Elio Palumbieri
definizioni, diritto alimentare, prodotti italiani

La pasta senza glutine è “pasta”?

La pasta senza glutine ormai è un alimento di uso comune, si trova in tutti i supermercati e viene quotidianamente consumata.

Ma può essere chiamata “pasta”?

L’utilizzo ditale denominazione è disciplinato dal DPR 187/2001 che, all’art. 6, regola la denominazione legale di «pasta di semola di grano duro» e «pasta di semolato di grano duro» e «pasta di semola integrale di grano duro». Nulla, però, viene detto circa la “pasta” realizzate a partire da materie prime diverse dal grano duro.

Esempi di pasta senza glutine

Si tratta, ad esempio, di:

-legumi (lenticchie, ceci, piselli, fave).

-grano saraceno e farro o grano Kamut,

-mais, riso,

–canapa.

L’intervento del ICQRF

Di recente il problema era stato sollevato dall’ICQRF di Udine (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) il quale aveva contestato a Coop Italia l’impiego della denominazione dell’alimento ‘pasta’ su una confezione di ‘penne rigate mais e riso’.

Grano, pasta senza glutine

La nota del MISE

Con nota del 13.11.18, il MISE ha chiarito che il DPR 187/2001 non esclude in alcun modo la possibilità di utilizzare il termine “pasta” per prodotti diversi da quelli realizzati a partire da grano duro purché tali differenze siano portate a conoscenza del consumatore.

Peraltro, il Ministero della salute, con l’articolo 2 del DM 10 agosto 2018, aveva aggiornato le categorie erogabili di alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci, prevedendo, al 1 comma, lettera b) gli alimenti “pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta”. Il Ministero, in sostanza, ha così legittimato l’utilizzo della locuzione “pasta” per indicare sostituti di quella di semola di grano duro.

definizioni

Alla ricerca delle origini del biologico

Le origini del biologico e, per meglio dire, quelle dell’alimentazione sana vanno ricercate in due diverse circostanze.

Gli scandali

La prima riguarda gli scandali che, nel corso del tempo,hanno inficiato la fiducia del consumatore nei sistemi di controllo e, più ingenerale, nelle normative disciplinanti la sicurezza alimentare. Tale fattore ha portato ad un’ampia produzione normativa improntata, a differenza del passato, alla tutela del consumatore o, per meglio dire, al corretto bilanciamento tra questa e la libera circolazione delle merci in ambito europeo.

La crescita della consapevolezza del consumatore

origini del biologico

Il secondo elemento determinante per il processo di crescita della consapevolezza del consumatore è quello che ha visto una particolare diffusione della sensibilità ai problemi correlati all’inquinamento ambientale.La filiera agroalimentare, infatti, gioca nel settore un ruolo delicatissimo legato, ad esempio, all’inquinamento del suolo e delle acque e allo spreco di risorse.

Per questi motivi l’agricoltura biologica ha assunto, con il passar del tempo, un ruolo sempre più centrale in quanto generalmente considerata come metodo agricolo improntato al rispetto dell’ambiente e alla commercializzazione di prodotti sani e sicuri.

Le prime definizioni di “biologico”: il Codex Alimentarius

Una valida definizione di partenza del metodo biologico viene fornita dalle Linee direttrici in materia di produzione, trasformazione,etichettatura e commercializzazione degli alimenti derivati dall’agricoltura biologica adottate dalla commissione del Codex Alimentarius. Questa, infatti,nel ricercare gli obiettivi perseguiti tramite l’agricoltura biologica,individua le seguenti finalità:

  •              aumentare la diversità biologica nell’insieme del sistema;
  •              accrescere l’attività biologica dei suoli;
  •              mantenere la fertilità dei suoli a lungo termine;
  •              riciclare i rifiuti di origine vegetale e animale, al fine di restituire gli elementi nutritivi alla terra, riducendo in tal modo il più possibile l’utilizzo di risorse non rinnovabili;
  •              fare assegnamento sulle risorse rinnovabili nei sistemi agricoli organizzati localmente;
  •              promuovere la corretta utilizzazione dei suoli, delle risorse idriche e dell’atmosfera e ridurre nella misura del possibile ogni forma di inquinamento che potrebbe derivare dalle pratiche colturali e zootecniche;
  •              manipolare i prodotti agricoli, con particolare attenzione ai metodi di trasformazione,allo scopo di mantenere l’integrità biologica e le qualità essenziali del prodotto in tutte le varie fasi;
  •              essere praticata su un’azienda agricola esistente, dopo un periodo di conversione, la cui durata dev’essere calcolata sulla base di fattori specifici del sito, quali le informazioni storiche sulla superficie e i tipi di coltura e di allevamento previsti.

L’individuazione dei principi menzionati e individuati dalla Commissione del Codex Alimentarius è utile ad evidenziare un ulteriore fattore.Il consumatore, infatti, percepisce tale cambiamento e tali finalità anche tramite un innalzamento dei costi. Il perseguimento degli obiettivi menzionati,infatti, impone l’adozione di pratiche più costose e maggiormente dispendiose anche in termini di tempo. A cambiare, dunque, è il modello di impresa, che con il biologico è più attenta alla salute dei consumatori e alle problematiche correlate all’inquinamento.

definizioni, diritto alimentare, Tendenze

Vino biologico e biodinamico: differenze e tendenze

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio canale telegram un articolo sul vino biologico e biodinamico.

L’argomento è sempre attuale e, in tutta onestà, mi interessa particolarmente. Oltre ad una passione per il buon vino nutro grande passione anche per il mercato del vino italiano.

In questo post non troverete particolari elementi legati al mondo giuridico ma una semplice analisi delle tendenze del settore.

Due sono gli elementi che sembrano segnare con sempre maggiore forza il mercato: salubrità e tutela dell’ambiente.

Il vino biologico

Oggi il vino biologico rappresenta il 2,8% della produzione globale. Parliamo, in Italia, di 103/106 mila ettari coltivati secondo metodi e regole ufficiali riconosciute e codificate, pari a circa il 17% di tutte le colture di vite. In alcune zone si raggiungono percentuali ben più alte: nel distretto del Chianti, ad esempio, la superficie coltivata con metodo biologico è pari al 30 per cento con circa 50 realtà che producono integralmente vino bio.

Generale andamento positivo del bio

Parliamo di una tendenza che, tra alti e bassi, dimostra un generale andamento positivo. Occorre, infatti, considerare che stando ad uno studio effettuato dalla no profit Wine Market Council, nel 2015 i Millennials (per la no profit, coloro nati tra il 1980 e il 2000) hanno bevuto il 42% di tutto il vino sdoganato e prodotto negli Stati Uniti, più di ogni altro gruppo di età, con una media di tre bicchieri a testa per ogni occasione di consumo. Parliamo di 79 milioni di persone che hanno bevuto circa 159,6 milioni di casse di vino. Il dato è leggermente sceso nel 2017 ma parliamo, in ogni caso, di un segmento che, stando al report di Business Wire, ha maturato uno spiccato senso per tutto ciò che risulti essere sostenibile e naturale.

handmade winemaking

Il vino biodinamico

Oltre al vino biologico però, c’è di più. Sempre maggiore diffusione assume anche il concetto di vino biodinamico.

Pur non trovando ancora uno specifico riconoscimento legislativo – che, invece, ha il vino biologico – l’agricoltura biodinamica trova le proprie regole nei dettami dell’associazione Demeter. Scopo del biodinamico è allontanare completamente la chimica e ridurre al minimo l’uso di macchinari nelle attività agricole. Si tratta, in sostanza, di un’agricoltura basata sul pieno rispetto dell’andamento naturale delle colture e sull’utilizzo di risorse nel rispetto dell’ambiente.

I tre principi dell’agricoltura biodinamica sono:

  • mantenere la fertilità della terra, liberando in essa materie nutritive;
  • rendere sane le piante in modo che possano resistere alle malattie e ai parassiti;
  • produrre alimenti di qualità più alta possibile.

