. Una volta ottenuta l‘autorizzazione, saranno disponibili:

– i termini e le condizioni dell‘autorizzazione

– il riassunto delle caratteristiche del prodotto

– il report della valutazione.

L’autorizzazione di un prodotto biocida c.d. reciproca

Nel caso in cui il richiedente abbia interesse a immettere in commercio il biocida in più di un Paese europeo si potrà procedere tramite autorizzazione reciproca. Si tratta di un’autorizzazione nazionale estesa ad altri paesi europei. Il riconoscimento reciproco può essere in sequenza, o in parallelo, a seconda che il prodotto sia stato già autorizzato in un paese membro o meno. Anche in questo caso la domanda deve essere presentata tramite la piattaforma R4BP 3.

leggi anche: Le prospettive del settore agroalimentare nel rapporto della Commissione UE

L’Autorizzazione Europea

Chi, invece, intende ottenere un’autorizzazione valida in tutti i Paesi dell’Unione Europea può procedere tramite l’autorizzazione europea che attribuisce in ciascuno Stato membro gli stessi diritti e gli stessi obblighi di un’autorizzazione nazionale. La richiesta va presentata tramite l’ECHA.

La procedura semplificata

Ultima procedura ammessa è quella semplificata. E’ ammessa solo per determinate categorie di prodotti e purché il biocida non contenga alcuna sostanza potenzialmente pericolosa, nanomateriali, sia sufficientemente efficace e la sua destinazione d’uso non necessiti di dispositivi di protezione individuale.

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Vino: il rilancio del settore in Germania

Il settore “vino” è certamente uno dei più colpiti dal periodo di lockdown dovuto al Covid-19.

Vino: la situazione di crisi

Come riportato dalla Commissione Europea, infatti, il consumo di vino in ristoranti e bar, che solitamente rappresenta il 30% del consumo complessivo, si è fermato a lungo e l’aumento del consumo privato non è sufficiente a compensare le perdite. Particolarmente negative le vendite di spumanti e vini costosi. Anche le esportazioni stanno risentendo della situazione mondiale, con un crollo del 14% rispetto alla media degli ultimi 5 anni.

In questo contesto molti Paesi europei stanno cercando di fornire delle risposte al comparto.

La risposta tedesca per il mercato del vino

In Germania, ad esempio, il settore è in sofferenza da anni e, per questo, potrebbe concludersi entro dicembre un percorso, cominciato un anno fa circa, che porterà ad una modifica delle norme che regolano il settore vitivinicolo. Ad annunciarlo è stato il ministro federale Julia Klöckner.

Il confronto avviato con rappresentanti dell’industria e degli Stati federali tramite svariate tavole rotonde ha portato a quello che viene definito dalla stessa ministro, un progetto di legge equilibrato che tiene conto dei diversi interessi. 

Le proposte

Fondamentalmente la proposta tedesca si caratterizza per tre grandi riforme.

  • Sviluppo ulteriore delle indicazioni circa l’origine geografica del prodotto;
  • Nuovi limiti agli spazi per i nuovi impianti: 0,3% sull’area totale effettiva coltivata a viti, aggiornato annualmente;
  • Maggiori fondi a sostegno dei viticoltori .

La qualità come origine geografica

Una curiosità – non così banale – è l’identificazione del concetto di qualità con quello di origine geografica. Il progetto di legge, infatti, in apertura, specifica che la “politica della qualità” intrapresa dall’Unione Europea si realizza soprattutto nelle denominazioni di origine protetta. Il concetto, quindi, è quello per cui più è precisa l’indicazione di origine, più è alta la qualità del prodotto. Con questa premessa, quindi, l’intenzione del legislatore tedesco è quella di riposizionare le filiere locali in un sistema basato sull’origine geografica.

 Puoi trovare i disegni di legge menzionati qui:

Progetto: 24o regolamento che modifica il regolamento sul vino

Progetto: decima legge che modifica la legge sul vino

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Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

La strategia Farm To Fork rende più che palese un concetto: il futuro è sostenibile. Sostenibilità ambientale, economica e sociale. I tre pilastri, già presenti a Johannesburg nel 2002, durante il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, riecheggiano oggi in quello che viene definito come il Green Deal europeo.

