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Il marchio nel settore alimentare

Il marchio nel settore alimentare rappresenta non solo l’identità e l’origine del prodotto ma, in molti casi, anche una garanzia di qualità. Proprio per questo motivo, però, è opportuno analizzare con cura questo specifico aspetto evitando contrapposizioni con altri segni distintivi.

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La tutela del marchio nel settore alimentare

Come negli altri settori, il marchio nel settore alimentare necessita di registrazione per godere di una tutela completa e diminuire il rischio di problematiche future. La registrazione può essere di tre tipi: nazionale, europea e internazionale. La scelta della tipologia di registrazione spetta all’imprenditore sulla base non solo dell’attuale territorio di commercializzazione ma anche delle prospettive future.

Se, infatti, il piano commerciale dell’azienda prevede di esportare sul territorio europeo sarà bene assicurarsi, sin da subito, una tutela del marchio adeguata.

La ricerca di anteriorità e il monitoraggio

Passaggio fondamentale per ridurre il rischio di opposizione alla registrazione del marchio è la ricerca di anteriorità. Si tratta di una ricerca da condurre analizzando i marchi registrati non solo in Italia ma anche in Europa e fuori dai confini europei.

Occorre prendere in considerazione ogni ipotesi di contrasto. In particolare, bisogna utilizzare varie chiavi di ricerca senza limitarsi alla esatta riproduzione del marchio. E’ bene tener conto di ogni dicitura possa indurre in errore il consumatore. Il pericolo di insuccesso della registrazione, infatti, specie per marchi di “fantasia” risiede proprio in possibili marchi che, in qualche modo, inducono in errore il consumatore pur non essendo esattamente identici a quello per cui si procede.

Dopo la registrazione, inoltre, è essenziale monitorare le nuove registrazioni al fine di individuare eventuali contrasti e opporsi tempestivamente.

La registrazione italiana

Nel nostro paese la registrazione dei marchi, anche nel settore alimentare, avviene tramite UIBM, l’ufficio italiano brevetti e marchi. Le procedure possono essere differenti ma, anche tramite rappresentante, è possibile procedere ad una registrazione online. La registrazione può chiedere fino a 16-18 mesi.

La registrazione europea

Seconda opzione per registrare un marchio è quella europea. Va effettuata presso l’EUIPO e richiede almeno 4-5 mesi.

La registrazione internazionale

La registrazione internazionale, tendenzialmente, dovrebbe seguire i singoli canali dei paesi di interesse. Tramite la WIPO, però, è possibile procedere tramite un singolo portale grazie alla convenzione di Madrid. Peculiarità di questo modello, tuttavia, è la necessità di una registrazione nazionale o europea già esistente.

La peculiarità del marchio nel settore alimentare

Il settore alimentare, come più volte ripetuto, rappresenta una peculiarità. L’importanza di questo per la salute dell’uomo, infatti, ha spesso indotto il legislatore a prevedere norme particolarmente stringenti. Questo vale anche con riferimento alla registrazione del marchio nel settore alimentare. Basti vedere il rapporto tra marchi e denominazioni protette. E’, quindi, necessaria, per la registrazione nel settore, porre particolare attenzione in fase di analisi normativa e della compliance.

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Comunicazione alimentare: perché è bene verificare che sia a norma

La comunicazione alimentare costituisce uno degli ambiti più “sensibili” del settore per due motivi:

  1. la vastissima produzione normativa impedisce all’imprenditore di agire serenamente. Basti pensare che il solo regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, è stato modificato dal REGOLAMENTO DELEGATO (UE) N. 1155/2013 DELLA COMMISSIONE del 21 agosto 2013, dal REGOLAMENTO DELEGATO (UE) N. 78/2014 DELLA COMMISSIONE del 22 novembre 2013, dal REGOLAMENTO (UE) 2015/2283 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 25 novembre 2015 e rettificato dalle seguenti pubblicazioni GU L 266, 30.9.2016, pag.  7 (1169/2011), GU L 156, 20.6.2017, pag.  38 (78/2014), GU L 167, 30.6.2017, pag.  59 (1169/2011).
  2. l’importanza che il settore riveste per la tutela della salute del consumatore. Lo stesso Regolamento menzionato evidenzia che “per ottenere un elevato livello di tutela della salute dei consumatori e assicurare il loro diritto all’informazione, è opportuno garantire che i consumatori siano adeguatamente informati sugli alimenti che consumano“.

