Elio Palumbieri
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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

Cosa sono le Free From?

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

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Alimenti senza lattosio

Per quanto concerne, nello specifico, gli alimenti senza lattosio, vale la pena evidenziare che, fatta eccezione per gli alimenti per lattanti (per i quali la Direttiva 2006/141/CE autorizza la dichiarazione “assenza di lattosio” solo nel caso in cui il prodotto ne contenga per quantità non superiori ai 10 mg/100 kcal), non viene fornita una precisa indicazione normativa dei livelli da tenere in considerazione nel riportare l’informazione in etichetta.

Leggi anche: Origine e provenienza dell’alimento

Sul punto, basti osservare che il Regolamento (UE) nº 609/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini, agli alimenti per fini medici speciali e sostituti dell’intera razione alimentare per il controllo del peso, specifica, al considerando 42, che “le norme in materia di etichettatura e di composizione che indicano l’assenza o la presenza ridotta di lattosio nei prodotti alimentari non sono attualmente armonizzate a livello di Unione. Tali indicazioni sono tuttavia importanti per le persone intolleranti al lattosio”.

L’EFSA

Una motivazione circa tale vuoto normativo è rinvenibile nel contenuto del parere scientifico dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare del 10 settembre 2010 sulle soglie relative al lattosio nell’intolleranza e nella galattosemia”.

Gli esperti dell’EFSA, in tale contesto, hanno premesso che la maggioranza dei soggetti a cui è stata diagnosticata un’intolleranza digeriscono fino a 12 g di lattosio in una singola dose senza manifestare alcun sintomo o, comunque, manifestando sintomi ridotti. Coloro che hanno una difficoltà di digestione possono tollerarne da 20 a 24 g se tale quantità è distribuita tra i pasti e nell’arco della giornata.

L’Autorità ha altresì riportato una generale scarsità di soggetti intolleranti tra i bambini e giovani adulti di origine nord europea.

Stante tale estrema eterogeneità delle caratteristiche dell’intolleranza, l’EFSA ha concluso ponendo in evidenza l’impossibilità di stabilire una soglia univocamente e generalmente tollerabile.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Nel 2015, inoltre, Il Ministero della Salute ha chiarito, con apposite circolari, le condizioni per l’utilizzo in etichetta delle diciture “senza lattosio” e “a ridotto contenuto di lattosio” relative a “latti e prodotti lattiero-caseari”. Alla luce di tali indicazioni, l’indicazione “senza lattosio” può essere riportata in etichetta per latti e prodotti lattiero-caseari con un residuo inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Alla circolare ministeriale menzionata si deve aggiungere una ulteriore precisazione del Ministero della Salute giunta nel 2016 .

Partendo, infatti, dal presupposto che la lunga stagionatura dei formaggi sia idonea a ridurre il tenore di lattosio ivi presente, il Ministero ha chiarito che:

Nei prodotti lattiero-caseari in cui l’usuale processo di produzione porta all’eliminazione o alla riduzione del contenuto di lattosio possono essere riportate in etichetta le seguenti indicazioni (alle stesse condizioni definite per i prodotti delattosati):

1.         “naturalmente privo di lattosio”(o espressione equivalente) quando il tenore residuo di Lattosio, da riportare in etichetta, è inferiore a 0,1 g/100 g;

2.         “naturalmente a ridotto contenuto di lattosio (o espressione equivalente) quando il tenore residuo di lattosio, da riportare in etichetta, é “inferiore a 0,5 g/100/g”.

Per entrambe le categorie di prodotti va riportato in etichetta:

–           che l’assenza di lattosio o la sua ridotta presenza sono una conseguenza “naturale” del tipico processo di fabbricazione con il quale si ottiene il formaggio in questione;

–           una indicazione del tipo “contiene galattosio“.

