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Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

In questo articolo:

Brexit e alimenti: quali conseguenze?

Mentre per il Regno Unito l’ipotesi di una brexit senza accordo pare più che una lontana probabilità, le ipotesi di eventuali aumenti dei prezzi di generi alimentari e di dazi doganali tornano a destare preoccupazione.

In tal caso, infatti, gli scambi tra le due aree sarebbero regolate dalle norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con evidenti ripercussioni negative

La lettera della GDO

A pararne, allora, sono anche le catene della grande distribuzione britanniche come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer. Queste, infatti, hanno inviato un ultimo monito ai parlamentari avvisandoli che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcuni prodotti e, di conseguenza, la loro prolungata assenza sugli scaffali dei supermercati.

Nel dettaglio, nella lettera si specifica che le interruzioni delle esportazioni e delle importazioni, porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari. Basti pensare che quasi la totalità di prodotti come insalata, pomodori e frutti rossi commercializzati dalle società menzionate provengono da paesi UE.

Brexit e alimenti: le barriere non tariffarie

Tutto sarebbe causato, alloral, dall’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA. Tali imposizioni implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per quelle continentali.

Di conseguenza, le esportazioni dalla UE al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero del 47%, con un -47,4% per l’Italia.

Ma questo non è l’unico problema per il nostro Paese.

Brexit: le indicazioni geografiche

Di vitale importanza sarà anche provvedere alla ricerca di nuove forme di tutela delle indicazioni geografiche nell’agro-alimentare. L’Italia, infatti, è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tali indicazioni, peraltro, assumono particolare rilevanza anche nell’export. Basti pensare che la #dopeconomy vale 15,2 miliardi, in crescita del 2,6% nel 2017.

L’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

brexit e etichettatura
brexit e etichettatura degli alimenti

L’etichettatura degli alimenti potrebbe subire, dopo la brexit del 29 marzo, un importante cambiamento. Esportare i propri prodotti in UK, infatti, richiederà l’applicazione di rilevanti correttivi nel caso in cui, entro la data menzionata, la brexit dovesse avvenire in assenza di un accordo con l’UE.

Ecco alcuni dei cambiamenti relativi all’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

Paese di origine

I prodotti destinati al mercato UK non possono essere più propriamente etichettati con la dicitura “UE” o “NON UE”. Devono, infatti, essere riportate ulteriori informazioni online o sull’etichetta presente nei negozi al fine di rendere più chiara ai consumatori l’origine precisa dell’alimento. I prodotti UK destinati, invece, al mercato europeo, invece, non possono essere più etichettati come “UE”.

Biologico

Il logo BIO europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK. Coloro che, prima della brexit, hanno ottenuto il logo “approved UK organic control body”, potranno continuare ad utilizzarlo.

La situazione, com’è ovvio, è in divenire. Non resta che attendere la conclusione del periodo di transizione per avere certezza degli adempimenti derivanti dalla brexit.

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