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Comunicazione alimentare: sanzioni e principi

Per i motivi appena menzionati, quindi, non mancano rilevanti profili sanzionatori. La comunicazione alimentare, infatti, è sottoposta all’opera di vigilanza delle Autorità preposte. Nelle sanzioni sono cadute, tra le altre, la LIDL. I controlli, infatti, avvengono non solo sull’etichettatura del prodotto ma anche su quanto dichiarato dal produttore online.

Si ricorda, infatti, che, le informazioni sugli elementi non devono indurre in errore il consumatore, in particolare:

  1. sulle caratteristiche dell’alimento;
  2. suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche
  3. suggerendo, tramite l’aspetto, la descrizione o le illustrazioni, la presenza di un particolare alimento o di un ingrediente, mentre di fatto un componente naturalmente presente o un ingrediente normalmente utilizzato in tale alimento è stato sostituito con un diverso componente o un diverso ingrediente.

Le informazioni sugli alimenti, inoltre, devono sempre essere precise, chiare e facilmente comprensibili per il consumatore.

Per questi motivi il diritto agroalimentare è costellato da disposizioni che regolano, spesso anche nel dettaglio, le informazioni da fornire al consumatore.

Esempi

Esempi utili di informazioni definite nel dettaglio sono le c.d. indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari. Ecco qualche esempio:

  1. A RIDOTTO CONTENUTO CALORICO. L’indicazione che un alimento è a ridotto contenuto calorico e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il valore energetico è ridotto di almeno il 30 %, con specificazione delle caratteristiche che provocano una riduzione nel valore energetico totale dell’alimento.
  2. FONTE DI FIBRE. L’indicazione che un alimento è fonte di fibre e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono consentite solo se il prodotto contiene almeno 3 g di fibre per 100 g o almeno 1,5 g di fibre per 100 kcal.
  3. LEGGERO/LIGHT. L’indicazione che un prodotto è «leggero» o «light» e ogni altra indicazione che può avere lo stesso significato per il consumatore sono soggette alle stesse condizioni fissate per il termine «ridotto»; l’indicazione è inoltre accompagnata da una specificazione delle caratteristiche che rendono il prodotto «leggero» o «light».

La verifica della compliance

Ciò che si comunica e come lo si comunica, dunque, è una responsabilità dell’OSA. Un banale errore di comunicazione può causare sanzioni e perdita di immagine. Per questo motivo, prima di commercializzare un prodotto con una nuova etichetta, scrivere un copy accattivante per il proprio sito o per i propri canali social è bene verificare sempre che tutto sia a norma.

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Il Regolamento di esecuzione 2021/279

Il Regolamento di esecuzione 2021/279 della Commissione del 22 febbraio 2021 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) 2018/848 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto concerne i controlli e le altre misure che garantiscono la tracciabilità e la conformità nella produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 23 febbraio 2021.

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Regolamento di esecuzione 2021/279: le norme di dettaglio

Tramite la regolamentazione menzionata sono state introdotte norme di dettaglio applicabili al Regolamento 2018/848, con particolare riferimento:

  • al capo III, sulle norme di produzione riferite agli operatori,
  • al capo IV, sulle disposizioni relative all’etichettatura dei prodotti biologici e quelli in conversione
  • al capo V, sulle norme relative a certificazione degli operatori e di gruppo
  • al capo VI, sui controlli ufficiali.

Si tratta, dunque, di aggiornamenti relativi a operatori, da un lato, e sistema di controllo, dall’altro.

Le misure dedicate agli operatori

Il regolamento di esecuzione 2021/279 approfondisce, all’articolo 1, le misure precauzionali che gli operatori sono tenuti ad adottare in caso di sospetto di non conformità dovuto a presenza di prodotti e sostanze non autorizzati. Vengono, inoltre, introdotte norme di dettaglio relative all’etichettatura del prodotto e alla certificazione di gruppo nonché, all’articolo 3, alle condizioni per l’uso di indicazioni come quella prevista per i prodotti in conversione di origine vegetale o quella del luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole di cui il prodotto è composto.

Per i prodotti in conversione, in particolare, il regolamento prevede che la dicitura dovrà figurare:

a) con colore, formato e tipo di caratteri che non le diano maggiore risalto rispetto alla denominazione di vendita del prodotto ed è interamente redatta in caratteri della stessa dimensione;

b) nello stesso campo visivo del codice numerico dell’autorità di controllo o dell’organismo di controllo di cui all’articolo 32, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (UE) 2018/848.

