Elio Palumbieri
Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

Il mondo della pubblicità ingannevole nel settore alimentare è un mondo vastissimo. In questo settore, infatti, la tutela delle imprese e del consumatore impone particolare cautela. Per questo è necessario analizzare dettagliatamente l’etichetta del prodotto posto in commercio.

La pubblicità ingannevole nel settore alimentare

Le informazioni sugli alimenti non devono indurre in errore il consumatore:

  • per quanto riguarda le caratteristiche dell’alimento e, in particolare, la natura, l’identità, le proprietà, la composizione, la quantità, la durata di conservazione, il paese d’origine o il luogo di provenienza, il metodo di fabbricazione o di produzione;
  • attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede;
  • suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche, in particolare evidenziando in modo esplicito la presenza o l’assenza di determinati ingredienti e/o sostanze nutritive;
  • suggerendo, tramite l’aspetto, la descrizione o le illustrazioni, la presenza di un particolare alimento o di un ingrediente, mentre di fatto un componente naturalmente presente.

Le norme inerenti le pratiche leali di informazione sugli alimenti appena menzionate trovano applicazione anche alla pubblicità nonché alla presentazione degli alimenti, in particolare forma, aspetto o imballaggio, materiale d’imballaggio utilizzato, modo in cui sono disposti o contesto nel quale sono esposti.

Il caso “Patasnella”

Una delle decisioni più importanti sul punto è quella con cui l’AGCOM dichiarato ingannevole il messaggio pubblicitario delle note patatine “Patasnella”.  Infatti, sulla confezione e sul sito internet dell’azienda produttrice era presente la scritta “70% di grassi in meno”. Lo scopo del produttore era quello di porre in evidenza le caratteristiche di leggerezza, praticità e bontà delle patate fritte surgelate. Tali caratteristiche venivano ricondotte alla cottura (in forno) cui le patatine sono sottoposte prima del consumo. In sostanza tali patatine, secondo il messaggio lanciato dall’azienda, contenevano meno grassi rispetto a quelle fresche perché venivano cotte in forno. L’Autorità, però, ha ritenuto ingannevole tale messaggio in quanto non ha riscontrato un minore contenuto di grassi rispetto alla patata fritta fresca, come evidenziato dal messaggio pubblicitario, ma solo rispetto alle patatine fritte pre-surgelate.

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La differenza tra e-commerce e marketplace c’è, non ignorarla

Per analizzare la differenza tra e-commerce e marketplace nel settore alimentare non può non farsi una premessa.

I dati mostrano che il commercio online è in forte crescita in tutto il mondo e nei prossimi anni questo trend non può che crescere. Basti dire che, secondo una ricerca Nasdaq, entro il 2040 il 95% degli acquisti sarà facilitato dal commercio online. Secondo un’altra ricerca di Hosting Facts, inoltre, la spesa media annuale su canali di commercio online ammonta a circa 488 milioni di dollari.

E’ un tema del quale ho, peraltro, discusso insieme a colleghi provenienti da Germania, Olanda e Portogallo.

Puoi riascoltare il webinar qui


La vendita online di prodotti alimentari costituisce, in termini di fatturato, ancora una nicchia, se così si può definire, in Italia. Rappresenta, infatti, il 2,7% del fatturato totale derivante dalla vendita di beni e servizi su internet.

Tuttavia non è questo il focus di questo post. Qui si intende chiarire la differenza tra e-commerce e marketplace nel settore alimentare, specie per quanto riguarda le norme applicabili.

Le norme generali

Il regolamento da tenere presente è il Reg. (UE) 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni al consumatore. Questo precisa che le informazioni sugli alimenti devono essere fornite al consumatore indipendentemente dalle forme in cui gli stessi alimenti sono venduti. Ciò significa che non importa se il prodotto viene venduto online o offline: il consumatore deve ricevere le stesse e identiche informazioni e queste devono essere ugualmente reperibili.