Sostenibilità e competitività, quindi, con l’agroalimentare come elemento centrale anche del piano di ripresa dell’economia europea.

Farm to Fork: dalla crisi una riflessione

La Commissione ha evidenziato che l’unico modo per rendere il sistema alimentare maggiormente resistente a crisi come quella che stiamo vivendo è la sostenibilità. C’è, infatti, bisogno di ripensare un sistema che oggi contribuisce in misura rilevante all’emissione di Co2 e al consumo di risorse senza, peraltro, fornire un equo ritorno economico. Ma non solo: il percorso della sostenibilità è un percorso di opportunità. Nuove tecnologie e ricerca scientifica possono fornire benefici per tutti, specie se combinati alla crescente domanda di prodotti sostenibili.

Le caratteristiche di un sistema sostenibile

La strategia Farm to Fork ha, quindi, lo scopo di garantire una transizione più veloce e diretta verso un sistema sostenibile. Ma quali sono le caratteristiche di un sistema sostenibile? Secondo la Commissione esse possono essere così riassunte

Leggi anche: cosa significa prodotto biologico

  • avere un impatto ambientale positivo o neutrale;
  • aiutare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico o, comunque, adattarsi agli stessi;
  • invertire la tendenza alla riduzione della biodiversità;
  • assicurare la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute pubblica assicurandosi che tutti abbiano accesso ad una fonte di cibo sufficiente, sicura, nutriente, sostenibile;
  • preservare l’accessibilità del cibo generando però un ritorno economico più equo.

Gli obiettivi della strategia Farm to Fork

La strategia Farm to Fork prevede:

  • 50% dell’uso di pesticidi,
  • 50% di pesticidi altamente pericolosi,
  • 20% nell’uso di fertilizzanti;
  • 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura;
  • triplicare l’attuale conversione dell’agricoltura biologica portando al 25% del totale le terre agricole BIO dell’UE .

Un programma da attuare entro il 2030 che, peraltro, contempla un investimento di 20 miliardi l’anno a tutela della natura.

La Commissione ha contestualmente invitato il Parlamento europeo e il Consiglio ad approvare le strategie e gli impegni da esse derivanti.

Conclusioni: fare sistema

Di certo la strategia Farm to Fork evidenzia una necessità assoluta che è più di metodo che di scopo: fare sistema. Nel 2017 ne parlavamo in un convegno organizzato dalla Scuola di Alta Formazione Agroalimentare presso l’Aula Cossu, di Palazzo Ateneo dell’Università degli Studi di Bari, in Piazza Umberto I n°1. Il convegno aveva lo scopo di proporre un nuovo ruolo per i professionisti nelle filiere agroalimentari proprio in ragione della necessità di “fare sistema”.

In quell’occasione ho tenuto un intervento, insieme a Massimo Zortea, titolato “Costruire una filiera con l’approccio di mainstreaming”.

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Brexit e alimenti: quali conseguenze?

Mentre per il Regno Unito l’ipotesi di una brexit senza accordo pare più che una lontana probabilità, le ipotesi di eventuali aumenti dei prezzi di generi alimentari e di dazi doganali tornano a destare preoccupazione.

In tal caso, infatti, gli scambi tra le due aree sarebbero regolate dalle norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con evidenti ripercussioni negative

La lettera della GDO

A pararne, allora, sono anche le catene della grande distribuzione britanniche come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer. Queste, infatti, hanno inviato un ultimo monito ai parlamentari avvisandoli che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcuni prodotti e, di conseguenza, la loro prolungata assenza sugli scaffali dei supermercati.

Nel dettaglio, nella lettera si specifica che le interruzioni delle esportazioni e delle importazioni, porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari. Basti pensare che quasi la totalità di prodotti come insalata, pomodori e frutti rossi commercializzati dalle società menzionate provengono da paesi UE.

Brexit e alimenti: le barriere non tariffarie

Tutto sarebbe causato, alloral, dall’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA. Tali imposizioni implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per quelle continentali.

Di conseguenza, le esportazioni dalla UE al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero del 47%, con un -47,4% per l’Italia.

Ma questo non è l’unico problema per il nostro Paese.

