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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, import-export

I requisiti per la vendita di alimenti online

I requisiti per la vendita di alimenti online consentono, a chi interessato, di intraprendere un’attività di e-commerce o marketplace. Si tratta di un business in continua crescita, specie se si considera che, nel 2019, gli italiani hanno speso 1,6 miliardi di euro per l’acquisto di generi alimentari online[1]. Un settore, dunque, in crescita in cui sicuramente conviene investire. Si tratta, peraltro, di uno dei settori in cui, in questi mesi, si sta maggiormente concentrando la mia attività. Le nuove iniziative imprenditoriali che puntano alla vendita online di prodotti alimentari sono svariate così come non mancano le aziende già consolidate impegnate nell’apertura di nuovi canali di vendita.

Leggi anche: Come avviare un e-commerce di prodotti alimentari

I requisiti per la vendita di alimenti online possono essere soggettivi o oggettivi. Si tratta di elementi richiesti al fine di assicurare la preparazione dell’OSA e la sua capacità di garantire igiene e sicurezza degli alimenti.

Requisiti per la vendita di alimenti online: i requisiti personali

I requisiti personali o soggettivi si distinguono in requisiti morali o di onorabilità e requisiti personali o professionali.

I primi vietano l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, ad esempio, a coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali o professionali. Eccezione alla regola è il caso in cui gli stessi abbiano ottenuto la riabilitazione.

I requisiti personali e professionali, invece, prevedono che l’attività di vendita di prodotti alimentari possa essere svolta da chi è in possesso di specifici requisiti determinati. Tra questi rientrano, ad esempio, aver frequentato con esito positivo un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito o riconosciuto dalle regioni o dalle province autonome di Trento e di Bolzano (corso SAB).

Requisiti oggettivi

Tra i requisiti oggettivi si evidenzia la disponibilità dei locali adibiti a magazzino per lo stoccaggio della merce. Gli stessi, inoltre, devono essere conformi a tutte le disposizioni urbanistiche, edilizie, di prevenzione incendi e inquinamento acustico, di igiene e sicurezza degli alimenti.

Altre informazioni

Non solo requisiti soggettivi e oggettivi, però. Avviare un e-commerce o un marketplace di prodotti alimentari richiede il rispetto di svariate norme. Fra tutte è importantissimo ricordare che online il consumatore deve poter rinvenire tutte le informazioni riportate in etichetta. Le informazioni devono, quindi, essere sempre disponibili, chiare e leggibili. Sul punto attenzione soprattutto a chi gestisce un marketplace consentendo al produttore l’upload delle informazioni: la responsabilità in caso di mancata osservanza della compliance potrebbe essere condivisa.


[1] Linkiesta

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Aggiornamenti, diritto alimentare, import-export, norme europee, Tendenze

Vino: il rilancio del settore in Germania

Il settore “vino” è certamente uno dei più colpiti dal periodo di lockdown dovuto al Covid-19.

Vino: la situazione di crisi

Come riportato dalla Commissione Europea, infatti, il consumo di vino in ristoranti e bar, che solitamente rappresenta il 30% del consumo complessivo, si è fermato a lungo e l’aumento del consumo privato non è sufficiente a compensare le perdite. Particolarmente negative le vendite di spumanti e vini costosi. Anche le esportazioni stanno risentendo della situazione mondiale, con un crollo del 14% rispetto alla media degli ultimi 5 anni.

In questo contesto molti Paesi europei stanno cercando di fornire delle risposte al comparto.

La risposta tedesca per il mercato del vino

In Germania, ad esempio, il settore è in sofferenza da anni e, per questo, potrebbe concludersi entro dicembre un percorso, cominciato un anno fa circa, che porterà ad una modifica delle norme che regolano il settore vitivinicolo. Ad annunciarlo è stato il ministro federale Julia Klöckner.

Il confronto avviato con rappresentanti dell’industria e degli Stati federali tramite svariate tavole rotonde ha portato a quello che viene definito dalla stessa ministro, un progetto di legge equilibrato che tiene conto dei diversi interessi. 

Le proposte

Fondamentalmente la proposta tedesca si caratterizza per tre grandi riforme.

  • Sviluppo ulteriore delle indicazioni circa l’origine geografica del prodotto;
  • Nuovi limiti agli spazi per i nuovi impianti: 0,3% sull’area totale effettiva coltivata a viti, aggiornato annualmente;
  • Maggiori fondi a sostegno dei viticoltori .