Più tecnicamente, le definizioni essenziali sono queste: 

  1. tecniche di comunicazione a distanza: con questa espressione si indica qualunque mezzo che, senza la presenza fisica e simultanea del fornitore e del consumatore, possa impiegarsi per la conclusione del contratto tra dette parti. Giuridicamente i siti di e-commerce rientrano in questa categoria;
  2. informazioni sugli alimenti: le informazioni riguardanti un alimento e messe a disposizione del consumatore finale mediante un’etichetta, altri materiali di accompagnamento o qualunque altro mezzo, compresi gli strumenti della tecnologia moderna o la comunicazione verbale.

Leggi anche “Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

La differenza tra e-commerce e marketplace

E’ sotto il profilo della responsabilità che emerge la differenza tra e-commerce e marketplace.

Con”e-commerce” si intende quel negozio online in cui il produttore vende direttamente ciò che produce.

Si definiscono, invece, “marketplace”  quei siti che si occupano della intermediazione per la vendita di beni o servizi. Il negozio online, quindi, non è di proprietà del produttore ma semplicemente offre uno spazio di vendita a questi. Ad esempio, tra i più grandi marketplace vi sono Alibaba, Amazon e Ebay.

Responsabili delle informazioni sugli alimenti venduti tramite marketplace sono sia l’OSA (qui trovi un mio post sulla definizione e la responsabilità dell’OSA) sotto il cui nome o ragione sociale il prodotto è commercializzato, sia il proprietario del sito web. Il primo, infatti, è responsabile delle informazioni riportate in etichetta sia nel caso di vendita fisica e diretta sia nel caso di vendita online. Il secondo, invece, ha il dovere di garantire che il proprio marketplace soddisfi tutti i requisiti di legge appena menzionati riportando correttamente le informazioni necessarie.

Nel caso di e-commerce, invece, la figura dell’OSA e del proprietario del sito web coincideranno determinando un cumulo anche sotto il profilo delle responsabilità.

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

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definizioni, diritto alimentare

Food security e food safety: cosa cambia?

Chiarire la differenza tra food security e food safety è essenziale. Senza, infatti, non è possibile parlare correttamente di diritto alimentare. E’ una di quelle nozioni che i libri riportano alle prime pagine. Meglio conoscerla prima di parlare d’altro.

Peraltro si tratta di un concetto del quale mi sono ritrovato a parlare spessissimo. In una particolare occasione, presso il Politecnico di Bari, durante un convegno sull’innovazione nelle filiere agroalimentari, ho cercato di individuare la centralità del tema “sicurezza alimentare” associato a quello della sostenibilità. In breve ho parlato di “Agrifood supply chains in balance among tradition and innovation. A wide-ranging role for scientific research and new technologies” partendo dal caso delle orecchiette di Bari vecchia.

La differenza

Ritornando a food security e food safety. Si tratta di due concetti tra loro complementari ma che si caratterizzano in maniera differente:

  • uno indica la sicurezza economico-sociale di disponibilità di approvvigionamenti alimentari;
  • l’altro indica la sicurezza igienico-sanitaria degli stessi.

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Chiarire questa differenza è necessario perché il diritto alimentare, specie in ambito europeo, evolve attorno al concetto di food safety. La capacità di questa di permeare diversi settori del mondo dell’alimentazione come sicurezza informativa, nutrizionale e tossicologica è tornata spesso utile al legislatore nella sua attività normativa.

Basti pensare all’impegno di Fao e Oms. Era il 1963 quando le due organizzazioni hanno emanato il c.d. Codex Alimentarius con lo specifico scopo di individuare linee guida comuni. In Europa, la sicurezza alimentare è diventata centrale solo più di recente, come risposta al diffondersi dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, anche nota come mucca pazza).

Due concetti complementari

Nel settore agro-alimentare la parola «sicurezza» è, quindi, riconducibile a due distinti – ma complementari – concetti fondamentali.