Nel solo caso dei prodotti “naturalmente privi di lattosio”, se si ritiene di poter quantificare e garantire una soglia residua massima di galattosio, può essere utilizzata in alternativa alla precedente una dizione del tipo “contiene galattosio in quantità inferiore a …” nell’ottica di fornire informazioni precise anche per un eventuale uso da parte dei galattosemici.

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Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Brexit e alimenti: quali conseguenze?

Mentre per il Regno Unito l’ipotesi di una brexit senza accordo pare più che una lontana probabilità, le ipotesi di eventuali aumenti dei prezzi di generi alimentari e di dazi doganali tornano a destare preoccupazione.

In tal caso, infatti, gli scambi tra le due aree sarebbero regolate dalle norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con evidenti ripercussioni negative

La lettera della GDO

A pararne, allora, sono anche le catene della grande distribuzione britanniche come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer. Queste, infatti, hanno inviato un ultimo monito ai parlamentari avvisandoli che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcuni prodotti e, di conseguenza, la loro prolungata assenza sugli scaffali dei supermercati.

Nel dettaglio, nella lettera si specifica che le interruzioni delle esportazioni e delle importazioni, porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari. Basti pensare che quasi la totalità di prodotti come insalata, pomodori e frutti rossi commercializzati dalle società menzionate provengono da paesi UE.

Brexit e alimenti: le barriere non tariffarie

Tutto sarebbe causato, alloral, dall’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA. Tali imposizioni implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per quelle continentali.

Di conseguenza, le esportazioni dalla UE al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero del 47%, con un -47,4% per l’Italia.

Ma questo non è l’unico problema per il nostro Paese.

Brexit: le indicazioni geografiche

Di vitale importanza sarà anche provvedere alla ricerca di nuove forme di tutela delle indicazioni geografiche nell’agro-alimentare. L’Italia, infatti, è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tali indicazioni, peraltro, assumono particolare rilevanza anche nell’export. Basti pensare che la #dopeconomy vale 15,2 miliardi, in crescita del 2,6% nel 2017.

L’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

brexit e etichettatura
brexit e etichettatura degli alimenti

L’etichettatura degli alimenti potrebbe subire, dopo la brexit del 29 marzo, un importante cambiamento. Esportare i propri prodotti in UK, infatti, richiederà l’applicazione di rilevanti correttivi nel caso in cui, entro la data menzionata, la brexit dovesse avvenire in assenza di un accordo con l’UE.

Ecco alcuni dei cambiamenti relativi all’etichettatura degli alimenti dopo la brexit

Paese di origine

I prodotti destinati al mercato UK non possono essere più propriamente etichettati con la dicitura “UE” o “NON UE”. Devono, infatti, essere riportate ulteriori informazioni online o sull’etichetta presente nei negozi al fine di rendere più chiara ai consumatori l’origine precisa dell’alimento. I prodotti UK destinati, invece, al mercato europeo, invece, non possono essere più etichettati come “UE”.

Biologico

Il logo BIO europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK. Coloro che, prima della brexit, hanno ottenuto il logo “approved UK organic control body”, potranno continuare ad utilizzarlo.

La situazione, com’è ovvio, è in divenire. Non resta che attendere la conclusione del periodo di transizione per avere certezza degli adempimenti derivanti dalla brexit.

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Pastori sardi: ecco perché protestano

La protesta dei pastori sardi affonda le proprie radici in motivazioni ben chiare.

Pastori sardi: perché protestano?

Questi, infatti, richiedono un prezzo equo del latte ovicaprino che, al momento, viene pagata meno di 60 centesimi dai consorzi di lavorazione industriale.

La protesta avanza da molto tempo

Si tratta di una protesta cominciata già da molti anni. I pastori sardi, infatti, da molto tempo lamentano condizioni di lavoro insostenibili dal punto di vista economico legate, appunto, al prezzo del proprio prodotto, reputato insufficiente anche per coprire le spese vive di produzione. Il risultato potrebbe essere la chiusura delle 12.000 aziende isolane operanti nel settore.

