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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Leggi anche: Alimenti biologici extra-UE

Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Diritto agroalimentare: cos’è e come è nato

Il diritto agroalimentare è frutto di un lungo processo evolutivo. Per poterlo comprendere, dunque, è essenziale analizzarne le origini.

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Le origini del diritto agroalimentare

In particolare, a tal fine, occorre far riferimento a due distinte circostanze che hanno inciso nel processo evolutivo della materia. La prima di queste risponde alla peculiare necessità di tutelare la parte debole del rapporto negoziale nel settore agroalimentare: il consumatore.

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Il ruolo del consumatore di prodotti alimentari nel diritto agroalimentare

In tal senso si consideri, peraltro, che questa particolare attenzione rivolta al consumatore ha dovuto rapportarsi, nel corso del tempo, anche con il cambiamento delle preferenze e delle scelte del medesimo. Basti pensare, infatti, al continuo aumentare della sensibilità del consumatore a temi come la salute, la sostenibilità e il biologico e a come questi hanno influenzato il mercato degli alimenti e la correlata produzione normativa.

Il ruolo delle imprese del settore agroalimentare

La seconda circostanza da tenere in considerazione nel tracciare le motivazioni dell’evoluzione del diritto agroalimentare è quella strettamente correlata alle esigenze delle imprese del settore. Si tratta, in sostanza, del secondo stakeholder della filiera agroalimentare i cui interessi, però, ineriscono alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti alimentari.

Il ravvicinamento dei sistemi normativi

Ad animare la costruzione di un diritto agroalimentare, però, è stata la necessità di ravvicinamento dei sistemi normativi nazionali. È, infatti, proprio in tale contesto che le corti europee hanno affermato alcuni dei principi maggiormente importanti per la creazione del mercato unico. Un esempio su tutti è rappresentato dalla nota sentenza Dassonville, con la quale la Corte ha sancito il divieto, gravante sugli Stati membri, di imporre dazi doganali e misure di effetto equivalente negli scambi commerciali.

Dal punto di vista strettamente normativo, invece, vale la pena evidenziare che il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (TCEE), entrato in vigore insieme al Trattato istitutivo della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM o CEEA), faceva rientrare la politica agricola tra le azioni congiunte dei paesi europei delineandone gli aspetti fondamentali agli artt. da 38 a 47.

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Il diritto agroalimentare è stato protagonista di un rapido processo di crescita e cambiamento che, con il tempo, ne ha modificato le caratteristiche e aumentato la rilevanza.

La definizione di alimento

Basti pensare, sotto questo punto di vista, all’evoluzione della definizione giuridica di alimento.

Nel nostro Paese, una prima definizione di alimento è stata fornita con l’art. 2 del Decreto Ministeriale 21.03.1973 in tema di imballaggi per gli alimenti. Ai sensi della disposizione citata, rientrano nella definizione di alimento tutte le sostanze commestibili, solide o liquide, di origine animale, vegetale o minerale, che possono essere ingerite dall’uomo allo stato naturale, o lavorate, o trasformate, o miscelate, compresi i preparati da masticare come il “chewing gum” ed analoghi.

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A chiarire la definizione in commento è intervenuto il Regolamento (CE) 178/2002.

L’articolo 2 della disposizione menzionata può essere suddiviso in due parti: la prima fornisce una definizione generica, mentre la seconda regola casi specifici.

La prima parte così recita:

Ai fini del presente Regolamento si intende per «alimento» (o «prodotto alimentare», o «derrata alimentare») qualsiasi sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito, o di cui si prevede ragionevolmente che possa essere ingerito, da esseri umani.

La seconda parte dell’articolo 2 regola invece casi specifici, utilizzando elementi definitori positivi prima e elementi definitori negativi dopo.

La definizione di impresa alimentare

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Una prima definizione di impresa alimentare è rinvenibile, nel diritto interno, nella Legge n. 283 del 30 aprile 1962, recante la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. Questa, in particolare, all’articolo 2, nel definire il proprio ambito di applicazione, lo limitava a stabilimenti, laboratori di produzione, preparazione e confezionamento, nonché di depositi all’ingrosso di sostanze alimentari.