Food safety

Leggi anche: Blockchain e smart contracts

Il primo – la food safety – riguarda gli aspetti legati alla sicurezza intesa come igiene e salubrità di un alimento. Si tratta, in sostanza, di quel complesso di norme poste a tutela della salute umana la cui base costituzionale va rintracciata nell’articolo 32 Cost. Tale norma, infatti, mira a tutelare il diritto alla salute non solo come diritto dei soggetti indigenti ma anche quale diritto al benessere e alla qualità della vita[1].

Tale concezione si declina, peraltro, anche in altro modo: sicurezza tossicologica (riferita alla composizione dell’alimento), sicurezza informativa (con riguardo alle informazioni che devono essere fornite al consumatore circa le caratteristiche dell’alimento e sulle sue modalità o quantità di consumo), sicurezza nutrizionale.

Food security

A differenza della food safety, la food security inerisce ad aspetti più etici: trattasi, infatti, della possibilità universale di accesso a una quantità di cibo sufficiente per condurre una dignitosa.

La food security nella Carta di Milano

È proprio alla dignità che si fa riferimento, ad esempio, nella Carta di Milano, una dichiarazione internazionale – derivante dai principi di Expo 2015 – che, nel suo incipit, così recita:

«noi donne e uomini, cittadini di questo pianeta […] riteniamo che il diritto al cibo debba essere considerato un diritto umano fondamentale. Consideriamo infatti una violazione della dignità umana il mancato accesso al cibo sano, sufficiente e nutriente, acqua pulita ed energia».

È quindi la «disponibilità in ogni momento di adeguate derrate alimentari di base per sostenere una pronta espansione del consumo alimentare e per eliminare fluttuazioni nella produzione e nei prezzi». Con security, allora, si indica quella garanzia offerta a chiunque di poter accedere al cibo, indipendentemente dal luogo in cui si trova, e senza discriminazioni dovute a fattori geografici, sociali, religiosi, economici.

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare


[1] R. FERRARA, Il diritto alla salute: i principi costituzionali, in ID. (a cura di), Salute e sanità, vol. 5 del Trattato di biodiritto, diretto da S. Rodotà e P. Zatti

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Il blog personale, alla fine ho deciso

Ebbene sì, il blog personale. Ho deciso. Eliopalumbieri.it nasce da un’esigenza:  raccontare il diritto alimentare e le mie attività senza filtri e senza dover obbligatoriamente rispondere a particolari criteri. Questo blog è un luogo di condivisione e confronto. I commenti sono aperti e graditi e tutti i miei contatti sono a completa disposizione.

Di cosa parlerà il blog personale?

Principalmente di diritto alimentare. Tratterò la materia in maniera attiva caricando le mie impressioni, le mie idee e attività, gli aggiornamenti più importanti in materia. Ma non ci sarà solo diritto alimentare. Un piccolo spazio di questo blog è dedicato ai miei progetti e a quelli di cui faccio parte. Sono e saranno disponibili alla pagina eliopalumbieri.it/dove-mi-trovi.

E il blog dello Studio?

Rimarrà il blog dello Studio Legale Palumbieri. Sempre aggiornato ma non più solo sul diritto alimentare. Ovviamente non sono da solo e lo Studio non si occupa solo di food law quindi è opportuno allargare il blog ai settori di nostra competenza lasciando a un blog personale il resto.

Come rimanere aggiornati?

In apertura del blog verrà chiesto di attivare le notifiche. Invierò una notifica su smartphone o desktop ogni volta che pubblicherò un nuovo post. Se non lo hai fatto puoi sempre andare in fondo alla pagina e cliccare sulla campanella rossa. Oltre alle notifiche, comunque, ci sarà la newsletter alla quale ci si può iscrivere compilando l’apposito form (su desktop a destra, su smartphone in fondo).