Brexit: le indicazioni geografiche

Di vitale importanza sarà anche provvedere alla ricerca di nuove forme di tutela delle indicazioni geografiche nell’agro-alimentare. L’Italia, infatti, è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tali indicazioni, peraltro, assumono particolare rilevanza anche nell’export. Basti pensare che la #dopeconomy vale 15,2 miliardi, in crescita del 2,6% nel 2017.

L’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

brexit e etichettatura
brexit e etichettatura degli alimenti

L’etichettatura degli alimenti potrebbe subire, dopo la brexit del 29 marzo, un importante cambiamento. Esportare i propri prodotti in UK, infatti, richiederà l’applicazione di rilevanti correttivi nel caso in cui, entro la data menzionata, la brexit dovesse avvenire in assenza di un accordo con l’UE.

Ecco alcuni dei cambiamenti relativi all’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

Paese di origine

I prodotti destinati al mercato UK non possono essere più propriamente etichettati con la dicitura “UE” o “NON UE”. Devono, infatti, essere riportate ulteriori informazioni online o sull’etichetta presente nei negozi al fine di rendere più chiara ai consumatori l’origine precisa dell’alimento. I prodotti UK destinati, invece, al mercato europeo, invece, non possono essere più etichettati come “UE”.

Biologico

Il logo BIO europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK. Coloro che, prima della brexit, hanno ottenuto il logo “approved UK organic control body”, potranno continuare ad utilizzarlo.

La situazione, com’è ovvio, è in divenire. Non resta che attendere la conclusione del periodo di transizione per avere certezza degli adempimenti derivanti dalla brexit.

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Pasta: le sentenze degli anni ’80 e ’90

Pochi ne sono a conoscenza ma la pasta, negli anni ’80, è stata oggetto di due importanti decisioni della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale.

Le origini della controversia “pasta”

Nel nostro Paese, infatti, la Legge 4 luglio 1967 nn. 580[1]  aveva vietato la vendita e la produzione per la vendita di pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Il divieto, dunque, era esteso sia alle imprese italiane, che non potevano produrre e commercializzare tale prodotto, che alle imprese di altri paesi europei, che non potevano importarlo nel nostro Paese.

La prima decisione del 1988

La Corte di Giustizia, intervenendo sul punto con la decisione del 14 luglio 1988, relativa alla causa C-90/86, ha posto in evidenza l’incompatibilità di tale disposizione con il diritto comunitario evidenziando che non poteva rinvenirsi alcuna giustificazione, sia sotto il profilo della tutela degli interessi dei consumatori che sotto quello della tutela della sanità pubblica. Nel dettaglio, il giudice europeo ha stabilito che:

1. L’ estensione, ad opera di una normativa nazionale sulle paste alimentari, ai prodotti importati del divieto di vendere paste prodotte con grano tenero o con una miscela di grano tenero e di grano duro è incompatibile con gli artt . 30 e 36 del Trattato.

Una restrizione del genere non può infatti essere giustificata dall’esigenza di tutelare i consumatori, dato che questa può essere soddisfatta con mezzi meno restrittivi, come l’ obbligo di indicare l’ esatta composizione dei prodotti venduti o l’ adozione di una particolare denominazione riservata alle paste prodotte esclusivamente con grano duro. Le stesse considerazioni valgono per la necessità di garantire la lealtà dei negozi commerciali.

Essa non può nemmeno essere giustificata da motivi di salvaguardia della sanità pubblica, in mancanza di elementi che consentano di affermare che le paste prodotte con grano tenero contengano additivi chimici o coloranti . Un siffatto divieto generale di vendita è in ogni caso in contrasto col principio di proporzionalità.

I problemi della prima decisione

La decisione, come è possibile evincere dalla massima appena riportata, appare però manchevole di un elemento imprescindibile. Essa, infatti, essendo stata emanata dal giudice europeo, ha regolato i rapporti intercorrenti tra le imprese di uno stato membro e la commercializzazione dei loro prodotti in Italia.


A mancare, dunque, è l’aspetto relativo alla produzione e commercializzazione del medesimo prodotto ma di imprese italiane. Come detto, infatti, la norma italiana vietava anche alle imprese aventi sede sul nostro territorio di produrre e commercializzare pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Sulla questione, però, occorreva l’intervento di un giudice interno.