La qualità come origine geografica

Una curiosità – non così banale – è l’identificazione del concetto di qualità con quello di origine geografica. Il progetto di legge, infatti, in apertura, specifica che la “politica della qualità” intrapresa dall’Unione Europea si realizza soprattutto nelle denominazioni di origine protetta. Il concetto, quindi, è quello per cui più è precisa l’indicazione di origine, più è alta la qualità del prodotto. Con questa premessa, quindi, l’intenzione del legislatore tedesco è quella di riposizionare le filiere locali in un sistema basato sull’origine geografica.

 Puoi trovare i disegni di legge menzionati qui:

Progetto: 24o regolamento che modifica il regolamento sul vino

Progetto: decima legge che modifica la legge sul vino

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

Aggiornamenti, import-export

Dazi USA sui prodotti UE: lista, valore e origini

I dazi USA, dopo il via libera della WTO, (fondata con il Trattato di Marrakech) impongono una profonda riflessione strategica e politica. Ma qual è il loro valore e quali sono le loro origini?

Si tratta di una tariffa del 25% che colpisce alcuni dei più importanti prodotti del made in Italy e europei. A titolo esemplificativo, si possono citare parmigiano reggiano, pecorino romano, prosciutto, provolone, i vini francesi, l’Emmental svizzero e la groviera.

Consulta la lista completa dei prodotti

Dazi USA: il valore e le origini

Si tratta di una misura che, complessivamente, può raggiungere i 7,5 miliardi di dollari ma che ha un’origine ben precisa.

Si tratta, infatti, di uno degli atti conclusivi di quella che il Sole 24 Ore questa mattina definisce “faida dei cieli“: la guerra tra UE e USA sui sussidi a Airbus da un lato e Boeing dall’altro.

A maggio del 2018, infatti, il tribunale della WTO aveva ritenuto irregolare la concessione di sussidi a Airbus per la costruzione di alcuni dei suoi velivoli. A marzo del 2019, invece, la medesima censura è maturata con riferimento agli aiuti degli USA a Boeing.

leggi anche: la correlazione tra turismo e export agroalimentare

Cosa succederà

Adesso bisogna attendere il passaggio formale del Dispute Settlement Body della WTO, solo dopo questo passaggio Washington potrà imporre i dazi. 

Dopo si attenderà la prima metà del 2020 per la risposta UE che, a sua volta, vuole imporre dazi su 12 miliardi di dollari di import dagli Usa. I beni da colpire sono elencati in una lista che vale circa 20 miliardi di dollari.

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Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Brexit e alimenti: quali conseguenze?

Mentre per il Regno Unito l’ipotesi di una brexit senza accordo pare più che una lontana probabilità, le ipotesi di eventuali aumenti dei prezzi di generi alimentari e di dazi doganali tornano a destare preoccupazione.

In tal caso, infatti, gli scambi tra le due aree sarebbero regolate dalle norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con evidenti ripercussioni negative

La lettera della GDO

A pararne, allora, sono anche le catene della grande distribuzione britanniche come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer. Queste, infatti, hanno inviato un ultimo monito ai parlamentari avvisandoli che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcuni prodotti e, di conseguenza, la loro prolungata assenza sugli scaffali dei supermercati.

Nel dettaglio, nella lettera si specifica che le interruzioni delle esportazioni e delle importazioni, porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari. Basti pensare che quasi la totalità di prodotti come insalata, pomodori e frutti rossi commercializzati dalle società menzionate provengono da paesi UE.

Brexit e alimenti: le barriere non tariffarie

Tutto sarebbe causato, alloral, dall’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA. Tali imposizioni implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per quelle continentali.

Di conseguenza, le esportazioni dalla UE al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero del 47%, con un -47,4% per l’Italia.

Ma questo non è l’unico problema per il nostro Paese.

Brexit: le indicazioni geografiche

Di vitale importanza sarà anche provvedere alla ricerca di nuove forme di tutela delle indicazioni geografiche nell’agro-alimentare. L’Italia, infatti, è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tali indicazioni, peraltro, assumono particolare rilevanza anche nell’export. Basti pensare che la #dopeconomy vale 15,2 miliardi, in crescita del 2,6% nel 2017.

L’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

brexit e etichettatura
brexit e etichettatura degli alimenti

L’etichettatura degli alimenti potrebbe subire, dopo la brexit del 29 marzo, un importante cambiamento. Esportare i propri prodotti in UK, infatti, richiederà l’applicazione di rilevanti correttivi nel caso in cui, entro la data menzionata, la brexit dovesse avvenire in assenza di un accordo con l’UE.

