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Sostenibilità agroalimentare: ora o mai più

La sostenibilità agroalimentare, oggi, attira moltissime attenzioni. Le motivazioni sono molteplici e le analizzeremo insieme in questo post. Ciò che intendo evidenziare, però, è la necessità di parlarne consapevolmente. Stiamo, infatti, vivendo un momento fondamentale in cui o si agisce consapevolmente nel settore oppure si perde un’opportunità enorme. Ma andiamo per gradi.

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Cos’è la sostenibilità agroalimentare

Inutile girarci troppo attorno: la sostenibilità agroalimentare è una priorità e i dati continuano a confermarlo. A livello globale, infatti, il settore contribuisce per il 27% alle emissioni di gas serra e al 70% del consumo d’acqua. Nel nostro Paese, invece, l’impatto si aggira attorno al 7% delle emissioni di gas serra nazionali generate.

La definizione di sostenibilità fornita dall’Enciclopedia Treccani è la seguente:

Nelle scienze ambientali ed economiche, condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

Una definizione affascinante che supera moltissimi “discorsi” che spesso si fanno sulla sostenibilità e che ci porta all’individuazione delle tre colonne portanti della stessa: sostenibilità economica, sociale e ambientale.

Nel settore agroalimentare le tematiche, dunque, sono molteplici: redditi agricoli, lavoro e caporalato, tutela dell’ambiente e della biodiversità.

L’agenda 2030

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. E’ stata sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi ONU. Si caratterizza per la presenza di 17 Sustainable Development Goals (Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile) e 169 traguardi. Per quanto concerne, specificamente, il settore agroalimentare, l’obiettivo due mira a porre fine alla fame, raggiungere una più alta sicurezza alimentare, migliorare l’alimentazione e promuovere l’agricoltura sostenibile.

Farm to Fork

La strategia Farm To Fork rende più che palese un concetto: il futuro è sostenibile. Sostenibilità ambientale, economica e sociale. I tre pilastri, già presenti a Johannesburg nel 2002, durante il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, riecheggiano oggi in quello che viene definito come il Green Deal europeo.

Sostenibilità e competitività, quindi, con l’agroalimentare come elemento centrale anche del piano di ripresa dell’economia europea.

La strategia Farm to Fork ha, quindi, lo scopo di garantire una transizione più veloce e diretta verso un sistema sostenibile. Ma quali sono le caratteristiche di un sistema sostenibile? Secondo la Commissione esse possono essere così riassunte:

  • avere un impatto ambientale positivo o neutrale;
  • aiutare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico o, comunque, adattarsi agli stessi;
  • invertire la tendenza alla riduzione della biodiversità;
  • assicurare la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute pubblica assicurandosi che tutti abbiano accesso ad una fonte di cibo sufficiente, sicura, nutriente, sostenibile;
  • preservare l’accessibilità del cibo generando però un ritorno economico più equo.

P.A.C. e sostenibiltà

La Politica Agricola Comune (P.A.C.) è stata varata nel 1962 e mira a creare un rapporto più stretto tra agricoltura e società in ottica di sostenibilità agroalimentare. Si tratta di una politica UE, gestita e finanziata con risorse del bilancio UE. Tra gli scopi della PAC vi rientrano:

  • sostenere gli agricoltori e migliorare la produttività agricola, garantendo un approvvigionamento stabile di alimenti a prezzi accessibili
  • tutelare gli agricoltori dell’Unione europea affinché possano avere un tenore di vita ragionevole
  • aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali
  • preservare le zone e i paesaggi rurali in tutta l’UE
  • mantenere in vita l’economia rurale promuovendo l’occupazione nel settore agricolo, nelle industrie agroalimentari e nei settori associati.

La PAC è una politica comune a tutti i paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata a livello europeo con risorse del bilancio dell’UE.

PNRR

Anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) dedica specifici riferimenti alla sostenibilità. In particolare, le risorse previste ammontano a circa 5,27 miliardi di Euro di cui ben 2,8 dedicati allo sviluppo di una filiera agroalimentare sostenibile.