L’intervento della Corte Costituzionale

Ebbene, la Corte costituzionale italiana, con sentenza del 30 dicembre 1997, n. 443, ha interpretato il principio di non discriminazione statuendo che la sua applicazione va intesa, per quanto interessa il legislatore interno e stante la mancata armonizzazione, nel senso di un complessivo adeguamento del diritto interno ai principio di cui agli artt. 30 e seguenti del trattato. Ciò implica che le imprese italiane non possono essere gravate di oneri e divieti che non vengono imposti alle imprese europee. La Corte costituzionale, in particolare, così ha deciso:

La disparità di trattamento tra imprese nazionali e imprese comunitarie, seppure è irrilevante per il diritto comunitario, non lo è dunque per il diritto costituzionale italiano. Non potendo essere da questo risolta mediante l’assoggettamento delle seconde ai medesimi vincoli che gravano sulle prime, poiché vi osta il principio comunitario di libera circolazione delle merci, la sola alternativa praticabile dal legislatore in assenza di altre ragioni giustificatrici costituzionalmente fondate è l’equiparazione della disciplina della produzione delle imprese nazionali alle discipline degli altri Stati membri nei quali non esistano vincoli alla produzione e alla commercializzazione analoghi a quelli vigenti nel nostro Paese.

In definitiva, in assenza di una regolamentazione uniforme in ambito comunitario, il principio di non discriminazione tra imprese che agiscono sullo stesso mercato in rapporto di concorrenza, opera, nella diversità delle discipline nazionali, come istanza di adeguamento del diritto interno ai principi stabiliti nel trattato agli artt. 30 e seguenti; opera, quindi, nel senso di impedire che le imprese nazionali siano gravate di oneri, vincoli e divieti che il legislatore non potrebbe imporre alla produzione comunitaria: il che equivale a dire che nel giudizio di eguaglianza affidato a questa Corte non possono essere ignorati gli effetti discriminatori che l’applicazione del diritto comunitario è suscettibile di provocare.

La Corte, quindi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 30 della Legge 4 luglio 1967, n. 580.


[1] Legge 4 luglio 1967 nn. 580, Diciplina per a lavorazione e commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari

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DOP e nomi generici: il caso “Feta”

Il rapporto tra DOP e nomi generici può facilmente essere analizzato alla luce della sentenza “Feta”

Cos’è una DOP

La <<denominazione di origine>> è un nome tramite il quale si identifica un prodotto:

  • originario di un luogo, regione o, in casi eccezionali, di un paese determinati;
  • la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico ed ai suoi intrinseci fattori naturali e umani; e
  • le cui fasi di produzione si svolgono nella zona geografica delimitata.

Vedi anche: Il rapporto (conflittuale) tra marchi e DOP/IGP

DOP e nomi generici

La Corte di Giustizia si è pronunciata sul rapporto tra DOP e nomi generici con due sentenze del 1999 e del 2005. L’occasione è stata la registrazione come DOP del noto formaggio greco “Feta” avvenuta nel 1996. La Corte, in prima battuta, ha ritenuto che tale denominazione fosse generica in quanto non riconducibile ad alcuna ricetta peculiare o ad una zona geografica in particolare. Nel 1996, dunque, la registrazione è stata per questi motivi annullata.

Vedi anche  Tutela IGP: il caso “Lardo di Colonnata”

Nel 2005, però, la Corte di Giustizia ha cambiato idea. La motivazione, utilissima per comprendere il rapporto tra DOP e nomi generici, è la seguente:

i formaggi che sull’etichetta recano la denominazione “Feta” sul territorio comunitario in genere contengono nell’etichetta un riferimento implicito o esplicito al territorio, alle tradizioni culturali o alla civiltà greca, attraverso diciture o disegni a forte connotazione ellenica, benché siano prodotti in Stati membri diversi dalla Grecia. Ne deriva che il legame tra la denominazione “Feta” e il territorio ellenico è volontariamente suggerito e ricercato in quanto costituisce un argomento di vendita inerente alla rinomanza del prodotto di origine, ma ciò comporta il rischio reale di indurre il consumatore in confusione. Le etichette apposte sul formaggio “Feta” non originario della Grecia, commercializzato effettivamente nel territorio comunitario con tale denominazione senza fare allusione diretta o indiretta alla Grecia, oltre ad essere numericamente minoritarie, costituiscono una porzione estremamente ridotta del mercato comunitario della “Feta” in termini di quantitativi di formaggio effettivamente commercializzato in questo modo.