La definizione in oggetto è stata ampiamente rivista e disciplinata dall’articolo 3 del Regolamento (CE) 178/2002, il quale, sancisce che per “impresa alimentare” deve intendersi: ogni soggetto pubblico o privato, con o senza fini di lucro, che svolge una qualsiasi delle attività connesse ad una delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti.

Il ruolo del professionista

Il professionista specializzato in diritto agroalimentare, a mio parere, è colui che è impegnato esclusivamente in questa attività. La mole normativa, di giurisprudenza e, più in generale, di aggiornamenti, infatti, richiede un impegno giornaliero e costante. Peraltro l’assenza di un vero e proprio codice di diritto agroalimentare rende il reperimento delle fonti particolarmente complesso e, dunque, ancor più dispendioso in termini di tempo e impegno. Il diritto agroalimentare, insomma, è materia che assorbe il professionista del settore e può essere associata solo ad ambiti attigui come, ad esempio, la sostenibilità delle filiere agroalimentari.

Del ruolo del professionista ho scritto per Agrinews di Wolters Kluwer.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

Cosa sono le Free From?

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Alimenti senza lattosio

Per quanto concerne, nello specifico, gli alimenti senza lattosio, vale la pena evidenziare che, fatta eccezione per gli alimenti per lattanti (per i quali la Direttiva 2006/141/CE autorizza la dichiarazione “assenza di lattosio” solo nel caso in cui il prodotto ne contenga per quantità non superiori ai 10 mg/100 kcal), non viene fornita una precisa indicazione normativa dei livelli da tenere in considerazione nel riportare l’informazione in etichetta.

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Sul punto, basti osservare che il Regolamento (UE) nº 609/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini, agli alimenti per fini medici speciali e sostituti dell’intera razione alimentare per il controllo del peso, specifica, al considerando 42, che “le norme in materia di etichettatura e di composizione che indicano l’assenza o la presenza ridotta di lattosio nei prodotti alimentari non sono attualmente armonizzate a livello di Unione. Tali indicazioni sono tuttavia importanti per le persone intolleranti al lattosio”.

L’EFSA

Una motivazione circa tale vuoto normativo è rinvenibile nel contenuto del parere scientifico dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare del 10 settembre 2010 sulle soglie relative al lattosio nell’intolleranza e nella galattosemia”.

Gli esperti dell’EFSA, in tale contesto, hanno premesso che la maggioranza dei soggetti a cui è stata diagnosticata un’intolleranza digeriscono fino a 12 g di lattosio in una singola dose senza manifestare alcun sintomo o, comunque, manifestando sintomi ridotti. Coloro che hanno una difficoltà di digestione possono tollerarne da 20 a 24 g se tale quantità è distribuita tra i pasti e nell’arco della giornata.

L’Autorità ha altresì riportato una generale scarsità di soggetti intolleranti tra i bambini e giovani adulti di origine nord europea.

Stante tale estrema eterogeneità delle caratteristiche dell’intolleranza, l’EFSA ha concluso ponendo in evidenza l’impossibilità di stabilire una soglia univocamente e generalmente tollerabile.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Nel 2015, inoltre, Il Ministero della Salute ha chiarito, con apposite circolari, le condizioni per l’utilizzo in etichetta delle diciture “senza lattosio” e “a ridotto contenuto di lattosio” relative a “latti e prodotti lattiero-caseari”. Alla luce di tali indicazioni, l’indicazione “senza lattosio” può essere riportata in etichetta per latti e prodotti lattiero-caseari con un residuo inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Alla circolare ministeriale menzionata si deve aggiungere una ulteriore precisazione del Ministero della Salute giunta nel 2016 .

Partendo, infatti, dal presupposto che la lunga stagionatura dei formaggi sia idonea a ridurre il tenore di lattosio ivi presente, il Ministero ha chiarito che:

Nei prodotti lattiero-caseari in cui l’usuale processo di produzione porta all’eliminazione o alla riduzione del contenuto di lattosio possono essere riportate in etichetta le seguenti indicazioni (alle stesse condizioni definite per i prodotti delattosati):

1.         “naturalmente privo di lattosio”(o espressione equivalente) quando il tenore residuo di Lattosio, da riportare in etichetta, è inferiore a 0,1 g/100 g;

2.         “naturalmente a ridotto contenuto di lattosio (o espressione equivalente) quando il tenore residuo di lattosio, da riportare in etichetta, é “inferiore a 0,5 g/100/g”.