Le differenze tra agricoltura biologica e biodinamica sono diverse. Si comincia dall’agricoltura effettuata senza alcun agente chimico (neppure il rame che, ad esempio, è consentito con il metodo bio) e si arriva in cantina dove nulla viene aggiunto al mosto (neppure i lieviti selezionati).

Conclusioni

La generale tendenza legate al vino biologico e biodinamico parla chiaro. Non mancano bandi e finanziamenti volti ad aiutare le imprese agricole ad attuare la conversione al metodo BIO. A mancare, invece, è una specifica disciplina del metodo biodinamico. In attesa di novità su questo fronte, però, occorre sempre fare particolare attenzione alla comunicazione del prodotto e delle sue caratteristiche.

Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare

Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme

Immaginate una riunione di un’agenzia di comunicazione di prodotti alimentari. La brillante idea: un servizio di 8 pagine in cui Belen passeggia e acquista biberon e latte in polvere per il suo bambino con tanto di informazioni su tali prodotti.

La multa

Vi racconto com’è andata a finire: l’AGCM,  in una sentenza del 2014, ha condannato l’editore , l’azienda produttrice di biberon e quella del latte. L’ammontare della multa? 190 mila euro.

L’articolo

L’articolo del 24 aprile 2013 era titolato “Belen con il suo Santiago” e mostrava la showgirl, all’epoca neo-mamma,  durante l’acquisto di latte per l’infanzia e di un biberon. Le didascalie delle foto descrivevano dettagliatamente i due prodotti, i prezzi e le caratteristiche

Comunicazione non trasparente

Comunicazione dei prodotti alimentari: il caso Chi

Si tratta di una pubblicità non trasparente. Nell’intervista, infatti, la showgirl dice di allattare il suo bambino al seno e di integrare in parte con il biberon ma nulla giustifica la presenza di fotografie così grandi e particolareggiate contenenti tutte le informazioni sul tipo di latte e di biberon acquitati.

Parliamo, quindi, di pubblicità non trasparente in quanto l’effetto pubblicitario, reso evidente dalla presenza delle informazioni appena menzionate, è conseguenza diretta rispetto al contenuto e, quindi, è l’unico scopo perseguito dall’articolo.

Comunicazione dei prodotti alimentari = creatività + rispetto delle norme

Il caso aiuta a comprendere un elemento generalmente valido: la comunicazione dei prodotti alimentari richiede un necessario studio preventivo delle norme – sempre più dettagliate – sul tema. Insomma pubblicità = creatività + rispetto delle norme. Sempre che non vogliate esporvi al rischio di una multa piuttosto salata.

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Startup dell’agrifood in aumento in Italia

Le startup italiane dell’agrifood sono 98. A censirle sono l’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Brescia. 

I mercati di riferimento delle startup dell’agrifood

Le startup italiane operano nei settori più disparati. La maggior parte, tuttavia, agisce nel campo vitivinicolo (17%) e ortofrutticolo (14%) mentre il 4% in quello lattiero-caseario. Tra le soluzioni maggiormente offerte spiccano quelle volte a monitorare e migliorare il benessere animale, oppure per monitorare e controllare la qualità dei prodotti nelle fasi produttive. 

Startup dell'agrifood: il valore dell'ecommerce

L’e-commerce

Anche in questo settore l’e-commerce gioca un ruolo fondamentale. Le startup italiane, in particolare, cercano di perseguire uno scopo particolarmente legato al nostro mercato: aiutare i piccoli produttori di qualità tramite appositi marketplace.

Leggi anche: La differenza tra e-commerce e marketplace esiste, non trascurarla

Tracciabilità

Anche in Italia le startup si muovono in questo settore. Particolare focus è dedicato all’applicazione nel settore alimentare del metodo blockchain, particolarmente utile per garantire la provenienza di tutti gli ingredienti utilizzati sulla filiera.