Gli allevamenti sardi ospitano il 40% delle pecore allevate in Italia, per una produzione di latte di circa 3 milioni di quintali, destinati principalmente alla trasformazione in Pecorino romano (DOP).

La commercializzazione del Pecorino romano

Pecorino romano DOP

Il problema sta proprio in questo. La produzione di latte dipende interamente dalla trasformazione dello stesso in Pecorino romano. Le vendite di questo prodotto, però, sono drasticamente calate negli ultimi anni portando lo stesso da un prezzo di vendita di € 7,5 al chilo a € 5,4. I pastori, dunque, hanno subito un dimezzamento dei propri introiti. Per fare un chilo di pecorino servono sei litri di latte di pecora, che in passato è stato retribuito anche 1,20 €/l. Prezzo della materia prima, però, lo scorso anno è sceso a 85 centesimi e ora è arrivato a 60 cent.

Le quote di produzione

La soluzione individuata per salvaguardare i produttori pare non funzionare. E’ stato, infatti, deciso di stabilire annualmente delle quote di produzione al fine di salvaguardare tutta la filiera. Le sanzioni, però, sono basse e, stando a quanto denunciato dai pastori, le violazioni sono continue.

Le richieste dei pastori sardi

I pastori, dunque, chiedono l’innalzamento del prezzo di un litro di latte ad almeno un euro più I.V.A., ancorando il costo al prezzo del pecorino, con una “soglia minima di tutela”, al momento individuata in 70 centesimi al litro e con rivalutazione annuale in base all’andamento del mercato.

Intanto in Sardegna, il prossimo 24 febbraio, si terranno le elezioni regionali. La minaccia dei pastori è quella di bloccare anche le votazioni. La Regione, infatti, viene additata quale maggiore responsabile della situazione attuale delle aziende del settore.

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Pasta: le sentenze degli anni ’80 e ’90

Pochi ne sono a conoscenza ma la pasta, negli anni ’80, è stata oggetto di due importanti decisioni della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale.

Le origini della controversia “pasta”

Nel nostro Paese, infatti, la Legge 4 luglio 1967 nn. 580[1]  aveva vietato la vendita e la produzione per la vendita di pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Il divieto, dunque, era esteso sia alle imprese italiane, che non potevano produrre e commercializzare tale prodotto, che alle imprese di altri paesi europei, che non potevano importarlo nel nostro Paese.

La prima decisione del 1988

La Corte di Giustizia, intervenendo sul punto con la decisione del 14 luglio 1988, relativa alla causa C-90/86, ha posto in evidenza l’incompatibilità di tale disposizione con il diritto comunitario evidenziando che non poteva rinvenirsi alcuna giustificazione, sia sotto il profilo della tutela degli interessi dei consumatori che sotto quello della tutela della sanità pubblica. Nel dettaglio, il giudice europeo ha stabilito che:

1. L’ estensione, ad opera di una normativa nazionale sulle paste alimentari, ai prodotti importati del divieto di vendere paste prodotte con grano tenero o con una miscela di grano tenero e di grano duro è incompatibile con gli artt . 30 e 36 del Trattato.

Una restrizione del genere non può infatti essere giustificata dall’esigenza di tutelare i consumatori, dato che questa può essere soddisfatta con mezzi meno restrittivi, come l’ obbligo di indicare l’ esatta composizione dei prodotti venduti o l’ adozione di una particolare denominazione riservata alle paste prodotte esclusivamente con grano duro. Le stesse considerazioni valgono per la necessità di garantire la lealtà dei negozi commerciali.

Essa non può nemmeno essere giustificata da motivi di salvaguardia della sanità pubblica, in mancanza di elementi che consentano di affermare che le paste prodotte con grano tenero contengano additivi chimici o coloranti . Un siffatto divieto generale di vendita è in ogni caso in contrasto col principio di proporzionalità.