La Corte, dunque, riconoscendo un forte richiamo e collegamento del formaggio “Feta” al territorio e alla cultura greca, ha concluso per la non genericità della denominazione.

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Il principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento è stato introdotto all’interno dell’ordinamento europeo dalla sentenza Cassis de Dijon. In base a tale principio ogni prodotto legalmente fabbricato e posto in vendita in uno Stato membro dev’essere, in linea di massima, ammesso sul mercato di ogni altro stato membro se conforme alla normativa del paese d’esportazione.

Il problema del rapporto tra principio di mutuo riconoscimento e norme tecniche

Il problema legato alla definizione appena fornita del principio di mutuo riconoscimento è legato alle c.d. “norme tecniche”. Queste, infatti, concernenti aspetti peculiari della produzione e commercializzazione come composizione, denominazione e qualità, se imposte da ogni Stato membro ben potrebbero porre un serio limite alla libertà di circolazione delle merci. Dunque, per questo motivo, la Commissione già nel 1989 evidenziava che le normative tecniche e commerciali non possono creare ostacoli se non in due casi.

1) Quando siano necessarie per soddisfare esigenze imperative e 

2) quando perseguano un obiettivo di interesse generale, di cui esse costituiscono la garanzia essenziale.

La libera circolazione delle merci nel principio di mutuo riconoscimento

L’obiettivo statuito con il riconoscimento del principio di mutuo riconoscimento dev’essere di natura tale da prevalere sulle esigenze della libera circolazione delle merci, che costituisce una delle regole fondamentali della Comunità. Da quanto detto deriva, quindi, che un imprenditore che intenda commercializzare i propri prodotti alimentari all’interno del territorio europeo ha libertà di farlo  in due casi. In primo luogo quando questi segua tutte le disposizioni dettate in materia di produzione e commercializzazione. In secondo luogo nel caso in cui lo Stato membro in cui intende commercializzarle non preveda norme tecniche contrarie necessarie a soddisfare esigenze imperative e interessi generali.

L’applicazione del principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento, oggi riportato all’art. 114 del TFUE, trova applicazione in svariati casi. Eccone alcuni.

1) il caso dei prodotti da forno, regolato dal d.P.R. 23 giugno 1993 n. 283, il quale, all’art. 4 comma 1, specifica che:


“I prodotti legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri della CEE denominati crackers, fette biscottate e crostini, possono essere liberamente commercializzati in Italia, anche se non conformi alle caratteristiche indicate nel presente regolamento”.

2) il caso inserente alla commercializzazione dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari di cui all’art. 48 della L. n. 128/98.


“Le disposizioni concernenti gli ingredienti, la composizione e l’etichettatura dei prodotti alimentari, di cui alla legge 4 luglio 1967, n. 580, sulla lavorazione e il commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari, non si applicano ai prodotti alimentari legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri dell’Unione europea o negli altri Paesi contraenti l’Accordo sullo spazio economico europeo, introdotti e posti in vendita nel territorio nazionale.”

3) Ulteriormente, il caso relativo alla passata di pomodoro di cui al d.m. 23 settembre 2005:

“Il prodotto avente la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», legalmente fabbricato o commercializzato negli altri Stati dell’Unione europea o in Turchia e legalmente fabbricato negli Stati parti dell’accordo sullo Spazio economico   europeo, può essere commercializzato nel territorio italiano.
Tuttavia è vietato utilizzare la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», anche se accompagnata da integrazioni o specificazioni, per designare un prodotto che si differenzi in modo sostanziale da quello indicato nel presente decreto dal punto di vista della sua composizione o della sua fabbricazione.”

4) Infine, il caso relativo ai prodotti di salumeria di cui al d.m. 21 settembre 2007:

“I prodotti legalmente fabbricati o commercializzati negli altri Stati membri…possono essere commercializzati nel territorio italiano. Tuttavia è vietato utilizzare le denominazioni di vendita previste dal presente decreto, anche se accompagnate da integrazioni o specificazioni, per designare prodotti che si differenziano in modo sostanziale da quelli indicati nel presente decreto dal punto di vista della composizione o della fabbricazione.”

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