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diritto alimentare, import-export, norme europee

Il principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento è stato introdotto all’interno dell’ordinamento europeo dalla sentenza Cassis de Dijon. In base a tale principio ogni prodotto legalmente fabbricato e posto in vendita in uno Stato membro dev’essere, in linea di massima, ammesso sul mercato di ogni altro stato membro se conforme alla normativa del paese d’esportazione.

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Il problema del rapporto tra principio di mutuo riconoscimento e norme tecniche

Il problema legato alla definizione appena fornita del principio di mutuo riconoscimento è legato alle c.d. “norme tecniche”. Queste, infatti, concernenti aspetti peculiari della produzione e commercializzazione come composizione, denominazione e qualità, se imposte da ogni Stato membro ben potrebbero porre un serio limite alla libertà di circolazione delle merci. Dunque, per questo motivo, la Commissione già nel 1989 evidenziava che le normative tecniche e commerciali non possono creare ostacoli se non in due casi.

1) Quando siano necessarie per soddisfare esigenze imperative e 

2) quando perseguano un obiettivo di interesse generale, di cui esse costituiscono la garanzia essenziale.

La libera circolazione delle merci nel principio di mutuo riconoscimento

L’obiettivo statuito con il riconoscimento del principio di mutuo riconoscimento dev’essere di natura tale da prevalere sulle esigenze della libera circolazione delle merci, che costituisce una delle regole fondamentali della Comunità. Da quanto detto deriva, quindi, che un imprenditore che intenda commercializzare i propri prodotti alimentari all’interno del territorio europeo ha libertà di farlo  in due casi. In primo luogo quando questi segua tutte le disposizioni dettate in materia di produzione e commercializzazione. In secondo luogo nel caso in cui lo Stato membro in cui intende commercializzarle non preveda norme tecniche contrarie necessarie a soddisfare esigenze imperative e interessi generali.

L’applicazione del principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento, oggi riportato all’art. 114 del TFUE, trova applicazione in svariati casi. Eccone alcuni.

1) il caso dei prodotti da forno, regolato dal d.P.R. 23 giugno 1993 n. 283, il quale, all’art. 4 comma 1, specifica che:


“I prodotti legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri della CEE denominati crackers, fette biscottate e crostini, possono essere liberamente commercializzati in Italia, anche se non conformi alle caratteristiche indicate nel presente regolamento”.

2) il caso inserente alla commercializzazione dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari di cui all’art. 48 della L. n. 128/98.


“Le disposizioni concernenti gli ingredienti, la composizione e l’etichettatura dei prodotti alimentari, di cui alla legge 4 luglio 1967, n. 580, sulla lavorazione e il commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari, non si applicano ai prodotti alimentari legalmente fabbricati e commercializzati negli altri Stati membri dell’Unione europea o negli altri Paesi contraenti l’Accordo sullo spazio economico europeo, introdotti e posti in vendita nel territorio nazionale.”

3) Ulteriormente, il caso relativo alla passata di pomodoro di cui al d.m. 23 settembre 2005:

“Il prodotto avente la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», legalmente fabbricato o commercializzato negli altri Stati dell’Unione europea o in Turchia e legalmente fabbricato negli Stati parti dell’accordo sullo Spazio economico   europeo, può essere commercializzato nel territorio italiano.
Tuttavia è vietato utilizzare la denominazione di vendita «passata di pomodoro» o «passato di pomodoro», anche se accompagnata da integrazioni o specificazioni, per designare un prodotto che si differenzi in modo sostanziale da quello indicato nel presente decreto dal punto di vista della sua composizione o della sua fabbricazione.”