Sui controlli ufficiali

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Con riferimento ai controlli ufficiali, il regolamento di esecuzione 2021/279 introduce specifiche misure relative alle indagini ufficiali, al campionamento e ai controlli, ai poteri delle autorità di controllo e allo scambio di informazioni in ambito UE.

In particolare, ai controlli ufficiali previsti in funzione del rischio di non conformità, il regolamento prevede l’applicabilità delle seguenti percentuali minime:

a) ogni anno almeno il 10 % di tutti i controlli ufficiali degli operatori o dei gruppi di operatori è effettuato senza preavviso;
b) ogni anno è effettuato almeno il 10 % di controlli aggiuntivi rispetto a quelli di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848;

c) ogni anno almeno il 5 % degli operatori, esclusi gli operatori esentati a norma dell’articolo 34, paragrafo 2, e dell’articolo 35, paragrafo 8, del regolamento (UE) 2018/848, è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

d) ogni anno almeno il 2 % dei membri di ciascun gruppo di operatori è sottoposto a campionamento a norma dell’articolo 14, lettera h), del regolamento (UE) 2017/625;

e) almeno il 5 % degli operatori che sono membri di un gruppo, ma non in numero inferiore a 10, è sottoposto ogni anno a una nuova ispezione.

Se il gruppo di operatori conta 10 membri o meno, tutti i membri sono controllati in relazione alla verifica della conformità di cui all’articolo 38, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2018/848.

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Aceto Balsamico: “attacco dalla Slovenia”

Ascolta ora “Diritto Agroalimentare – il podcast”

L’Aceto Balsamico di Modena, stando a quanto riportato dal consorzio di tutela, è sotto attacco. Si legge, infatti, nel comunicato stampa diffuso dal consorzio, che “il governo sloveno ha notificato alla Commissione Europea una norma tecnica nazionale in materia di produzione e commercializzazione degli Aceti che, “oltre a porsi in netto contrasto con gli standard comunitari e con il principio di armonizzazione del diritto europeo”, cerca di trasformare la denominazione ‘aceto balsamico’ in uno standard di prodotto.” Secondo tale norma, infatti, qualsiasi miscela di aceto di vino con mosto concentrato si potrà chiamare, e vendere, come ‘aceto balsamico’.

Aceto Balsamico: nome generico?

Si tratta, come evidente, del tentativo di rendere “generica” la denominazione “Aceto Balsamico”.

Sul punto vale la pena leggere quanto già detto circa il caso “Feta”, riguardante proprio le denominazioni generiche.

La denominazione generica consiste in un nome comune di prodotto in grado di identificare un determinato prodotto servizio. Si tratta, ad esempio, della denominazione “pane”. Tali denominazioni non possono essere registrate come marchi e, tantomeno, come denominazioni di prodotti DOP o IGP.

Occorre, peraltro, considerare anche l’eventualità di denominazioni divenute generiche. Vengono così definite quelle denominazioni legate ad un prodotto specifico che sono poi divenute di comune utilizzo e identificative di una classe di prodotti agricoli o alimentari.

L’opposizione

Sempre nel comunicato stampa il Consorzio parla di una “operazione illegittima ed in contrasto con i regolamenti comunitari che tutelano Dop e Igp e disciplinano il sistema di etichettatura e informazione del consumatore”.

L’atto di opposizione dovrà essere notificato in Commissione entro il 3 marzo.

leggi il comunicato

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Capitan Findus e pubblicità ingannevole

Capitan Findus è la mascotte delle aziende alimentari del Gruppo Iglo e viene chiamato, a seconda dei luoghi di commercializzazione dei prodotti, Capitan Frudensa, Capitan Birds Eye o Capitan Iglo.

Ascolta ora il podcast “Diritto Agroalimentare”?

Capitan findus: la controversia

Si tratta, però, di un personaggio che, recentemente, è stato al centro di una controversia legale che ha coinvolto, oltre al Gruppo Iglo, la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG.

L’oggetto della causa 17 HK O 5744/20, infatti, era la mascotte pubblicitaria della società Appel Feinkost GmbH & Co. KG: un uomo anziano, con barba lunga e cappello di pilota, raffigurato sulla costa tedesca del Mare del Nord.

La 17a Camera di Commercio del Tribunale Distrettuale di Monaco I ha, quindi, dovuto decidere la controversia relativa a pubblicità ingannevole intentata da Iglo.