Sostenibilità agroalimentare: ora o mai più

I programmi, sia nazionali che internazionali, dunque sembrano puntare tutti in un’unica direzione: sostenibilità agroalimentare. Ciò posto, però, al netto delle discussioni sulla coerenza, ad esempio, tra il programma Farm to Fork e la P.A.C., pare opportuno evidenziare una questione spesso poco trattata: l’approccio.

Avvicinarsi all’ambito “sostenibilità”, infatti, non è operazione neutra nei confronti dell’azienda e, meglio, del sistema. Una singola azienda che adotta pratiche sostenibili, da sola, può ben poco. Per poter essere davvero incisivi – evitando pratiche di greenwashing – occorre che il cambiamento investi tutte le aziende della filiera, le amministrazioni locali, i centri di ricerca e le Università (specie se impegnati nel settore agritech), i professionisti.

La trasformazione e la conversione di un’impresa, inoltre, richiedono particolare cura e attenzione ai dettagli perché il tutto non si trasformi in un costo insostenibile e, anche in questo caso, la metodologia è la vera chiave del successo.

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Tutela del marchio: il caso del Chianti Classico

La tutela del marchio rappresenta, senza dubbio, un’autentica priorità per ogni impresa. Come già evidenziato, infatti, il marchio nel settore alimentare rappresenta non solo l’identità e l’origine del prodotto ma, in molti casi, anche una garanzia di qualità.

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Il caso del Chianti Classico

Sulla tutela del marchio del Chianti Classico è recentemente intervenuto il Tribunale UE. In particolare, il Tribunale, è intervenuto sulla domanda di registrazione del seguente marchio figurativo:

Si tratta di una domanda presentata il 21 settembre 2017 dalla Berebene Srl nella classe 33 ai sensi dell’Accordo di Nizza.

Il 21 dicembre 2017 il Consorzio vino Chianti Classico ha presentato opposizione, ai sensi dell’articolo 46 del regolamento 2017/1001, alla registrazione del marchio richiesto, perché in contrasto con il seguente marchio:

La decisione del Tribunale UE sulla tutela del marchio

Il Tribunale UE, con una interessantissima decisione, ha evidenziato, la notorietà e il carattere distintivo del marchio del Chianti Classico. Questo elemento, associato alla somiglianza con il marchio oggetto di domanda, costituisce un rischio di confusione per il consumatore. In particolare, il pubblico di riferimento potrebbe stabilire un nesso tra i marchi dato l’elevato carattere distintivo dell’immagine del gallo associata ai vini.

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Limiti massimi di residui: il Regolamento di esecuzione (UE) 2021/601 – TESTO

I limiti massimi di residui (LMR) trovano specifica regolamentazione nel Regolamento (CE) 396/2005. Essi vengono definiti come:

la concentrazione massima ammissibile di residui di antiparassitari in o su alimenti o mangimi, fissata a norma del presente regolamento e basata sulle buone pratiche agricole e sul più basso livello di esposizione dei consumatori necessario per proteggere i consumatori vulnerabili

REGOLAMENTO (CE) N. 396/2005 

Limiti massimi di residui: il programma coordinato di controllo

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Il territorio UE, caratterizzato da una particolare eterogeneità della produzione agroalimentare, richiede differenti tecniche di agricoltura. Di conseguenza, l’utilizzo di antiparassitari subisce rilevanti cambiamenti a seconda della zona geografica di riferimento.

Per questo motivo l’EFSA ha presentato una relazione scientifica evidenziando che, selezionando
683 unità di campionamento per un minimo di 32 diversi prodotti alimentari, si potrebbe stimare un tasso di superamento dei livelli massimi di residui (LMR) superiore all’1 % con un margine di errore dello 0,75%. Ne deriva l’esigenza di richiedere agli Stati membri la raccolta di campioni in base al numero di abitanti, con un minimo di 12 campioni l’anno per ciascun prodotto.