Per entrambe le categorie di prodotti va riportato in etichetta:

–           che l’assenza di lattosio o la sua ridotta presenza sono una conseguenza “naturale” del tipico processo di fabbricazione con il quale si ottiene il formaggio in questione;

–           una indicazione del tipo “contiene galattosio“.

Nel solo caso dei prodotti “naturalmente privi di lattosio”, se si ritiene di poter quantificare e garantire una soglia residua massima di galattosio, può essere utilizzata in alternativa alla precedente una dizione del tipo “contiene galattosio in quantità inferiore a …” nell’ottica di fornire informazioni precise anche per un eventuale uso da parte dei galattosemici.

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Pasta: le sentenze degli anni ’80 e ’90

Pochi ne sono a conoscenza ma la pasta, negli anni ’80, è stata oggetto di due importanti decisioni della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale.

Le origini della controversia “pasta”

Nel nostro Paese, infatti, la Legge 4 luglio 1967 nn. 580[1]  aveva vietato la vendita e la produzione per la vendita di pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Il divieto, dunque, era esteso sia alle imprese italiane, che non potevano produrre e commercializzare tale prodotto, che alle imprese di altri paesi europei, che non potevano importarlo nel nostro Paese.

La prima decisione del 1988

La Corte di Giustizia, intervenendo sul punto con la decisione del 14 luglio 1988, relativa alla causa C-90/86, ha posto in evidenza l’incompatibilità di tale disposizione con il diritto comunitario evidenziando che non poteva rinvenirsi alcuna giustificazione, sia sotto il profilo della tutela degli interessi dei consumatori che sotto quello della tutela della sanità pubblica. Nel dettaglio, il giudice europeo ha stabilito che:

1. L’ estensione, ad opera di una normativa nazionale sulle paste alimentari, ai prodotti importati del divieto di vendere paste prodotte con grano tenero o con una miscela di grano tenero e di grano duro è incompatibile con gli artt . 30 e 36 del Trattato.

Una restrizione del genere non può infatti essere giustificata dall’esigenza di tutelare i consumatori, dato che questa può essere soddisfatta con mezzi meno restrittivi, come l’ obbligo di indicare l’ esatta composizione dei prodotti venduti o l’ adozione di una particolare denominazione riservata alle paste prodotte esclusivamente con grano duro. Le stesse considerazioni valgono per la necessità di garantire la lealtà dei negozi commerciali.

Essa non può nemmeno essere giustificata da motivi di salvaguardia della sanità pubblica, in mancanza di elementi che consentano di affermare che le paste prodotte con grano tenero contengano additivi chimici o coloranti . Un siffatto divieto generale di vendita è in ogni caso in contrasto col principio di proporzionalità.

I problemi della prima decisione

La decisione, come è possibile evincere dalla massima appena riportata, appare però manchevole di un elemento imprescindibile. Essa, infatti, essendo stata emanata dal giudice europeo, ha regolato i rapporti intercorrenti tra le imprese di uno stato membro e la commercializzazione dei loro prodotti in Italia.


A mancare, dunque, è l’aspetto relativo alla produzione e commercializzazione del medesimo prodotto ma di imprese italiane. Come detto, infatti, la norma italiana vietava anche alle imprese aventi sede sul nostro territorio di produrre e commercializzare pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Sulla questione, però, occorreva l’intervento di un giudice interno.

L’intervento della Corte Costituzionale

Ebbene, la Corte costituzionale italiana, con sentenza del 30 dicembre 1997, n. 443, ha interpretato il principio di non discriminazione statuendo che la sua applicazione va intesa, per quanto interessa il legislatore interno e stante la mancata armonizzazione, nel senso di un complessivo adeguamento del diritto interno ai principio di cui agli artt. 30 e seguenti del trattato. Ciò implica che le imprese italiane non possono essere gravate di oneri e divieti che non vengono imposti alle imprese europee. La Corte costituzionale, in particolare, così ha deciso:

La disparità di trattamento tra imprese nazionali e imprese comunitarie, seppure è irrilevante per il diritto comunitario, non lo è dunque per il diritto costituzionale italiano. Non potendo essere da questo risolta mediante l’assoggettamento delle seconde ai medesimi vincoli che gravano sulle prime, poiché vi osta il principio comunitario di libera circolazione delle merci, la sola alternativa praticabile dal legislatore in assenza di altre ragioni giustificatrici costituzionalmente fondate è l’equiparazione della disciplina della produzione delle imprese nazionali alle discipline degli altri Stati membri nei quali non esistano vincoli alla produzione e alla commercializzazione analoghi a quelli vigenti nel nostro Paese.