Leggi anche: La tecnologia blockchain nel settore alimentare

Le regioni

Tra tutte, le regioni con la maggior presenza di startup dell’agrifood sono Lombardia ed Emilia Romagna (rispettivamente 33% e 17%). Subito dopo troviamo il Lazio (9%), Veneto (8%) e Campania (6%).

diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, sicurezza alimentare, Video

Prodotti senza glutine

I prodotti senza glutine rappresentano un vero e proprio ibrido. Il “claim” ad essi collegato (cioè lo “slogan” “senza glutine” o “gluten free”), infatti, da un lato rappresenta un veicolo pubblicitario e, dall’altro, è particolarmente rilevante anche per coloro che soffrono di determinate patologie come celiachia e intolleranza al glutine.

https://www.youtube.com/watch?v=kHiDn7HEgWY

Leggi anche: informazioni nutrizionali e sulla salute in etichetta

Cos’è il glutine?

Per “glutine” deve intendersi quella frazione proteica presente nel frumento, nella segale, nell’orzo, nell’avena e nelle loro varietà incrociate e derivati che è insolubile in acqua e in soluzione di cloruro di socio 0,5M a cui alcune persone sono intolleranti.

Leggi anche “Pubblicità ingannevole: il caso Patasnella”

i prodotti senza glutine, gluten free

E’ obbligatorio indicarlo in etichetta?

L’indicazione della presenza di glutine è obbligatoria mentre meramente facoltativa rimane la possibilità di evidenziare in etichetta l’assenza di glutine. In tal caso, però:

  • è possibile riportare in etichetta il claim “senza glutine” solo se il contenuto di esso non è superiore a 20mg/kg;
  • è possibile scrivere “con contenuto di glutine molto basso” nel solo caso in cui il contenuto non sia superiore a 100 mg/kg;
  • nel caso specifrico di alimenti contenenti avena presentati con i claim “senza glutine” o “con contenuto di glutine molto basso”, è obbligatorio che si tratti di avena specialmente prodotta, preparata o lavorata in modo da evitare contaminazioni di frumento, segale, orzo o loro varietà incrociate e, in ogni caso, il contenuto di glutine non dovrà essere superiore a 20 mg/kg.

Leggi anche: “Controlli nel settore alimentare, Italia prima in Europa”

Prodotti senza glutine: quali altri claims sono utilizzabili?

E’ possibile riportare in etichetta anche le diciture “specificamente formulato per celiaci” o “per persone intolleranti al glutine” ma nel solo caso in cui l’alimento sia stato espressamente prodotto, preparato e/o lavorato per ridurre il tenore di glutine di uno o più ingredienti oppure per sostituire gli ingredienti contenenti glutine con altri ingredienti che ne sono naturalmente privi.

In ogni caso, però, tali claims non potranno essere presenti negli alimenti per lattanti e in quelli per il proseguimento.

sicurezza alimentare

Giornata Mondiale dell’Alimentazione, cosa puoi fare?

Il tema scelto dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) per l’edizione 2018 della Giornata mondiale dell’alimentazione è: “Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo a Fame Zero entro il 2030 è possibile”.

La FAO e la Giornata Mondiale dell’Alimentazione

La Giornata Mondiale dell’Alimentazione è stata Istituita nel novembre del 1979 durante i lavori della ventesima conferenza generale della Fao. Oggi, dunque, la giornata si celebra il 16 ottobre per ricordare il giorno della fondazione della FAO. Obiettivo dell’organizzazione, infatti, è quello di sensibilizzare le persone su problemi legati alla sicurezza alimentare e alla povertà, alla fame e alla malnutrizione e alla necessità di agire per superarle.

In Italia

In italia sono 2,7 milioni le persone che sono state costrette, nell’ultimo anno, a chiedere aiuto per mangiare.
Tra le categorie coinvolte, secondo le stime Coldiretti, vi sono 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni. Inoltre, ad essere colpiti, sono circa 200mila anziani sopra i 65 anni e quasi 100mila senza fissa dimora.

Nel Mondo

In tutto il mondo circa 124 milioni di persone soffrono di fame acuta, 151 milioni di bambini subiscono arresto della crescita e 51 milioni il deperimento.Le regioni in maggiore difficoltà, però, sono l’Asia meridionale e l’Africa a Sud del Sahara. In Africa, a Sud del Sahara, si registra un tasso di denutrizione del 22%. A spiccare sono lo Zimbabwe (46,6%) e la Somalia (50,6%).