Leggi anche “Soppressione cautelativa delle indicazioni BIO: la giurisdizione del giudice ordinario

Per questo motivo il regolamento (CE) n. 1213/2008 della Commissione ha istituito un primo programma comunitario coordinato di controllo pluriennale per il periodo 2009, 2010 e 2011, poi proseguito.

Il Regolamento di esecuzione (UE) 2021/601

Il Regolamento di esecuzione (UE) 2021/601 individua le combinazioni di antiparassitari e prodotti che gli Stati membri preleveranno e analizzeranno durante il 2022, 2023 e 2024.

Leggi il regolamento

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Sicurezza alimentare e repressione frodi: il report ICQRF – TESTO

La sicurezza alimentare e la repressione frodi sono al centro delle attività dell’Ispettorato Centrale Repressioni Frodi (ICQRF).

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L’ICQRF e la sicurezza alimentare

L’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) è uno dei maggiori organismi europei di controllo dell’agroalimentare.

L’ispettorato, infatti, conta 29 uffici sparsi per il territorio nazionale e si occupa di:

  • prevenzione e repressione delle frodi nel commercio dei prodotti agroalimentari e dei mezzi tecnici;
  • vigilanza sulle produzioni di qualità registrata;
  • contrasto dell’irregolare commercializzazione dei prodotti agroalimentari.

Il Report 2020 sulla sicurezza alimentare

L’ICQRF ha pubblicato il report 2020 contenente gli interventi contro italian sounding, contraffazioni, criminalità agroalimentare e frodi.

Si legge sul report:

L’Italia si contraddistingue per l’identità e le elevate caratteristiche qualitative delle proprie produzioni agroalimentari. Il nostro Paese, con 870 prodotti registrati come indicazioni geografiche, custodisce un vero e proprio patrimonio culturale, unico a livello europeo.
La valorizzazione e la tutela del made in Italy, mediante il contrasto a tutti quei comportamenti fraudolenti che minano le corrette relazioni di mercato, è tra le priorità strategiche a livello nazionale. Allo stesso tempo, è sempre più necessario assicurare un adeguato livello di tutela ai consumatori, per garantire loro scelte di acquisto consapevoli e sicure, attraverso l’implementazione di un sistema di controlli altamente specializzato in tutti i settori del comparto agroalimentare.
Il Report sulle attività svolte nel corso del 2020 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi (ICQRF) testimonia l’impegno e gli importanti risultati raggiunti nel corso dell’anno appena trascorso dall’organo di controllo del Mipaaf.

I numeri del report

Dal report sulla sicurezza alimentare si evince che:

  • le ispezioni hanno riguardato 37508 produttori per un totale di 77080 prodotti;
  • le irregolarità riscontrate hanno riguardato l’11% dei prodotti e il 7,4% dei campioni;
  • il 90% dei controlli, ha avuto ad oggetto prodotti alimentari, il 10%, invece, mezzi tecnici;
  • sono 159 le notizie di reato inoltrate, 4672 le diffide e 4119 le contestazioni amministrative;
  • sono state emesse 1899 ingiunzioni di pagamento per un totale di 17 milioni di euro.

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Leggi il report

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Canapa ad uso alimentare: per Il Sole24Ore e IusLaw Web Radio

La canapa ad uso alimentare rappresenta uno dei settori di maggior interesse del mercato.

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Ecco, dunque, qualche spunto e, in fondo, per approfondire, un brevissimo virgolettato su il Sole24Ore e una più esaustiva intervista per IusLaw Web Radio.

Canapa alimentare: spunti di riflessione

  • la norma di riferimento è la L n 242 del 2 dicembre 2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, come interpretata dalla Circolare Mipaaf n. 5059 del 22 maggio 2018 Chiarimenti sull’applicazione della legge 2 dicembre 2016, n. 242 disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa. Ulteriore fonte è quella del DECRETO 4 novembre 2019 “Definizione di livelli massimi di tetraidrocannabinolo (THC) negli alimenti”;
  • gli alimenti ammessi e i limiti massimi previsti dal decreto: Semi di canapa, farina ottenuta dai semi di canapa: 2,0 mg/Kg, Olio ottenuto dai semi di canapa: 5,0 mg/Kg, Integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa: 2,0 mg/Kg;
  • Requisito fondamentale per la canapa industriale è che il livello di sostanza psicotropa THC non superi lo 0,2%. La soglia di tolleranza 0,2 – 0,6% riguarda gli agricoltori;
  • Capitolo cannabidiolo: è considerato novel food sia se naturale che chimico e, quindi, si attende il percorso di autorizzazione di cui al Regolamento UE 2015/2283.