In definitiva, in assenza di una regolamentazione uniforme in ambito comunitario, il principio di non discriminazione tra imprese che agiscono sullo stesso mercato in rapporto di concorrenza, opera, nella diversità delle discipline nazionali, come istanza di adeguamento del diritto interno ai principi stabiliti nel trattato agli artt. 30 e seguenti; opera, quindi, nel senso di impedire che le imprese nazionali siano gravate di oneri, vincoli e divieti che il legislatore non potrebbe imporre alla produzione comunitaria: il che equivale a dire che nel giudizio di eguaglianza affidato a questa Corte non possono essere ignorati gli effetti discriminatori che l’applicazione del diritto comunitario è suscettibile di provocare.

La Corte, quindi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 30 della Legge 4 luglio 1967, n. 580.


[1] Legge 4 luglio 1967 nn. 580, Diciplina per a lavorazione e commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Etichettatura degli alimenti OGM negli USA

Negli Stati Uniti si è discusso a lungo ma, alla fine, si è giunti alla soluzione circa l’etichettatura degli alimenti prodotti con ingredienti OGM. Il principale nodo da sciogliere concerneva l’uso della sigla “OGM”. Alla fine si è deciso di non adottarla in quanto ormai percepita negativamente dai consumatori.

A quali prodotti è applicabile l’etichettatura degli alimenti OGM?

Al fine di individuare la corretta etichettatura degli alimenti contenenti OGM, negli Stati Uniti sono stati presi in considerazione solo quei prodotti in cui gli OGM sono rilevabili. Si tratta, secondo Food Navigator USA, di circa il 22% degli alimenti contenenti OGM.

Etichettatura degli alimenti OGM: bioengineered

Il Dipartimento dell’Agricoltura  statunitense, dunque, ha deciso di utilizzare la parola “Bioengineered” accompagnata dal logo in immagine. L’indicazione, infatti, dovrà essere presente in etichetta e accompagnata dall’apposito marchio.

I produttori, in alternativa, avranno facoltà di apporre in etichetta un codice scansionabile accompagnato da un numero di telefono a cui chiedere maggiori informazioni sul prodotto.

Le nuove regole entreranno pienamente in vigore dal 1° gennaio 2022.

definizioni, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, prodotti italiani, sicurezza alimentare

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131: pane fresco e conservato

Il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 ha regolato e disciplinato le attività dei panifici, con particolare attenzione al pane fresco e conservato. Tra gli elementi degni di nota si segnalano il divieto di aggiungere conservanti al pane fresco e il limite di tre giorni al suo ciclo di lavorazione.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e i panifici

Il decreto fornisce una definizione di «panificio», «pane fresco» e «pane conservato», disciplinandone denominazioni e diciture.

Con il termine “panificio” << si intende – ai sensi dell’articolo 1 – l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale>>.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane fresco

Può essere denominato “pane fresco”, ai sensi dell’articolo 2, solo il pane lavorato << secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante>> (articolo 2). A ciò, il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131, aggiunge il divieto di far decorrere più di 72 ore dall’avvio della lavorazione alla messa in vendita del pane fresco.

chef che prepara pane: decreto ministeriale 1.10.18 n. 131

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane conservato

Al pane conservato o a durabilità prolungata si applicano gli obblighi relativi alle informazioni da fornire al consumatore già regolare dal Regolamento (UE) n. 1169/2011 e inerenti allo stato fisico del prodotto (es. congelato, decongelato).

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Alimenti biologici extra-UE

Gli alimenti biologici extra-UE, provenienti, cioè, da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, trovano norme specifiche all’interno del regolamento 834/2007

Il Regolamento 834/2007 sugli alimenti biologici extra-UE

Tale regolamento prevede norme specifiche concernenti l’importazione in territorio europeo di prodotti provenienti da Paesi extra-UE etichettati come prodotti biologici.