Il paradosso

giornata mondiale dell'alimentazione il paradosso

Basta un’analisi più dettagliata, però, per rendersi conto di quanto la situazione sia ancora più paradossale. Ben 1,9 miliardi di persone, oltre un quarto della popolazione mondiale, infatti, sono in sovrappeso. Si contano circa 672 milioni mentre 3,4 milioni di persone muoiono ogni anno per problemi derivanti dall’obesità. Gli sprechi domestici, secondo la Coldiretti, rappresentano ben il 54% del totale.  Sono, inoltre, superiori a quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%) per un totale di oltre 16 miliardi che finiscono nel bidone in un anno.

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diritto alimentare, DOP, IGP, STG, norme europee

DOP e nomi generici: il caso “Feta”

Il rapporto tra DOP e nomi generici può facilmente essere analizzato alla luce della sentenza “Feta”

Ascolta ora il podcast sul diritto agroalimentare

Cos’è una DOP

La <<denominazione di origine>> è un nome tramite il quale si identifica un prodotto:

  • originario di un luogo, regione o, in casi eccezionali, di un paese determinati;
  • la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico ed ai suoi intrinseci fattori naturali e umani; e
  • le cui fasi di produzione si svolgono nella zona geografica delimitata.

Vedi anche: Il rapporto (conflittuale) tra marchi e DOP/IGP

DOP e nomi generici

La Corte di Giustizia si è pronunciata sul rapporto tra DOP e nomi generici con due sentenze del 1999 e del 2005. L’occasione è stata la registrazione come DOP del noto formaggio greco “Feta” avvenuta nel 1996. La Corte, in prima battuta, ha ritenuto che tale denominazione fosse generica in quanto non riconducibile ad alcuna ricetta peculiare o ad una zona geografica in particolare. Nel 1996, dunque, la registrazione è stata per questi motivi annullata.

Vedi anche  Tutela IGP: il caso “Lardo di Colonnata”

Nel 2005, però, la Corte di Giustizia ha cambiato idea. La motivazione, utilissima per comprendere il rapporto tra DOP e nomi generici, è la seguente:

i formaggi che sull’etichetta recano la denominazione “Feta” sul territorio comunitario in genere contengono nell’etichetta un riferimento implicito o esplicito al territorio, alle tradizioni culturali o alla civiltà greca, attraverso diciture o disegni a forte connotazione ellenica, benché siano prodotti in Stati membri diversi dalla Grecia. Ne deriva che il legame tra la denominazione “Feta” e il territorio ellenico è volontariamente suggerito e ricercato in quanto costituisce un argomento di vendita inerente alla rinomanza del prodotto di origine, ma ciò comporta il rischio reale di indurre il consumatore in confusione. Le etichette apposte sul formaggio “Feta” non originario della Grecia, commercializzato effettivamente nel territorio comunitario con tale denominazione senza fare allusione diretta o indiretta alla Grecia, oltre ad essere numericamente minoritarie, costituiscono una porzione estremamente ridotta del mercato comunitario della “Feta” in termini di quantitativi di formaggio effettivamente commercializzato in questo modo.

La Corte, dunque, riconoscendo un forte richiamo e collegamento del formaggio “Feta” al territorio e alla cultura greca, ha concluso per la non genericità della denominazione.

DOP, IGP, STG, etichettatura prodotti alimentari, prodotti italiani

Tutela IGP: il caso “Lardo di Colonnata”

Il caso “Lardo di Colonnata” è particolarmente utile nel porre in evidenza la tutela IGP e DOP e la differenza tra queste. La DOP, infatti, tutela un alimento prodotto in una determinata località dalla quale derivano notorietà, qualità e altre caratteristiche. Tali caratteristiche, inoltre, sono strettamente correlate alla località stessa.