I problemi della prima decisione

La decisione, come è possibile evincere dalla massima appena riportata, appare però manchevole di un elemento imprescindibile. Essa, infatti, essendo stata emanata dal giudice europeo, ha regolato i rapporti intercorrenti tra le imprese di uno stato membro e la commercializzazione dei loro prodotti in Italia.


A mancare, dunque, è l’aspetto relativo alla produzione e commercializzazione del medesimo prodotto ma di imprese italiane. Come detto, infatti, la norma italiana vietava anche alle imprese aventi sede sul nostro territorio di produrre e commercializzare pasta prodotta con grano tenero o con una miscela di questo e di grano duro. Sulla questione, però, occorreva l’intervento di un giudice interno.

L’intervento della Corte Costituzionale

Ebbene, la Corte costituzionale italiana, con sentenza del 30 dicembre 1997, n. 443, ha interpretato il principio di non discriminazione statuendo che la sua applicazione va intesa, per quanto interessa il legislatore interno e stante la mancata armonizzazione, nel senso di un complessivo adeguamento del diritto interno ai principio di cui agli artt. 30 e seguenti del trattato. Ciò implica che le imprese italiane non possono essere gravate di oneri e divieti che non vengono imposti alle imprese europee. La Corte costituzionale, in particolare, così ha deciso:

La disparità di trattamento tra imprese nazionali e imprese comunitarie, seppure è irrilevante per il diritto comunitario, non lo è dunque per il diritto costituzionale italiano. Non potendo essere da questo risolta mediante l’assoggettamento delle seconde ai medesimi vincoli che gravano sulle prime, poiché vi osta il principio comunitario di libera circolazione delle merci, la sola alternativa praticabile dal legislatore in assenza di altre ragioni giustificatrici costituzionalmente fondate è l’equiparazione della disciplina della produzione delle imprese nazionali alle discipline degli altri Stati membri nei quali non esistano vincoli alla produzione e alla commercializzazione analoghi a quelli vigenti nel nostro Paese.

In definitiva, in assenza di una regolamentazione uniforme in ambito comunitario, il principio di non discriminazione tra imprese che agiscono sullo stesso mercato in rapporto di concorrenza, opera, nella diversità delle discipline nazionali, come istanza di adeguamento del diritto interno ai principi stabiliti nel trattato agli artt. 30 e seguenti; opera, quindi, nel senso di impedire che le imprese nazionali siano gravate di oneri, vincoli e divieti che il legislatore non potrebbe imporre alla produzione comunitaria: il che equivale a dire che nel giudizio di eguaglianza affidato a questa Corte non possono essere ignorati gli effetti discriminatori che l’applicazione del diritto comunitario è suscettibile di provocare.

La Corte, quindi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 30 della Legge 4 luglio 1967, n. 580.


[1] Legge 4 luglio 1967 nn. 580, Diciplina per a lavorazione e commercio dei cereali, degli sfarinati, del pane e delle paste alimentari

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Etichettatura degli alimenti OGM negli USA

Negli Stati Uniti si è discusso a lungo ma, alla fine, si è giunti alla soluzione circa l’etichettatura degli alimenti prodotti con ingredienti OGM. Il principale nodo da sciogliere concerneva l’uso della sigla “OGM”. Alla fine si è deciso di non adottarla in quanto ormai percepita negativamente dai consumatori.

A quali prodotti è applicabile l’etichettatura degli alimenti OGM?

Al fine di individuare la corretta etichettatura degli alimenti contenenti OGM, negli Stati Uniti sono stati presi in considerazione solo quei prodotti in cui gli OGM sono rilevabili. Si tratta, secondo Food Navigator USA, di circa il 22% degli alimenti contenenti OGM.

Etichettatura degli alimenti OGM: bioengineered

Il Dipartimento dell’Agricoltura  statunitense, dunque, ha deciso di utilizzare la parola “Bioengineered” accompagnata dal logo in immagine. L’indicazione, infatti, dovrà essere presente in etichetta e accompagnata dall’apposito marchio.