In particolare, è sancita la necessità che questi siano conformi:

  • ai requisiti richiesti dal regolamento;
  • ai controlli a cui i prodotti europei vengono sottoposti;
  • alla possibilità di identificare l’OSA, il tipo o la gamma di prodotti e il relativo periodo di validità.

Garanzie fornite dai Paesi terzi e equivalenza

Alimenti biologici extra-UE

A queste regole generali fa eccezione il caso in cui sussistano garanzie equivalenti fornite dai Paesi extra-UE. In tal caso, infatti, gli alimenti biologici extra-UE possono  essere liberamente commercializzati all’interno del mercato europeo.

Un ulteriore metodo tramite il quale i prodotti biologici provenienti da Paesi extra-UE possono essere importati nel mercato europeo è quello della c.d. equivalenza tramite la certificazione di organismi di controllo riconosciuti all’interno dell’Unione Europea. In tale contesto la Commissione dell’Unione Europea può agire sulla base di una valutazione di equivalenza ovvero in assenza di questa. Nel primo caso la Commissione inserirà il Paese terzo in un’apposita lista dopo aver verificato l’equivalenza dei sistemi di produzione e controllo del Paese terzo rispetto a quelli adottati in Europa. Nel secondo caso, invece, la commissione agirà riconoscendo la conformità degli organismi o delle autorità del Paese terzo e effettuando relazioni annuali e verifiche periodiche.

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La pasta senza glutine è “pasta”?

La pasta senza glutine ormai è un alimento di uso comune, si trova in tutti i supermercati e viene quotidianamente consumata.

Ma può essere chiamata “pasta”?

L’utilizzo ditale denominazione è disciplinato dal DPR 187/2001 che, all’art. 6, regola la denominazione legale di «pasta di semola di grano duro» e «pasta di semolato di grano duro» e «pasta di semola integrale di grano duro». Nulla, però, viene detto circa la “pasta” realizzate a partire da materie prime diverse dal grano duro.

Esempi di pasta senza glutine

Si tratta, ad esempio, di:

-legumi (lenticchie, ceci, piselli, fave).

-grano saraceno e farro o grano Kamut,

-mais, riso,

–canapa.

L’intervento del ICQRF

Di recente il problema era stato sollevato dall’ICQRF di Udine (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) il quale aveva contestato a Coop Italia l’impiego della denominazione dell’alimento ‘pasta’ su una confezione di ‘penne rigate mais e riso’.

Grano, pasta senza glutine

La nota del MISE

Con nota del 13.11.18, il MISE ha chiarito che il DPR 187/2001 non esclude in alcun modo la possibilità di utilizzare il termine “pasta” per prodotti diversi da quelli realizzati a partire da grano duro purché tali differenze siano portate a conoscenza del consumatore.

Peraltro, il Ministero della salute, con l’articolo 2 del DM 10 agosto 2018, aveva aggiornato le categorie erogabili di alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci, prevedendo, al 1 comma, lettera b) gli alimenti “pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta”. Il Ministero, in sostanza, ha così legittimato l’utilizzo della locuzione “pasta” per indicare sostituti di quella di semola di grano duro.

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Vino biologico e biodinamico: differenze e tendenze

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio canale telegram un articolo sul vino biologico e biodinamico.

L’argomento è sempre attuale e, in tutta onestà, mi interessa particolarmente. Oltre ad una passione per il buon vino nutro grande passione anche per il mercato del vino italiano.

In questo post non troverete particolari elementi legati al mondo giuridico ma una semplice analisi delle tendenze del settore.

Due sono gli elementi che sembrano segnare con sempre maggiore forza il mercato: salubrità e tutela dell’ambiente.

Il vino biologico

Oggi il vino biologico rappresenta il 2,8% della produzione globale. Parliamo, in Italia, di 103/106 mila ettari coltivati secondo metodi e regole ufficiali riconosciute e codificate, pari a circa il 17% di tutte le colture di vite. In alcune zone si raggiungono percentuali ben più alte: nel distretto del Chianti, ad esempio, la superficie coltivata con metodo biologico è pari al 30 per cento con circa 50 realtà che producono integralmente vino bio.