Leggi anche “pubblicità ingannevole: il caso Patasnella”

La tutela IGP

Ad assumere rilevanza, allora, sono le proprietà che il luogo “trasferisce” al prodotto. La tutela IGP, invece, richiede un legame meno stringente: è sufficiente che la posizione geografica menzionata nell’indicazione caratterizzi il prodotto per una sola qualità come la sola reputazione.

Leggi: la differenza tra DOP e IGP.

Il caso “Lardo di Colonnata”

Particolarmente utile, sul punto, è la decisione con cui il Consiglio di Stato si è espresso circa la possibilità di estendere la tutela IGP “Lardo di Colonnata”. Nel caso di specie, il Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle alpi apuane presentava al mistero un atto integrativo della richiesta di registrazione della IGP con il quale evidenziava che il territorio interessato alla produzione del Lardo di Colonnata non era limitato al Comune di Colonnata ma doveva intendersi esteso al più vasto comprensorio di Carrara, Massa, e di Montagnoso. Il Consiglio di stato ha, quindi, precisato che:

Ostano alla domanda di riconoscimento dell’indicazione geografica protetta sia le lacune della domanda stessa con riferimento alla zona specifica di produzione, agli elementi che comprovano il legame con l’ambiente e l’origine del prodotto, alla carenza della relazione storica e cartografica e al collegamento fra prodotto ed area di produzione, sia la mancata dimostrazione del legame storico del prodotto con il luogo di produzione (e, quindi, con la specifica abilità dei produttori).

Leggi: il rapporto conflittuale tra DOP, IGP e marchi

In sostanza, con la sentenza in commento è stato posto in evidenza proprio la valenza dell’unico elemento rilevante per la registrazione e la tutela di quella determinata IGP: il legame storico. Nel caso di specie, infatti, a nulla è valso il tentativo, da parte del consorzio, di porre in evidenza la qualità dell’alimento prodotto anche nelle città attigue. Il legame storico con il paesino di Colonnata, elemento rilevante per l’IGP “Lardo di colonnata”, non ha consentito di estendere la tutela al lardo prodotto altrove pur se, con tutta probabilità, di pari qualità.

diritto alimentare, sicurezza alimentare

Controlli nel settore alimentare: Italia prima in UE

La Commissione UE ci ricorda che l’Italia è il Paese UE con più controlli nel settore alimentare. Parliamo di 1.400 segnalazioni che ci rendono il Paese più attivo nel sistema di allerta rapido europeo per alimenti e mangimi. Si tratta, in sostanza, di una verifica attuata in base allo scambio di informazioni tra autorità nazionali UE sulle misure in risposta ai rischi relativi alla sicurezza alimentare. L’Italia ha inoltrato il maggior numero di prime notifiche e di risposte a segnalazioni degli altri stati membri. 

La sostanza maggiormente segnalata

Peculiarità del 2017 sono state le segnalazioni relative all’utilizzo del fipronil, sostanza protagonista dei casi di uova contaminate che nell’estate del 2017 ha coinvolto principalmente Olanda e Belgio. 

Il Paese più colpito dai controlli nel settore alimentare

Il Paese più colpito dalle notifiche italiane è la Spagna, segnalata soprattutto per il ritrovamento di tracce di mercurio nel pesce. 

La necessità dell’apporto di un professionista specializzato

Tutto ciò pone in evidenza una ulteriore necessità per le nostre aziende. Queste devono farsi affiancare da un professionista specializzato in diritto alimentare in grado di porre in collegamento tutti i tecnici che devono orbitare attorno ad un’azienda. Parliamo di un professionista multisettoriale, dunque, chiamato a individuare e correlare tutti gli aspetti normativi della materia. Un adeguato controllo di un’azienda richiede conoscenze nei settori  civilistico, penale, amministrativo, comunitario e comparato e, naturalmente, internazionale (si pensi ad es. alla disciplina della concorrenza, alla proprietà industriale, alle denominazioni d’origine). Un professionista capace di relazionarsi con altre figure professionali (architetti e ingegneri, chimici e biologi, soggetti e istituzioni deputati al controllo).

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