Leggi l’articolo de Il Sole24Ore

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Reg UE 2017/625: in GU il decreto per l’adeguamento – TESTO

Il Reg UE 2017/625 necessitava di una norma di adeguamento. E’ stato, quindi, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Italiana dell’11 marzo 2021, il Decreto legislativo 2 febbraio 2021, n. 27.

Leggi anche “Pubblicato il Regolamento (UE) 2021/382 che modifica il regolamento (CE) n. 852/2004 – TESTO

Il Reg. UE 2017/625

Il Reg UE 2017/625 ha aggiornato e armonizzato i controlli ufficiali sulla filiera agroalimentare, aggiornando i principi generali e estendendo il campo di applicazione e garantendo, così, meno oneri a carico delle imprese.

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Il d.lgs. 27/21

Il d.lgs. 27/21 adegua il nostro ordinamento al regolamento europeo sui controlli ufficiali. In particolare, esso introduce il principio della classificazione del rischio nella programmazione dei controlli di sicurezza alimentare e sanità animale. Viene, inoltre, introdotto l’obbligo di registrazione dei trattamenti in formato elettronico, completando, così, la tracciabilità informatizzata dei farmaci veterinari.

Il personale pubblico ha il dovere di segnalare tempestivamente eventuali non conformità alle autorità competenti mentre l’autorità giudiziaria, laddove rilevi un rischio per la salute pubblica, è tenuta a darne tempestiva comunicazione alle autorità sanitaria.

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Le autorità competenti

Le autorità competenti individuate dal d.lgs., in applicazione del Reg UE 2017/625, sono: il Ministero della Salute, il Ministero delle politiche agricole (Mipaaf), le Regioni, le Province Autonome di Trento e Bolzano e le Aziende sanitarie locali.

Leggi il d.lgs. 27/21

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Soppressione cautelativa delle indicazioni BIO: la giurisdizione del giudice ordinario

La soppressione cautelativa delle indicazioni BIO, notificata con provvedimenti dell’ICEA – Istituto di Certificazione Etica e Ambientale -, deve essere impugnata dinanzi al giudice ordinario. A stabilirlo è la Sentenza del Consiglio di Stato n. 1829 del 3 marzo 2021. La decisione conferma quanto già evidenziato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con Sentenza n. 1914 del 28 gennaio 2021.

Leggi anche: “Capitan Findus e pubblicità ingannevole

Il Consiglio di Stato motiva tale decisione evidenziando che i provvedimenti di cui al D.Lgs 23 febbraio 2018 n. 20 e dal D.M. 20 dicembre 2013, non rappresentano esercizio di una pubblica funzione ma esercizio di un’attività ausiliaria rispetto al potere di sorveglianza e controllo del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