Ecco alcuni dei cambiamenti relativi all’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

Paese di origine

I prodotti destinati al mercato UK non possono essere più propriamente etichettati con la dicitura “UE” o “NON UE”. Devono, infatti, essere riportate ulteriori informazioni online o sull’etichetta presente nei negozi al fine di rendere più chiara ai consumatori l’origine precisa dell’alimento. I prodotti UK destinati, invece, al mercato europeo, invece, non possono essere più etichettati come “UE”.

Biologico

Il logo BIO europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK. Coloro che, prima della brexit, hanno ottenuto il logo “approved UK organic control body”, potranno continuare ad utilizzarlo.

La situazione, com’è ovvio, è in divenire. Non resta che attendere la conclusione del periodo di transizione per avere certezza degli adempimenti derivanti dalla brexit.

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Pastori sardi: ecco perché protestano

La protesta dei pastori sardi affonda le proprie radici in motivazioni ben chiare.

Pastori sardi: perché protestano?

Questi, infatti, richiedono un prezzo equo del latte ovicaprino che, al momento, viene pagata meno di 60 centesimi dai consorzi di lavorazione industriale.

La protesta avanza da molto tempo

Si tratta di una protesta cominciata già da molti anni. I pastori sardi, infatti, da molto tempo lamentano condizioni di lavoro insostenibili dal punto di vista economico legate, appunto, al prezzo del proprio prodotto, reputato insufficiente anche per coprire le spese vive di produzione. Il risultato potrebbe essere la chiusura delle 12.000 aziende isolane operanti nel settore.

Gli allevamenti sardi ospitano il 40% delle pecore allevate in Italia, per una produzione di latte di circa 3 milioni di quintali, destinati principalmente alla trasformazione in Pecorino romano (DOP).

La commercializzazione del Pecorino romano

Pecorino romano DOP

Il problema sta proprio in questo. La produzione di latte dipende interamente dalla trasformazione dello stesso in Pecorino romano. Le vendite di questo prodotto, però, sono drasticamente calate negli ultimi anni portando lo stesso da un prezzo di vendita di € 7,5 al chilo a € 5,4. I pastori, dunque, hanno subito un dimezzamento dei propri introiti. Per fare un chilo di pecorino servono sei litri di latte di pecora, che in passato è stato retribuito anche 1,20 €/l. Prezzo della materia prima, però, lo scorso anno è sceso a 85 centesimi e ora è arrivato a 60 cent.

Le quote di produzione

La soluzione individuata per salvaguardare i produttori pare non funzionare. E’ stato, infatti, deciso di stabilire annualmente delle quote di produzione al fine di salvaguardare tutta la filiera. Le sanzioni, però, sono basse e, stando a quanto denunciato dai pastori, le violazioni sono continue.

Le richieste dei pastori sardi

I pastori, dunque, chiedono l’innalzamento del prezzo di un litro di latte ad almeno un euro più I.V.A., ancorando il costo al prezzo del pecorino, con una “soglia minima di tutela”, al momento individuata in 70 centesimi al litro e con rivalutazione annuale in base all’andamento del mercato.

Intanto in Sardegna, il prossimo 24 febbraio, si terranno le elezioni regionali. La minaccia dei pastori è quella di bloccare anche le votazioni. La Regione, infatti, viene additata quale maggiore responsabile della situazione attuale delle aziende del settore.

definizioni, diritto alimentare, import-export, norme europee

Pasta: le sentenze degli anni ’80 e ’90

Pochi ne sono a conoscenza ma la pasta, negli anni ’80, è stata oggetto di due importanti decisioni della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale.

Le origini della controversia “pasta”

Nel nostro Paese, infatti, la Legge 4 luglio 1967 nn. 580[1]  aveva vietato la vendita e la produzione per la vendita di pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Il divieto, dunque, era esteso sia alle imprese italiane, che non potevano produrre e commercializzare tale prodotto, che alle imprese di altri paesi europei, che non potevano importarlo nel nostro Paese.

La prima decisione del 1988

La Corte di Giustizia, intervenendo sul punto con la decisione del 14 luglio 1988, relativa alla causa C-90/86, ha posto in evidenza l’incompatibilità di tale disposizione con il diritto comunitario evidenziando che non poteva rinvenirsi alcuna giustificazione, sia sotto il profilo della tutela degli interessi dei consumatori che sotto quello della tutela della sanità pubblica. Nel dettaglio, il giudice europeo ha stabilito che:

1. L’ estensione, ad opera di una normativa nazionale sulle paste alimentari, ai prodotti importati del divieto di vendere paste prodotte con grano tenero o con una miscela di grano tenero e di grano duro è incompatibile con gli artt . 30 e 36 del Trattato.