4) Infine, il caso relativo ai prodotti di salumeria di cui al d.m. 21 settembre 2007:

“I prodotti legalmente fabbricati o commercializzati negli altri Stati membri…possono essere commercializzati nel territorio italiano. Tuttavia è vietato utilizzare le denominazioni di vendita previste dal presente decreto, anche se accompagnate da integrazioni o specificazioni, per designare prodotti che si differenziano in modo sostanziale da quelli indicati nel presente decreto dal punto di vista della composizione o della fabbricazione.”

diritto alimentare, english, import-export

Importing food into EU: general requirements

The rules and the general law you need to know in order to import food into EU

There are different requirements you need to follow in order to import food in EU so it is necessary to distinguish between food of non-animal origin, food of animal origin and composite products.
But before this, it is important to define what “food” is, according to the EU food law. The article 2 of Regulation n. 178/2002 defines it as “any substance or product, whether processed, partially processed or unprocessed, intended to be, or reasonably expected to be ingested by humans.
‘Food’ includes drink, chewing gum and any substance, including water, intentionally incorporated into the food during its manufacture, preparation or treatment”.
The article 2 provides a list of what this definition shall not include:
(a) feed;
(b) live animals unless they are prepared for placing on the market for human consumption;
(c) plants prior to harvesting;
(d) medicinal products;
(e) cosmetics;
(f) tobacco and tobacco products;
(g) narcotic or psychotropic substances;
(h) residues and contaminants.

 

General requirements

Certain rules, including food hygiene requirements and food laws are laid down in Regulations n. 852/2004 and 178/2002.

Article 11 of Reg. 178/2002 – Compliance or equivalenceFood and feed imported into the Community for placing on the market within the Community shall comply with the relevant requirements of food law or conditions recognised by the Community to be at least equivalent thereto or, where a specific agreement exists between the Community and the exporting country, with requirements contained therein”.

This means that food imported into the EU shall comply with:

  • The requirements of food law,
  • The conditions recognised by the EU,
  • With requirements stated by specific agreement between the EU and the exporting country.

Article 19 of Reg. n. 178/2002 – Responsibilities of food importers
If a food business operator considers or has reason to believe that a food which it has imported, produced, processed, manufactured or distributed is not in compliance with the food safety requirements, it shall immediately initiate procedures to withdraw the food in question from the market where the food has left the immediate control of that initial food business operator and inform the competent authorities thereof”.

General food requirements

The articles 3 to 6 of Regulation n. 852/2004 provide general food hygiene requirements. In particular, it contains:

  • A general obligation to monitor the food safety of products and process under the responsibility of the operator;
  • Detailed requirements after primary production:
  • Procedures based on the HACCP principles;
  • Registration or approval of establishments;
  • General hygiene provisions for primary production;
  • Microbiological requirements for certain products.

Import procedures for food of non-animal origin

When importing this kind of food the importer has to ensure compliance with the requirements of EU food law or with conditions recognised equivalent. In particular the importer has to consider that:

  • Food of non-animal origin may be submitted to controls in accordance with the article 15 paragraph 1 of Regulation n. 882/2004;
  • Most of non-animal food can enter the EU using any entry point and without any prenotification or certification

Import procedure for food of animal origin

The Regulation n. 136/2004 and the Directive 97/78/EU provide the procedures for veterinary checks at Community border inspection posts on products imported from third countries. For example:

  • Products of animal origin, must be presented at an EU approved border inspection post for being submitted to an import control,
  • Prior notification of the physical arrival of the products on the EU territory must be provided to the border inspection post of arrival using the Common Veterinary Entry Document (CVED),
  • The consignments must be presented to the border inspection post accompanied by all relevant certificates/documents required in EU legislation,
  • Consignments will only be accepted if the products are derived from approved third countries, regions thereof and establishments as appropriate and if veterinary checks had favourable results,
  • In certain cases, safeguard measures introducing special import conditions or restrictions may apply,
  • The procedures as laid down in Regulation (EC) No 136/2004 are to be followed.