La decisione del Tribunale Distrettuale di Monaco I

Il consiglio ha evidenziato la regolarità della pubblicità della convenuta. La convenuta, infatti, pubblicizza prodotti ittici e, quindi, raffigurarli in un contesto con costa e mare è sensato. Peraltro l’uso del mare, il collegamento con il mare, la presenza della costa, del cielo e di determinate condizioni atmosferiche non può certamente essere posto alla base del concetto di “imitazione”. A ciò si aggiunga che la pubblicità della convenuta raffigura un noto faro situato nel distretto di Cuxhaven, luogo in cui la società Appel Feinkost GmbH & Co. KG ha sede.

Il Tribunale ha, inoltre, voluto evidenziare le differenze stilistiche del protagonista delle pubblicità. La figura pubblicitaria del convenuto, infatti, non indossa un abito blu, non è sempre percepito come un marinaio dal consumatore, non indossa un dolcevita o una maglietta bianca ma un gilet scozzese con cravatta e sciarpa di seta.

Nessun rischio di confusione con Capitan Findus

Insomma, non sussiste il rischio di confusione per il consumatore che percepisce il protagonista della pubblicità della Appel come un distinto signore benestante in un elegante abito a tre pezzi con una sciarpa di seta e non come un capitano.

Alla luce di tutto quanto detto, conclude quindi il Tribunale, alla convenuta non può essere vietato di utilizzare per le proprie pubblicità uomini di bell’aspetto, anziani, in un contesto marittimo.

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Greenwashing: il 42% delle dichiarazioni green online è ingannevole

Greenwashing è un termine utilizzato per indicare il c.d. ecologismo o ambientalismo di facciata. Per chi si occupa di sostenibilità, quindi, il greenwashing si sostanzia in una strategia di comunicazione incentrata su una ingannevole valutazione dell’impatto ambientale del prodotto commercializzato.

Greenwashing: l’analisi della Commissione Europea

La Commissione Europea, quindi, unitamente alle autorità nazionali dei consumatori, ha pubblicato i risultati di un’analisi dei siti web volta a rintracciare pratiche di greenwashing. Si tratta di un’indagine a tappeto condotta sulle affermazioni ecologiche online di aziende operanti in settori diversi come, ad esempio, elettrodomestici, abbigliamento e cosmetici. Scopo della ricerca è raccogliere dati per la nuova proposta legislativa volta a dotare i consumatori dei mezzi per la transizione verde, proposta annunciata nella nuova agenda per i consumatori.

Leggi anche: Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

Il 42% delle dichiarazioni è ingannevole

I risultati delle hanno evidenziato che il 42% delle dichiarazioni “green” fossero esagerate, false o ingannevoli e potenzialmente in grado di configurare pratiche commerciali sleali.

La Commissione quindi, ha rilevato che:

  • In oltre metà dei casi non venivano fornite al consumatore informazioni sufficienti per valutare la veridicità dell’affermazione;
  • nel 37 % dei casi, l’affermazione conteneva formulazioni vaghe e generiche, come “cosciente”, “rispettoso dell’ambiente”, “sostenibile”, miranti a suscitare nei consumatori l’impressione, priva di fondamento, di un prodotto senza impatto negativo sull’ambiente;
  • nel 59 % dei casi, il commerciante non aveva fornito elementi facilmente accessibili a sostegno delle sue affermazioni.

Ora, sulla base di tali ricerche, le autorità nazionali interagiranno con le imprese coinvolte al fine di segnalare i problemi e risolverli.

La ricerca ICPEN

L’indagine è stata coordinata anche con l’International Consumer Protection and Enforcement Network (ICPEN), che ha analizzato 500 siti web. L’ICPEN ha pubblicato i propri risultati che mostrano una tendenza analoga, con il 40% di dichiarazioni ingannevoli.

In particolare, l’ICPEN ha evidenziato:

  • claims vaghi e linguaggio poco chiaro come, ad esempio, l’utilizzo di “eco” o “sostenibile” riferito a “prodotti naturali” senza un’adeguata spiegazione;
  • marchi o loghi con richiami a “eco” non associati ad un’organizzazione accreditata;
  • omissione di informazioni al fine di far apparire il prodotto come eco-friendly.
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Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

L’origine del prodotto alimentare ha sempre rappresentato, per il consumatore, una priorità. Identifica le tradizioni di un luogo collegate al prodotto agro-alimentare e si basa su criteri, quali la tecnica e l’esperienza dei produttori, la qualità delle materie prime.

Agli inizi degli anni ’90 questi elementi sono stati al centro di una importante decisione della Corte di Giustizia UE. Questa, infatti, ha indicato la strada per una tutela più stringente delle indicazioni di origine.