Una restrizione del genere non può infatti essere giustificata dall’esigenza di tutelare i consumatori, dato che questa può essere soddisfatta con mezzi meno restrittivi, come l’ obbligo di indicare l’ esatta composizione dei prodotti venduti o l’ adozione di una particolare denominazione riservata alle paste prodotte esclusivamente con grano duro. Le stesse considerazioni valgono per la necessità di garantire la lealtà dei negozi commerciali.

Essa non può nemmeno essere giustificata da motivi di salvaguardia della sanità pubblica, in mancanza di elementi che consentano di affermare che le paste prodotte con grano tenero contengano additivi chimici o coloranti . Un siffatto divieto generale di vendita è in ogni caso in contrasto col principio di proporzionalità.

I problemi della prima decisione

La decisione, come è possibile evincere dalla massima appena riportata, appare però manchevole di un elemento imprescindibile. Essa, infatti, essendo stata emanata dal giudice europeo, ha regolato i rapporti intercorrenti tra le imprese di uno stato membro e la commercializzazione dei loro prodotti in Italia.


A mancare, dunque, è l’aspetto relativo alla produzione e commercializzazione del medesimo prodotto ma di imprese italiane. Come detto, infatti, la norma italiana vietava anche alle imprese aventi sede sul nostro territorio di produrre e commercializzare pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Sulla questione, però, occorreva l’intervento di un giudice interno.

L’intervento della Corte Costituzionale

Ebbene, la Corte costituzionale italiana, con sentenza del 30 dicembre 1997, n. 443, ha interpretato il principio di non discriminazione statuendo che la sua applicazione va intesa, per quanto interessa il legislatore interno e stante la mancata armonizzazione, nel senso di un complessivo adeguamento del diritto interno ai principio di cui agli artt. 30 e seguenti del trattato. Ciò implica che le imprese italiane non possono essere gravate di oneri e divieti che non vengono imposti alle imprese europee. La Corte costituzionale, in particolare, così ha deciso:

La disparità di trattamento tra imprese nazionali e imprese comunitarie, seppure è irrilevante per il diritto comunitario, non lo è dunque per il diritto costituzionale italiano. Non potendo essere da questo risolta mediante l’assoggettamento delle seconde ai medesimi vincoli che gravano sulle prime, poiché vi osta il principio comunitario di libera circolazione delle merci, la sola alternativa praticabile dal legislatore in assenza di altre ragioni giustificatrici costituzionalmente fondate è l’equiparazione della disciplina della produzione delle imprese nazionali alle discipline degli altri Stati membri nei quali non esistano vincoli alla produzione e alla commercializzazione analoghi a quelli vigenti nel nostro Paese.

In definitiva, in assenza di una regolamentazione uniforme in ambito comunitario, il principio di non discriminazione tra imprese che agiscono sullo stesso mercato in rapporto di concorrenza, opera, nella diversità delle discipline nazionali, come istanza di adeguamento del diritto interno ai principi stabiliti nel trattato agli artt. 30 e seguenti; opera, quindi, nel senso di impedire che le imprese nazionali siano gravate di oneri, vincoli e divieti che il legislatore non potrebbe imporre alla produzione comunitaria: il che equivale a dire che nel giudizio di eguaglianza affidato a questa Corte non possono essere ignorati gli effetti discriminatori che l’applicazione del diritto comunitario è suscettibile di provocare.

La Corte, quindi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 30 della Legge 4 luglio 1967, n. 580.


[1] Legge 4 luglio 1967 nn. 580, Diciplina per a lavorazione e commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Alimenti biologici extra-UE

Gli alimenti biologici extra-UE, provenienti, cioè, da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, trovano norme specifiche all’interno del regolamento 834/2007

Il Regolamento 834/2007 sugli alimenti biologici extra-UE

Tale regolamento prevede norme specifiche concernenti l’importazione in territorio europeo di prodotti provenienti da Paesi extra-UE etichettati come prodotti biologici.

In particolare, è sancita la necessità che questi siano conformi:

  • ai requisiti richiesti dal regolamento;
  • ai controlli a cui i prodotti europei vengono sottoposti;
  • alla possibilità di identificare l’OSA, il tipo o la gamma di prodotti e il relativo periodo di validità.