Import procedure for composite products

  • Certain composite products have to undergo import controls in border inspection posts as provided for in Regulation n. 28/2012,
  • The same Regulation specifies certification requirements taking into consideration animal and public health requirements.
diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Informazioni nutrizionali e sulla salute in etichetta

Al momento dell’acquisto di un prodotto è buona abitudine leggere e verificare l’etichetta in ogni suo dettaglio. Chi è maggiormente interessato ai contenuti relativi alle caratteristiche nutrizionali di un alimento, tuttavia, porrà certamente maggiore attenzione alla dichiarazione nutrizionale.
Per poter comprenderne il contenuto è opportuno fare riferimento al regolamento 1169/2011 che ha, appunto, introdotto l’obbligo di inserimento della dichiarazione nutrizionale tra le informazioni obbligatorie in etichetta. Questa viene riportata in una tabella contenente una dichiarazione relativa al valore energetico e al contenuto in proteine, grassi, carboidrati, fibre alimentari, sodio, vitamine e sali minerali contenuti in un alimento.

Cosa deve contenere la dichiarazione nutrizionale?
All’interno della dichiarazione nutrizionale troviamo svariate informazioni il cui lessico e ordine viene puntualmente disciplinato dal regolamento. In particolare, devono esserci indicazioni circa:
– energia (kJ, kcal),
– grassi,
– di cui acidi grassi saturi,
– carboidrati,
– di cui zuccheri,
– fibre (su base volontaria),
– proteine,
– sale (inteso come sodio, di qualsiasi fonte, per 2,5).
La presenza di questi elementi va indicata sulla base di 100g o 100ml di prodotto.

Quali prodotti devono recare la dichiarazione nutrizionale?
L’obbligo è applicabile ai prodotti alimentari destinati alla vendita al consumatore finale, alle collettività (bar, esercizi di ristorazione, ecc.) e preimballati. Sono esplicitamente esclusi:

  • le bevande alcoliche con contento di alcol in volume superiore all’1,2%;
  • gli alimenti elencati dall’alleato V del regolamento come i prodotti non trasformati o trasformati che comprendono un solo ingrediente, le spezie o loro miscele, l’acqua destinata al consumo umano, lieviti, ecc.);
  • gli alimenti non preimballati.

Indicazioni facoltative
Fino a questo momento abbiamo analizzato le indicazioni obbligatorie rientranti nella c.d. tabella nutrizionale. Ulteriori indicazioni nutrizionali, sulla salute o quelle relative alla riduzione di un rischio di malattia, tuttavia, possono essere aggiunte su base volontaria. Le indicazioni nutrizionali, in particolare, indicano l’esistenza di particolari proprietà nutrizionali benefiche, quelle sulla salute indicano la relazione tra una categoria di alimenti, un alimento o uno dei suoi componenti e la salute e, infine, le indicazioni relative alla riduzione di u rischio di malattia indicano la connessione tra il consumo di una categoria di alimenti, di un alimento o di uno dei suoi componenti e la significativa riduzione di un fattore di rischio di insorgenza di una malattia.
Perché queste indicazioni possano essere riportate in etichetta è necessario:

  • Che vi sia dimostrazione che la presenza, l‘assenza o il contenuto ridotto in un alimento di una sostanza nutritiva rispetto alla quale viene fornite l’indicazione trovino conferma sulla base di conoscenze scientifiche generalmente accettate;
  • che la sostanza nutritiva sia contenuta nel prodotto n una quantità significativa in base a specifiche disposizioni ovvero in quantità necessaria a produrre l’effetto nutrizionale promesso o ad evitare effetti indesiderati.

Due elementi da analizzare
Riassumendo, quindi, nel momento in cui leggiamo un’etichetta è opportuno fare attenzione a due aspetti: la dichiarazione nutrizionale, riportata nella tabella, e le ulteriori indicazioni. Per informazioni sui claims (per esempio: “senza grassi”) ecco un mio post per Cucina Mancina http://www.cucinamancina.com/posts.php?id=867&titolo=attenzione-all-etichetta

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