I produttori, in alternativa, avranno facoltà di apporre in etichetta un codice scansionabile accompagnato da un numero di telefono a cui chiedere maggiori informazioni sul prodotto.

Le nuove regole entreranno pienamente in vigore dal 1° gennaio 2022.

definizioni, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, prodotti italiani, sicurezza alimentare

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131: pane fresco e conservato

Il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 ha regolato e disciplinato le attività dei panifici, con particolare attenzione al pane fresco e conservato. Tra gli elementi degni di nota si segnalano il divieto di aggiungere conservanti al pane fresco e il limite di tre giorni al suo ciclo di lavorazione.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e i panifici

Il decreto fornisce una definizione di «panificio», «pane fresco» e «pane conservato», disciplinandone denominazioni e diciture.

Con il termine “panificio” << si intende – ai sensi dell’articolo 1 – l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale>>.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane fresco

Può essere denominato “pane fresco”, ai sensi dell’articolo 2, solo il pane lavorato << secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante>> (articolo 2). A ciò, il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131, aggiunge il divieto di far decorrere più di 72 ore dall’avvio della lavorazione alla messa in vendita del pane fresco.

chef che prepara pane: decreto ministeriale 1.10.18 n. 131

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane conservato

Al pane conservato o a durabilità prolungata si applicano gli obblighi relativi alle informazioni da fornire al consumatore già regolare dal Regolamento (UE) n. 1169/2011 e inerenti allo stato fisico del prodotto (es. congelato, decongelato).

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Panettone vegano? Etichetta errata

Troveremo mai nei nostri supermercati un “panettone vegano”?

Panettone e pandoro sono sempre più presenti sulle nostre tavole e, in alcuni casi, anche oltre il periodo natalizio. Ma questa tendenza si associa al mondo vegan?

Panettone vegano: il D.P.R. 22 luglio 2005

La produzione del panettone trova la sua disciplina nel D.P.R. 22 luglio 2005.

Gli ingredienti che devono essere obbligatoriamente presenti nell’impasto sono:

  • farina di frumento
  • zucchero
  • uova
  • burro
  • uvetta e canditi per almeno il 20%
  • lievito naturale da pasta acida
  • sale.

Possono, invece, essere inseriti facoltativamente:

  • latte e derivati
  • miele
  • malto
  • burro di cacao
  • zuccheri
  • emulsionanti
  • acido ascorbico e sorbato di potassio come conservanti
  • farciture, glasse, coperture, glassature, decorazioni e frutta.

Le deroghe

Prima di passare al panettone vegano è necessario analizzare due ulteriori casi: quelli di uvetta, canditi e farina di frumento, da un lato, e il caso dei panettoni senza glutine.

Panettone senza glutine

Il Ministero della Salute, con la nota n 29826 del 22 Luglio 2016, ha ammesso l’uso della denominazione “panettone” anche in assenza di farina di frumento. La precisazione prende spunto dall’osservazione per cui gli “alimenti senza glutine specificatamente formulati per celiaci” sono alimenti volti a sostituire il pane, la pasta ed i prodotti della tradizione.

Panettone senza uvetta, canditi e farina di frumento

Come visto, uvetta, canditi e farina di frumento rientrano tra i, due specifiche deroghe ammettono l’uso della denominazione “Panettone” anche in assenza di uvetta e canditi, e di farina di frumento. In deroga a quanto previsto dall’art.1 comma 2, l’impasto base del panettone può essere caratterizzato dall’assenza di uvetta o scorze o canditi o entrambi.

E il panettone vegano?

Non può esistere un panettone vegano. La dicitura, infatti, non può essere ritenuta conforme alle disposizioni inerenti all’etichettatura dei prodotti alimentari. In assenza, infatti, di specifiche deroghe, la denominazione “panettone” non può essere utilizzato se nell’impasto risultano assenti uova e burro.