La decisione del Consiglio di Stato

FATTO e DIRITTO

1.- Con ricorso r.g.n. 1059 del 2019 al TAR per la Puglia, la Società Agricola A.R.T.E. s.r.l. ha impugnato i provvedimenti di ICEA – Istituto di Certificazione Etica e Ambientale – notificati entrambi il 5 giugno 2019, l’uno recante “Soppressione delle indicazioni BIO” e l’altro “Esclusione dell’operatore” per mancato rispetto della sospensione disposta in data 27 giugno 2018.
La Società ricorrente impugnava anche la decisione n. 28 dell’8.07.2019 del Comitato Unico Ricorsi dell’ICEA, che aveva respinto il ricorso amministrativo avverso i predetti provvedimenti, e il diniego parziale di accesso agli atti del 23.07.2019 e successiva nota del 31.07.2019.
2.-I provvedimenti impugnati traevano origine dalla commercializzazione di due partite di frumento tenero “bio”, accertate in esito a controlli incrociati eseguiti nel febbraio 2019, dopo che, a seguito di ispezioni avviate nell’aprile 2018, era emerso che la Società ricorrente faceva uso di prodotti non ammessi o non registrati ed ICEA aveva adottato la “soppressione cautelativa delle indicazioni biologiche”, con ricalcolo del periodo di conversione di tutti gli appezzamenti oggetto di campionamento nella loro interezza, e conseguente divieto di riportare in etichetta la dicitura di “biologico” relativamente alla vendita dei prodotti aziendali durante il periodo di sospensione (provvedimento n. 501 del 10 maggio 2018).
3.- La sentenza in epigrafe, affermata la giurisdizione del giudice amministrativo e la competenza territoriale del TAR Puglia, accoglieva il ricorso sotto il profilo della violazione del principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, per il carattere tutt’altro che intenzionale della condotta posta in essere dalla Società ricorrente “ascrivibile effettivamente alla categoria della colpa lieve” e condannava ICEA alle spese di giudizio.
4.- Con l’appello in esame, ICEA censura la sentenza di cui chiede la riforma, deducendo innanzitutto il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, essendo l’attività di certificazione di ICEA un’attività ausiliaria nei confronti del potere pubblico di sorveglianza, non avente carattere pubblicistico (Cass. Sez. Un. 05/04/2019, n. 9678 e, da ultimo, 28.1.2021, n. 1914).
Nel merito, ICEA deduce l’erroneità della sentenza impugnata per avere ritenuto la misura di esclusione adottata nei confronti di A.R.T.E. S.r.l. contraria al principio di proporzionalità, in violazione dell’Allegato 1 al D.M. 15962 del 20 dicembre 2013, che invece definisce tassativamente le singole fattispecie e le misure applicabili, distinguendo le ipotesi di non conformità a seconda della gravità e prevedendo per ciascuna l’applicazione di specifiche sanzioni.
Nella specie, l’unico elemento costitutivo necessario e sufficiente ad integrare la non conformità di “mancato rispetto di una sospensione” (voce L.4.01 dell’Allegato 1 del D.M. 20/12/2013)” contestata ad A.R.T.E. S.r.l. è il fatto che l’operatore abbia effettuato vendite di prodotto recante i riferimenti al biologico in pendenza di sospensione, nonostante il divieto sia previsto dall’art. 5, comma 5, D.lgs. n. 20/2018 e dall’art. 5, comma 3, D.M. 20/12/2013.
ICEA denuncia, quindi, l’erroneità e ingiustizia della sentenza sotto ulteriori profili, circa l’insindacabilità della propria eventuale discrezionalità; l’irrilevanza dell’intenzionalità o meno dell’operatore; la contraddittorietà della motivazione in merito alla prova del fatto che le vendite fossero state effettuate da A.R.T.E. S.r.l. come “biologiche”; l’infondatezza e l’irrilevanza della eventuale imputabilità al vettore della materiale compilazione dei DDT; la pretesa dimostrazione del fatto che A.R.T.E. S.r.l. avesse fatturato come convenzionale il prodotto di cui al DDT n. 55; il fatto che il DDT n. 77 si riferisce ad una cessione di prodotto in “conto lavorazione” e non ad una vendita.