Garanzie fornite dai Paesi terzi e equivalenza

Alimenti biologici extra-UE

A queste regole generali fa eccezione il caso in cui sussistano garanzie equivalenti fornite dai Paesi extra-UE. In tal caso, infatti, gli alimenti biologici extra-UE possono  essere liberamente commercializzati all’interno del mercato europeo.

Un ulteriore metodo tramite il quale i prodotti biologici provenienti da Paesi extra-UE possono essere importati nel mercato europeo è quello della c.d. equivalenza tramite la certificazione di organismi di controllo riconosciuti all’interno dell’Unione Europea. In tale contesto la Commissione dell’Unione Europea può agire sulla base di una valutazione di equivalenza ovvero in assenza di questa. Nel primo caso la Commissione inserirà il Paese terzo in un’apposita lista dopo aver verificato l’equivalenza dei sistemi di produzione e controllo del Paese terzo rispetto a quelli adottati in Europa. Nel secondo caso, invece, la commissione agirà riconoscendo la conformità degli organismi o delle autorità del Paese terzo e effettuando relazioni annuali e verifiche periodiche.

diritto alimentare, import-export, norme europee

Il principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento è stato introdotto all’interno dell’ordinamento europeo dalla sentenza Cassis de Dijon. In base a tale principio ogni prodotto legalmente fabbricato e posto in vendita in uno Stato membro dev’essere, in linea di massima, ammesso sul mercato di ogni altro stato membro se conforme alla normativa del paese d’esportazione.

Il problema del rapporto tra principio di mutuo riconoscimento e norme tecniche

Il problema legato alla definizione appena fornita del principio di mutuo riconoscimento è legato alle c.d. “norme tecniche”. Queste, infatti, concernenti aspetti peculiari della produzione e commercializzazione come composizione, denominazione e qualità, se imposte da ogni Stato membro ben potrebbero porre un serio limite alla libertà di circolazione delle merci. Dunque, per questo motivo, la Commissione già nel 1989 evidenziava che le normative tecniche e commerciali non possono creare ostacoli se non in due casi.

1) Quando siano necessarie per soddisfare esigenze imperative e 

2) quando perseguano un obiettivo di interesse generale, di cui esse costituiscono la garanzia essenziale.

La libera circolazione delle merci nel principio di mutuo riconoscimento

L’obiettivo statuito con il riconoscimento del principio di mutuo riconoscimento dev’essere di natura tale da prevalere sulle esigenze della libera circolazione delle merci, che costituisce una delle regole fondamentali della Comunità. Da quanto detto deriva, quindi, che un imprenditore che intenda commercializzare i propri prodotti alimentari all’interno del territorio europeo ha libertà di farlo  in due casi. In primo luogo quando questi segua tutte le disposizioni dettate in materia di produzione e commercializzazione. In secondo luogo nel caso in cui lo Stato membro in cui intende commercializzarle non preveda norme tecniche contrarie necessarie a soddisfare esigenze imperative e interessi generali.

L’applicazione del principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento, oggi riportato all’art. 114 del TFUE, trova applicazione in svariati casi. Eccone alcuni.

1) il caso dei prodotti da forno, regolato dal d.P.R. 23 giugno 1993 n. 283, il quale, all’art. 4 comma 1, specifica che:


“I prodotti legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri della CEE denominati crackers, fette biscottate e crostini, possono essere liberamente commercializzati in Italia, anche se non conformi alle caratteristiche indicate nel presente regolamento”.

2) il caso inserente alla commercializzazione dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari di cui all’art. 48 della L. n. 128/98.


“Le disposizioni concernenti gli ingredienti, la composizione e l’etichettatura dei prodotti alimentari, di cui alla legge 4 luglio 1967, n. 580, sulla lavorazione e il commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari, non si applicano ai prodotti alimentari legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri dell’Unione europea o negli altri Paesi contraenti l’Accordo sullo spazio economico europeo, introdotti e posti in vendita nel territorio nazionale.”

3) Ulteriormente, il caso relativo alla passata di pomodoro di cui al d.m. 23 settembre 2005:

“Il prodotto avente la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», legalmente fabbricato o commercializzato negli altri Stati dell’Unione europea o in Turchia e legalmente fabbricato negli Stati parti dell’accordo sullo Spazio economico   europeo, può essere commercializzato nel territorio italiano.
Tuttavia è vietato utilizzare la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», anche se accompagnata da integrazioni o specificazioni, per designare un prodotto che si differenzi in modo sostanziale da quello indicato nel presente decreto dal punto di vista della sua composizione o della sua fabbricazione.”