Leggi anche “origine e provenienza degli alimenti: i chiarimenti della Commissione”

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

Oggetto della sentenza è il Torrone di Alicante, un dolciume prodotto, al tempo della decisione in commento, sia in Spagna che in Francia. Il produttore spagnolo, intenzionato a tutelare il proprio prodotto, aveva adito il giudice francese. Alla base delle sue tesi vi era la convenzione di Madrid del 27 giugno 1973 sulla tutela delle denominazioni di origine, la quale aveva riservato la denominazione «Torrone di Alicante» ai soli prodotti spagnoli. La società spagnola, dunque, visto il rigetto della domanda, adiva il giudice d’appello il quale rimetteva la questione alla Corte di Giustizia.

L’intervento della Commissione

La Commissione, intervenuta nel giudizio, aveva sostenuto l’illegittimità della convenzione per violazione delle norme in tema di libera circolazione dei prodotti. L’indicazione di origine, al tempo, riceveva specifica tutela UE solo nel caso fornisse all’alimento una “valenza positiva effettivamente misurabile“.

La decisione della Corte

La Corte di Giustizia, però, con la decisione in commento ha contribuito in maniera particolarmente rilevante all’evoluzione della materia. Questa, infatti, nel respingere la tesi della Commissione, ha ritenuto legittima l’applicazione delle norme di una Convenzione bilaterale tra Stati membri relative alla tutela delle indicazioni di provenienza e delle denominazioni d’origine. La Corte, in particolare, ha evidenziato che

sostenere le posizioni adottate dalla Commissione porterebbe a privare di qualsiasi tutela le denominazioni geografiche che siano usate per dei prodotti per i quali non si può dimostrare che debbano un sapore particolare ad un determinato terreno e che non siano stati ottenuti secondo requisiti di qualità e norme di fabbricazione stabiliti da un atto delle pubbliche autorità. Esse, invece, devono quindi essere tutelate.

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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

Leggi anche “Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione”

  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Vertical farming: futuro o illusione?

Vertical farming è senza dubbio una locuzione sempre più usata nel settore alimentare. Occorre chiedersi, però, se le tecnologie alla base di tale idea costituiscano davvero il futuro della produzione agroalimentare mondiale o solo un’illusione, una rappresentazione errata del futuro.

Cos’è il vertical farming

Con “vertical farming” si intende individuare quella coltivazione senza suolo organizzata in ambienti chiusi, in verticale e sotto la gestione e il controllo di sistemi automatizzati. Le modalità di coltivazione di questo tipo vengono definite, a seconda delle caratteristiche, idroponica, acquaponica o aeroponica.

Vertical farming – perché?

Le ragioni che stanno alla base dell’idea di vertical farming sono diverse. Prima di tutte, però, emerge con tutta evidenza la necessità di soddisfare una richiesta di prodotti alimentari crescenti e insostenibile. Basti dire, sul punto, che l’Overshoot Day del 2020 è caduto il 22 agosto. In questa data l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali possono rinnovare nel corso dell’intero anno.

Non solo risposta alla domanda di alimenti, però. La soluzione del vertical farming è una risposta anche alla sostenibilità ambientale ed economica del prodotto alimentare. Avere strutture simili nei centri città – o nei pressi di questi – diminuisce la necessità di trasporto e, quindi, inquina meno, potenzialmente fa calare i prezzi e offre preziose occasioni di lavoro nei centri abitati. Tutto ciò senza considerare lo stop all’erosione del suolo.

La coltivazione idroponica

La coltivazione idroponica, una delle possibili alternative per il vertical farming, si caratterizza per l’assenza di suolo e per la sua sostituzione con un substrato inerte irrigato con una soluzione altamente nutritiva per le piante. Le piante, quindi, in questo caso, sono immerse in acqua da cui traggono i nutrienti.

Acquaponica

La coltivazione acquaponica è una modalità che prevede, contemporaneamente, un sistema di agricoltura idroponica e uno di allevamento. In sostanza, la coltivazione idroponica avviene sfruttando anche l’acqua di acquacultura, ricca di sostanze di scarto dei pesci. Tale acqua nutre le piante che ne assorbono i nutrienti e la filtrano e, infine, rientra nelle vasche di acquacultura per ricominciare il ciclo.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Aeroponica

La coltivazione aeroponica avviene in serra. Le piante sono sospese in aria e i nutrienti vengono nebulizzati direttamente sulle radici tramite una soluzione di acqua arricchita da fertilizzanti e nutrienti. Le piante, in ambiente chiuso e controllato, non vengono mai esposte ad agenti inquinanti e infestanti azzerando, così, l’uso di fitofarmaci.