5.- Si è costituita in giudizio l’appellata chiedendo il rigetto dell’appello per infondatezza.
6.- Il Ministero delle Politiche Agricole, alimentari e Forestali si è costituito in giudizio rilevando la propria sostanziale estraneità alla materia del contendere poiché la controversia involge esclusivamente determinazioni assunte dall’appellante nei confronti della Società Agricola appellata.
7.- In data 12.2.2021, ICEA ha depositato la sentenza della Corte di Cassazione Sezioni Unite n. 1914 del 28.1.2021 che, in sede di impugnazione della sentenza di questa Sezione n. 4114 del 18.6.2019 adottata in analogo giudizio, attribuisce la giurisdizione al Giudice ordinario in ordine ai provvedimenti impugnati.
8.- Alla pubblica udienza del 18 febbraio 2021, la causa è stata assunta in decisione.
9.- L’appello è fondato.
10.- Merita accoglimento il primo motivo di appello con cui viene censurata la sentenza per aver ritenuto la giurisdizione del giudice amministrativo.
I provvedimenti impugnati non hanno carattere autoritativo e non rappresentano esercizio di una pubblica funzione “per effetto di delega”, configurandosi piuttosto quale esercizio di un’attività ausiliaria rispetto al potere di sorveglianza e controllo attribuito al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, cui compete insieme alle Regioni e alle Province autonome di Trento e Bolzano, altresì, la vigilanza sugli organismi di certificazione autorizzati a verificare il rispetto dei requisiti necessari a consentire l’indicazione sull’etichetta di “agricoltura biologica- regime di controllo CE” e, in caso di successivi controlli negativi, all’applicazione delle misure sanzionatorie.
Come affermano le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le certificazioni di ICEA si configurano, infatti, come “strumenti di circolazione di informazioni destinate in particolare ai consumatori quali attestazioni di conformità del prodotto agli standard di legge e di garanzia dell’affidabilità al riguardo dell’impresa e dei suoi prodotti, in conformità a quanto afferma il considerando 22 del reg CE 834/2007, che afferma che <<è importante preservare la fiducia del consumatore nei prodotti biologici. Le eccezioni ai requisiti della produzione biologica dovrebbero pertanto essere strettamente limitate ai casi in cui sia ritenuta giustificata l’applicazione di norme meno restrittive>>” (Cass. Sez. Un. ord. n. 9678/2019 e sentenza n. 1914/2021 cit.).
L’attività degli organismi privati di controllo, dunque, quale disciplinata dal Regolamento CE n. 2092/91, prima, e successivamente dai Regolamenti CE 834/07 e 967/08, nonché dall’art. 3, comma 2, del D.lgs. n. 20/2018, nel sistema complessivamente delineato, è “attività di certificazione di diritto privato, legata a parametri tecnici, in adempimento di obbligazioni aventi fonte contrattuale con il produttore biologico, che si assoggetta alla relativa certificazione di conformità” e la posizione giuridica soggettiva dedotta in giudizio deve ritenersi di diritto soggettivo.
11.- Il ricorso introduttivo del presente giudizio, pertanto, deve dichiararsi inammissibile per difetto di giurisdizione, con conseguente dichiarazione della giurisdizione del Giudice ordinario, dinanzi al quale vanno rimesse le parti.
12.- Le spese di giudizio possono compensarsi tra le parti, attese le oscillazioni giurisprudenziali in materia.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto, ai sensi dell’art. 11, comma 1, c.p.a. e 35, comma 2, lett. b), dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso introduttivo della Società Agricola A.R.T.E. S.r.l., e dichiara la giurisdizione del Giudice ordinario.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 febbraio 2021 con l’intervento dei magistrati:

Franco Frattini, Presidente
Giulio Veltri, Consigliere
Paola Alba Aurora Puliatti, Consigliere, Estensore
Giovanni Pescatore, Consigliere
Giulia Ferrari, Consigliere

L’ESTENSORE

Paola Alba Aurora Puliatti

IL PRESIDENTE
Franco Frattini
 

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Il Regolamento di esecuzione 2021/279

Il Regolamento di esecuzione 2021/279 della Commissione del 22 febbraio 2021 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) 2018/848 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto concerne i controlli e le altre misure che garantiscono la tracciabilità e la conformità nella produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 23 febbraio 2021.

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Regolamento di esecuzione 2021/279: le norme di dettaglio

Tramite la regolamentazione menzionata sono state introdotte norme di dettaglio applicabili al Regolamento 2018/848, con particolare riferimento:

  • al capo III, sulle norme di produzione riferite agli operatori,
  • al capo IV, sulle disposizioni relative all’etichettatura dei prodotti biologici e quelli in conversione
  • al capo V, sulle norme relative a certificazione degli operatori e di gruppo
  • al capo VI, sui controlli ufficiali.

Si tratta, dunque, di aggiornamenti relativi a operatori, da un lato, e sistema di controllo, dall’altro.

Le misure dedicate agli operatori

Il regolamento di esecuzione 2021/279 approfondisce, all’articolo 1, le misure precauzionali che gli operatori sono tenuti ad adottare in caso di sospetto di non conformità dovuto a presenza di prodotti e sostanze non autorizzati. Vengono, inoltre, introdotte norme di dettaglio relative all’etichettatura del prodotto e alla certificazione di gruppo nonché, all’articolo 3, alle condizioni per l’uso di indicazioni come quella prevista per i prodotti in conversione di origine vegetale o quella del luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole di cui il prodotto è composto.

Per i prodotti in conversione, in particolare, il regolamento prevede che la dicitura dovrà figurare:

a) con colore, formato e tipo di caratteri che non le diano maggiore risalto rispetto alla denominazione di vendita del prodotto ed è interamente redatta in caratteri della stessa dimensione;

b) nello stesso campo visivo del codice numerico dell’autorità di controllo o dell’organismo di controllo di cui all’articolo 32, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (UE) 2018/848.

Sui controlli ufficiali

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Con riferimento ai controlli ufficiali, il regolamento di esecuzione 2021/279 introduce specifiche misure relative alle indagini ufficiali, al campionamento e ai controlli, ai poteri delle autorità di controllo e allo scambio di informazioni in ambito UE.

In particolare, ai controlli ufficiali previsti in funzione del rischio di non conformità, il regolamento prevede l’applicabilità delle seguenti percentuali minime:

a) ogni anno almeno il 10 % di tutti i controlli ufficiali degli operatori o dei gruppi di operatori è effettuato senza preavviso;
b) ogni anno è effettuato almeno il 10 % di controlli aggiuntivi rispetto a quelli di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848;

c) ogni anno almeno il 5 % degli operatori, esclusi gli operatori esentati a norma dell’articolo 34, paragrafo 2, e dell’articolo 35, paragrafo 8, del regolamento (UE) 2018/848, è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

d) ogni anno almeno il 2 % dei membri di ciascun gruppo di operatori è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

e) almeno il 5 % degli operatori che sono membri di un gruppo, ma non in numero inferiore a 10, è sottoposto ogni anno a una nuova ispezione.

Se il gruppo di operatori conta 10 membri o meno, tutti i membri sono controllati in relazione alla verifica della conformità di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, DOP, IGP, STG, etichettatura prodotti alimentari

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

L’origine del prodotto alimentare ha sempre rappresentato, per il consumatore, una priorità. Identifica le tradizioni di un luogo collegate al prodotto agro-alimentare e si basa su criteri, quali la tecnica e l’esperienza dei produttori, la qualità delle materie prime.

Agli inizi degli anni ’90 questi elementi sono stati al centro di una importante decisione della Corte di Giustizia UE. Questa, infatti, ha indicato la strada per una tutela più stringente delle indicazioni di origine.

Leggi anche “origine e provenienza degli alimenti: i chiarimenti della Commissione”

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

Oggetto della sentenza è il Torrone di Alicante, un dolciume prodotto, al tempo della decisione in commento, sia in Spagna che in Francia. Il produttore spagnolo, intenzionato a tutelare il proprio prodotto, aveva adito il giudice francese. Alla base delle sue tesi vi era la convenzione di Madrid del 27 giugno 1973 sulla tutela delle denominazioni di origine, la quale aveva riservato la denominazione «Torrone di Alicante» ai soli prodotti spagnoli. La società spagnola, dunque, visto il rigetto della domanda, adiva il giudice d’appello il quale rimetteva la questione alla Corte di Giustizia.

L’intervento della Commissione

La Commissione, intervenuta nel giudizio, aveva sostenuto l’illegittimità della convenzione per violazione delle norme in tema di libera circolazione dei prodotti. L’indicazione di origine, al tempo, riceveva specifica tutela UE solo nel caso fornisse all’alimento una “valenza positiva effettivamente misurabile“.