4) Infine, il caso relativo ai prodotti di salumeria di cui al d.m. 21 settembre 2007:

“I prodotti legalmente fabbricati o commercializzati negli altri Stati membri…possono essere commercializzati nel territorio italiano. Tuttavia è vietato utilizzare le denominazioni di vendita previste dal presente decreto, anche se accompagnate da integrazioni o specificazioni, per designare prodotti che si differenziano in modo sostanziale da quelli indicati nel presente decreto dal punto di vista della composizione o della fabbricazione.”

diritto alimentare, english, import-export

Importing food into EU: general requirements

The rules and the general law you need to know in order to import food into EU

There are different requirements you need to follow in order to import food in EU so it is necessary to distinguish between food of non-animal origin, food of animal origin and composite products.
But before this, it is important to define what “food” is, according to the EU food law. The article 2 of Regulation n. 178/2002 defines it as “any substance or product, whether processed, partially processed or unprocessed, intended to be, or reasonably expected to be ingested by humans.
‘Food’ includes drink, chewing gum and any substance, including water, intentionally incorporated into the food during its manufacture, preparation or treatment”.
The article 2 provides a list of what this definition shall not include:
(a) feed;
(b) live animals unless they are prepared for placing on the market for human consumption;
(c) plants prior to harvesting;
(d) medicinal products;
(e) cosmetics;
(f) tobacco and tobacco products;
(g) narcotic or psychotropic substances;
(h) residues and contaminants.

 

General requirements

Certain rules, including food hygiene requirements and food laws are laid down in Regulations n. 852/2004 and 178/2002.

Article 11 of Reg. 178/2002 – Compliance or equivalenceFood and feed imported into the Community for placing on the market within the Community shall comply with the relevant requirements of food law or conditions recognised by the Community to be at least equivalent thereto or, where a specific agreement exists between the Community and the exporting country, with requirements contained therein”.

This means that food imported into the EU shall comply with:

  • The requirements of food law,
  • The conditions recognised by the EU,
  • With requirements stated by specific agreement between the EU and the exporting country.

Article 19 of Reg. n. 178/2002 – Responsibilities of food importers
If a food business operator considers or has reason to believe that a food which it has imported, produced, processed, manufactured or distributed is not in compliance with the food safety requirements, it shall immediately initiate procedures to withdraw the food in question from the market where the food has left the immediate control of that initial food business operator and inform the competent authorities thereof”.

General food requirements

The articles 3 to 6 of Regulation n. 852/2004 provide general food hygiene requirements. In particular, it contains:

  • A general obligation to monitor the food safety of products and process under the responsibility of the operator;
  • Detailed requirements after primary production:
  • Procedures based on the HACCP principles;
  • Registration or approval of establishments;
  • General hygiene provisions for primary production;
  • Microbiological requirements for certain products.

Import procedures for food of non-animal origin

When importing this kind of food the importer has to ensure compliance with the requirements of EU food law or with conditions recognised equivalent. In particular the importer has to consider that:

  • Food of non-animal origin may be submitted to controls in accordance with the article 15 paragraph 1 of Regulation n. 882/2004;
  • Most of non-animal food can enter the EU using any entry point and without any prenotification or certification

Import procedure for food of animal origin

The Regulation n. 136/2004 and the Directive 97/78/EU provide the procedures for veterinary checks at Community border inspection posts on products imported from third countries. For example:

  • Products of animal origin, must be presented at an EU approved border inspection post for being submitted to an import control,
  • Prior notification of the physical arrival of the products on the EU territory must be provided to the border inspection post of arrival using the Common Veterinary Entry Document (CVED),
  • The consignments must be presented to the border inspection post accompanied by all relevant certificates/documents required in EU legislation,
  • Consignments will only be accepted if the products are derived from approved third countries, regions thereof and establishments as appropriate and if veterinary checks had favourable results,
  • In certain cases, safeguard measures introducing special import conditions or restrictions may apply,
  • The procedures as laid down in Regulation (EC) No 136/2004 are to be followed.

Import procedure for composite products

  • Certain composite products have to undergo import controls in border inspection posts as provided for in Regulation n. 28/2012,
  • The same Regulation specifies certification requirements taking into consideration animal and public health requirements.
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