Vertical farming: futuro o illusione?

Ora, verrebbe certamente da chiedersi se questi sistemi, oltre ad essere molto efficaci sulla carta, siano in grado di conquistare il futuro dell’agricoltura sostenibile. La risposta, che potrebbe sembrare scontata, in realtà non lo è.

Moltre, infatti, sono le voci che vorrebbero imporre un freno o, almeno, un controllo ai metodi menzionati. Si tratta di pareri esposti a tutela dell’agricoltura tradizionale e di tutti gli operatori del settore.

Tali voci, inoltre, hanno trovato esplicito accoglimento in alcune norme. Il regolamento (CE) n. 834/2007 disciplinante l’agricoltura biologica, ad esempio, al suo interno specifica che:

Poiché la produzione biologica vegetale si basa sul principio secondo cui i vegetali devono essere nutriti soprattutto attraverso l’ecosistema del suolo, i vegetali dovrebbero essere prodotti sul, e nel, suolo vivo, in associazione con il sottosuolo e il substrato roccioso. Di conseguenza, non dovrebbero essere ammesse né la produzione idroponica, né la coltivazione di vegetali in contenitori, sacche o aiuole in cui le radici non sono in contatto con il suolo vivo.

Anche il nuovo regolamento (UE) n. 2018/848 evidenzia che:

È vietata la produzione idroponica, vale a dire un metodo di coltivazione dei vegetali che non crescono naturalmente in acqua consistente nel porre le radici in una soluzione di soli elementi nutritivi o in un mezzo inerte a cui è aggiunta una soluzione di elementi nutritivi.

Le norme sono chiare, per certi versi comprensibili e dispongono il divieto di ottenimento della certificazione BIO per l’agricoltura idroponica e le altre coltivazioni fuori suolo. Per capire se questi metodi di coltivazione saranno definitivamente posti al centro dei piani di sviluppo del settore, dunque, occorrerà attendere.

Di sicuro i metodi evidenziati rappresentano un’ottima opportunità per gli imprenditori, sia in termini di resa che di stagionalità.

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Agricoltura rigenerativa: i quattro principi base

L’Agricoltura Rigenerativa sta diventando un modello sempre più diffuso e apprezzato dai consumatori. A differenza di altre tecniche, però, ha radici molto lontane nel tempo. Si tratta, in sostanza, di una evoluzione – e estremizzazione – dell’agricoltura biologica. Lo scopo, infatti, è quello di non sfruttare i terreni. Si punta, al contrario, a recuperarne la fertilità unendo tecniche antiche e tecnologie moderne, agendo su minerali, parte organica e microbiologia e riattivando i cicli naturali.

I quattro principi base: 1. rigenerare il suolo

In base a questo primo principio l’agricoltura rigenerativa mira a implementare pratiche in grado di aumentare la fertilità del suolo. Tale scopo è perseguito tramite tramite l’aumento di carbonio organico, elementi minerali e diversità microbiologica. A questo si aggiunge la limitazione dell’erosione del terreno e la valorizzazione delle specificità e le culture locali.

2. Rigenerare gli ecosistemi e la biodiversità con l’agricoltura rigenerativa

Il secondo principio dell’agricoltura rigenerativa richiede di diminuire le contaminazioni ambientali dovute dall’uso di sostanze chimiche di sintesi. Si richiede altresì una gestione efficiente di acque e risorse agro-silvo-pastorali.

3. Rigenerare le relazioni tra gli esseri viventi

In base al terzo principio occorre garantire alle piante trattamenti in grado di sostenerne salute nel tempo e equilibrio fisiologico. E’ altresì necessario rispettare la dignità delle persone e degli animali e favorire rapporti di lavoro e scambio basati sulla tutela dei diritti e sulla trasparenza.

Leggi anche: Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

4. Rigenerare i saperi

Il quarto e ultimo principio prevede la promozione della conoscenza quale bene collettivo da da acquisire e trasmettere in una dimensione di apertura e interazione con gli altri.

Agricoltura rigenerativa: conclusioni

L’agricoltura rigenerativa, come visto, mira a agire attivamente sul suolo, sulla salute delle persone, sulla sostenibilità ambientale, economia e sociale della produzione. Si evidenzia, però che, al momento, questa non riceve specifica definizione normativa e, quindi, il suggerimento rimane quello di porre estrema attenzione a ciò che si riporta in etichetta.

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