Panettone vegano: "dolce di natale vegano" "dolce natale vegano"

L’etichetta corretta del panettone vegano? “Dolce di Natale vegano” o “dolce Natale vegano” o simili, come riportata nell’immagine a sinistra, presente sul sito distribuzionemoderna.info.

Comunicazione prodotti alimentari, DOP, IGP, STG, etichettatura prodotti alimentari, prodotti italiani

Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

A Natale prosecco, panettone e pandoro sono must non solo per noi italiani ma anche per chi, all’estero, intende consumare un pasto delle festività di qualità.

I consumi

Nel nostro Paese, in particolare, i consumi legati alle festività cresceranno del +2,5% rispetto al 2017 (previsioni Codacons), a quota 10,2 miliardi di euro. Tra le spese in crescita troviamo proprio la spesa alimentare e in particolare per prodotti tipici e da ricorrenza. L’Unione Nazionale Consumatori stima che la crescita per la spesa alimentare toccherà il 19,8% e riguarderà sia l’aumento di spesa che si registra per i pranzi e cene delle feste, sia i regali a base di cibo.

Tale trend si riflette anche sui regali. Stando alla ricerca Coldiretti/IXE, il 24% degli italiani ha scelto di regalare per le festività di fine anno vini, spumanti o prodotti alimentari tipici.

Tra gli alimenti più consumati spiccano, sicuramente, prosecco, panettone e pandoro.

Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

Il prosecco

Il prosecco italiano certamente non può mancare sulle nostre tavole. A guidare la scelta, oltre allo spirito patriottico non può che figurare l’indiscutibile qualità di tale prodotto.

Ecco, allora, alcuni consigli per riconoscere un prosecco italiano.

  1. Leggere il retro dell’etichetta. Dev’essere riportato sia il produttore che il distributore (nel caso in cui divergano). È semplice, da lì, cercare informazioni (anche online);
  2. sul retro dell’etichetta (in alcuni casi anche sul fronte) è possibile trovare l’indicazione “Product of Italy” o “Prodotto in Italia”;
  3. sul collarino troviamo il contrassegno di stato e, in alcuni casi, il Data Matrix (un codice scannerizzabile tramite smartphone).

Prosecco, c’è il falso “made in Italy”

Usare queste precauzioni è molto importante. Basti considerare che, negli scorsi giorni, l’Ispettorato centrale repressione frodi (Icqrf) del Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, ha bloccato la commercializzazione di migliaia di bottiglie di vino bulgaro etichettato come “Prosecco-Franciacorta”.

Nessuna novità se si considera che, in totale, durante la campagna di controlli per la vendemmia 2018, sono state effettuate 871 ispezioni che hanno consentito di individuare 178 irregolarità e di denunciare 14 titoalri di aziende sanzionandone ulteriori 162.

I Carabinieri dei NAS, inoltre, nel medesimo contesto operativo, hanno rintracciato circa 5 milioni di litri di vino irregolare e denunciato 14 titolari di aziende bloccando in totale 4.500 bottiglie di vino confezionate.

Tra le irregolarità più frequenti figurano la detenzione di vino privo di tracciabilità e la mancanza delle registrazioni inerenti le movimentazioni dei prodotti vitivinicoli.

Il prosecco, però, non è l’unico alimento immancabile sulle nostre tavole. Non c’è natale senza panettone e pandoro che, peraltro, stanno diventando sempre meno stagionali.

Il panettone

L’impasto del panettone deve contenere, per legge, i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria ”A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 16%; uvetta e scorze di agrumi canditi, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; sale.

Il produttore può aggiungere anche i seguenti ingredienti: latte e derivati; miele; malto; burro di cacao; zuccheri; lievito fino al limite dell’1%; aromi naturali e naturali identici; emulsionanti; acido sorbico; sorbato di potassio.