La decisione della Corte

La Corte di Giustizia, però, con la decisione in commento ha contribuito in maniera particolarmente rilevante all’evoluzione della materia. Questa, infatti, nel respingere la tesi della Commissione, ha ritenuto legittima l’applicazione delle norme di una Convenzione bilaterale tra Stati membri relative alla tutela delle indicazioni di provenienza e delle denominazioni d’origine. La Corte, in particolare, ha evidenziato che

sostenere le posizioni adottate dalla Commissione porterebbe a privare di qualsiasi tutela le denominazioni geografiche che siano usate per dei prodotti per i quali non si può dimostrare che debbano un sapore particolare ad un determinato terreno e che non siano stati ottenuti secondo requisiti di qualità e norme di fabbricazione stabiliti da un atto delle pubbliche autorità. Esse, invece, devono quindi essere tutelate.

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Aggiornamenti, definizioni, diritto alimentare

Novel food: la decisione della Corte di Giustizia

I novel food costituiscono uno dei settori di maggiore interesse per lo sviluppo del diritto agroalimentare e del mercato agroalimentare europeo. Il tema è stato recentemente oggetto di decisione da parte della Corte di Giustizia UE.

Di novel food ho parlato più volte, anche in maniera più “provocatoria”. Ad esempio, qui trovi un mio articolo titolato “Pasta e cavallette? Perché no?”. Si tratta di un tema delicato che va analizzato con la giusta freddezza. Perché, specie con riferimento ad alimenti come gli insetti, è un tema di prospettiva: lontano dalle nostre abitudini ma, forse, necessario per renderle sostenibili.

In linea generale si può affermare che i novel food sono alimenti che non sono stati consumati in sicurezza prima del 15 maggio 1997.

Novel food: la sentenza della Corte di Giustizia

I novel food sono stati recentemente oggetto della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. III, del 1.10.2020, resa nella causa C-526/19.

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La decisione prende spunto dal rinvio pregiudiziale del Conseil d’Etat francese. Il procedimento

Oggetto della decisione

Il rinvio pregiudiziale concerneva l’interpretazione dell’art. 1, par. 2, del regolamento (CE) n. 258/97 e, in particolare, la definizione di “ingredienti isolati a partire da animali”. L’articolo menzionato così recita:

Il presente regolamento si applica all’immissione sul mercato dell[‘Unione] di prodotti e ingredienti alimentari non ancora utilizzati in misura significativa per il consumo umano nell[‘Unione] e che rientrano in una delle seguenti categorie:

(…)

e) […] ingredienti alimentari isolati a partire da animali […]”.

Ora, come noto, il regolamento in commento è stato abrogato e sostituito dal regolamento (UE) 2015/2283, il quale, all’art. 3, par. 2, afferma invece:

“Si applicano inoltre le seguenti definizioni:

a) «nuovo alimento»: qualunque alimento non utilizzato in misura significativa per il consumo umano nell’Unione prima del 15 maggio 1997, a prescindere dalla data di adesione all’Unione degli Stati membri, che rientra in almeno una delle seguenti categorie:

[…]

v) alimenti costituiti, isolati od ottenuti a partire da animali o da parti dei medesimi, ad eccezione degli animali ottenuti mediante pratiche tradizionali di riproduzione utilizzate per la produzione alimentare nell’Unione prima del 15 maggio 1997 qualora tali alimenti ottenuti da detti animali vantino una storia di uso sicuro come alimento nell’Unione;

La definizione menzionata, in sostanza, amplia quella del precedente regolamento, specificando che per novel food si intendono sia parti di animali o sostanze da questi derivanti, ma anche organismi nel loro complesso.

La decisione della Corte di Giustizia UE

La Corte è quindi intervenuta sul punto interpretando la disposizione nel senso che l’espressione “isolati a partire da animali” fa riferimento ad un processo di estrazione dall’animale e, pertanto, nessuna interpretazione possibile di tale espressione può condurre a fare riferimento all’animale intero.

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