Generale andamento positivo del bio

Parliamo di una tendenza che, tra alti e bassi, dimostra un generale andamento positivo. Occorre, infatti, considerare che stando ad uno studio effettuato dalla no profit Wine Market Council, nel 2015 i Millennials (per la no profit, coloro nati tra il 1980 e il 2000) hanno bevuto il 42% di tutto il vino sdoganato e prodotto negli Stati Uniti, più di ogni altro gruppo di età, con una media di tre bicchieri a testa per ogni occasione di consumo. Parliamo di 79 milioni di persone che hanno bevuto circa 159,6 milioni di casse di vino. Il dato è leggermente sceso nel 2017 ma parliamo, in ogni caso, di un segmento che, stando al report di Business Wire, ha maturato uno spiccato senso per tutto ciò che risulti essere sostenibile e naturale.

handmade winemaking

Il vino biodinamico

Oltre al vino biologico però, c’è di più. Sempre maggiore diffusione assume anche il concetto di vino biodinamico.

Pur non trovando ancora uno specifico riconoscimento legislativo – che, invece, ha il vino biologico – l’agricoltura biodinamica trova le proprie regole nei dettami dell’associazione Demeter. Scopo del biodinamico è allontanare completamente la chimica e ridurre al minimo l’uso di macchinari nelle attività agricole. Si tratta, in sostanza, di un’agricoltura basata sul pieno rispetto dell’andamento naturale delle colture e sull’utilizzo di risorse nel rispetto dell’ambiente.

I tre principi dell’agricoltura biodinamica sono:

  • mantenere la fertilità della terra, liberando in essa materie nutritive;
  • rendere sane le piante in modo che possano resistere alle malattie e ai parassiti;
  • produrre alimenti di qualità più alta possibile.

Le differenze tra agricoltura biologica e biodinamica sono diverse. Si comincia dall’agricoltura effettuata senza alcun agente chimico (neppure il rame che, ad esempio, è consentito con il metodo bio) e si arriva in cantina dove nulla viene aggiunto al mosto (neppure i lieviti selezionati).

Conclusioni

La generale tendenza legate al vino biologico e biodinamico parla chiaro. Non mancano bandi e finanziamenti volti ad aiutare le imprese agricole ad attuare la conversione al metodo BIO. A mancare, invece, è una specifica disciplina del metodo biodinamico. In attesa di novità su questo fronte, però, occorre sempre fare particolare attenzione alla comunicazione del prodotto e delle sue caratteristiche.

Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare

Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme

Immaginate una riunione di un’agenzia di comunicazione di prodotti alimentari. La brillante idea: un servizio di 8 pagine in cui Belen passeggia e acquista biberon e latte in polvere per il suo bambino con tanto di informazioni su tali prodotti.

La multa

Vi racconto com’è andata a finire: l’AGCM,  in una sentenza del 2014, ha condannato l’editore , l’azienda produttrice di biberon e quella del latte. L’ammontare della multa? 190 mila euro.

L’articolo

L’articolo del 24 aprile 2013 era titolato “Belen con il suo Santiago” e mostrava la showgirl, all’epoca neo-mamma,  durante l’acquisto di latte per l’infanzia e di un biberon. Le didascalie delle foto descrivevano dettagliatamente i due prodotti, i prezzi e le caratteristiche

Comunicazione non trasparente

Comunicazione dei prodotti alimentari: il caso Chi

Si tratta di una pubblicità non trasparente. Nell’intervista, infatti, la showgirl dice di allattare il suo bambino al seno e di integrare in parte con il biberon ma nulla giustifica la presenza di fotografie così grandi e particolareggiate contenenti tutte le informazioni sul tipo di latte e di biberon acquitati.

Parliamo, quindi, di pubblicità non trasparente in quanto l’effetto pubblicitario, reso evidente dalla presenza delle informazioni appena menzionate, è conseguenza diretta rispetto al contenuto e, quindi, è l’unico scopo perseguito dall’articolo.

Comunicazione dei prodotti alimentari = creatività + rispetto delle norme

Il caso aiuta a comprendere un elemento generalmente valido: la comunicazione dei prodotti alimentari richiede un necessario studio preventivo delle norme – sempre più dettagliate – sul tema. Insomma pubblicità = creatività + rispetto delle norme. Sempre che non vogliate esporvi al rischio di una multa piuttosto salata.

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