Leggi anche “Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme”

Il pandoro

L’impasto del pandoro deve contenere i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria “A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; aromi di vaniglia o vanillina; sale.

Anche in questi casi in etichetta è possibile rinvenire indicazioni circa l’origine e lo stabilimento di produzione.

Hai domande su questo post? Scrivimi: ep@studiolegalepalumbieri.it

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Alimenti biologici extra-UE

Gli alimenti biologici extra-UE, provenienti, cioè, da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, trovano norme specifiche all’interno del regolamento 834/2007

Il Regolamento 834/2007 sugli alimenti biologici extra-UE

Tale regolamento prevede norme specifiche concernenti l’importazione in territorio europeo di prodotti provenienti da Paesi extra-UE etichettati come prodotti biologici.

In particolare, è sancita la necessità che questi siano conformi:

  • ai requisiti richiesti dal regolamento;
  • ai controlli a cui i prodotti europei vengono sottoposti;
  • alla possibilità di identificare l’OSA, il tipo o la gamma di prodotti e il relativo periodo di validità.

Garanzie fornite dai Paesi terzi e equivalenza

Alimenti biologici extra-UE

A queste regole generali fa eccezione il caso in cui sussistano garanzie equivalenti fornite dai Paesi extra-UE. In tal caso, infatti, gli alimenti biologici extra-UE possono  essere liberamente commercializzati all’interno del mercato europeo.

Un ulteriore metodo tramite il quale i prodotti biologici provenienti da Paesi extra-UE possono essere importati nel mercato europeo è quello della c.d. equivalenza tramite la certificazione di organismi di controllo riconosciuti all’interno dell’Unione Europea. In tale contesto la Commissione dell’Unione Europea può agire sulla base di una valutazione di equivalenza ovvero in assenza di questa. Nel primo caso la Commissione inserirà il Paese terzo in un’apposita lista dopo aver verificato l’equivalenza dei sistemi di produzione e controllo del Paese terzo rispetto a quelli adottati in Europa. Nel secondo caso, invece, la commissione agirà riconoscendo la conformità degli organismi o delle autorità del Paese terzo e effettuando relazioni annuali e verifiche periodiche.

definizioni, diritto alimentare, prodotti italiani

La pasta senza glutine è “pasta”?

La pasta senza glutine ormai è un alimento di uso comune, si trova in tutti i supermercati e viene quotidianamente consumata.

Ma può essere chiamata “pasta”?

L’utilizzo ditale denominazione è disciplinato dal DPR 187/2001 che, all’art. 6, regola la denominazione legale di «pasta di semola di grano duro» e «pasta di semolato di grano duro» e «pasta di semola integrale di grano duro». Nulla, però, viene detto circa la “pasta” realizzate a partire da materie prime diverse dal grano duro.

Esempi di pasta senza glutine

Si tratta, ad esempio, di:

-legumi (lenticchie, ceci, piselli, fave).

-grano saraceno e farro o grano Kamut,

-mais, riso,

–canapa.

L’intervento del ICQRF

Di recente il problema era stato sollevato dall’ICQRF di Udine (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) il quale aveva contestato a Coop Italia l’impiego della denominazione dell’alimento ‘pasta’ su una confezione di ‘penne rigate mais e riso’.

Grano, pasta senza glutine

La nota del MISE

Con nota del 13.11.18, il MISE ha chiarito che il DPR 187/2001 non esclude in alcun modo la possibilità di utilizzare il termine “pasta” per prodotti diversi da quelli realizzati a partire da grano duro purché tali differenze siano portate a conoscenza del consumatore.

Peraltro, il Ministero della salute, con l’articolo 2 del DM 10 agosto 2018, aveva aggiornato le categorie erogabili di alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci, prevedendo, al 1 comma, lettera b) gli alimenti “pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta”. Il Ministero, in sostanza, ha così legittimato l’utilizzo della locuzione “pasta” per indicare sostituti di quella di semola di grano duro.

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