Elio Palumbieri
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Top Picks

I 10 post più letti del 2020

Prima di cominciare con la classifica mi pare opportuno porgere a tutti i lettori i più sentiti auguri di buon Natale e, soprattutto, sereno 2021.

I migliori post del 2020.
1) “Food security e food safety: cosa cambia?”

Chiarire la differenza tra food security e food safety è essenziale. Senza, infatti, non è possibile parlare correttamente di diritto alimentare. E’ una di quelle nozioni che i libri riportano alle prime pagine. Meglio conoscerla prima di parlare d’altro.

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2) La differenza tra e-commerce e marketplace c’è, non ignorarla

Per analizzare la differenza tra e-commerce e marketplace nel settore alimentare non può non farsi una premessa.

dati mostrano che il commercio online è in forte crescita in tutto il mondo e nei prossimi anni questo trend non può che crescere. Basti dire che, secondo una ricerca Nasdaqentro il 2040 il 95% degli acquisti sarà facilitato dal commercio online. Secondo un’altra ricerca di Hosting Facts, inoltre, la spesa media annuale su canali di commercio online ammonta a circa 488 milioni di dollari.

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3) Rintracciabilità e tracciabilità degli alimenti: controlli e esigenza dei consumatori

I principi della rintracciabilità e della tracciabilità degli alimenti rispondono allo scopo di tutelare il consumatore tramite un sistema in grado di garantire, ove necessario, ritiri immediati dei prodotti non sicuri risalendo nel minor tempo possibile alla causa del pericolo per la salute.

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4) Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

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5) Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

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6) Il principio di mutuo riconoscimento

Il principio di mutuo riconoscimento è stato introdotto all’interno dell’ordinamento europeo dalla sentenza Cassis de Dijon. In base a tale principio ogni prodotto legalmente fabbricato e posto in vendita in uno Stato membro dev’essere, in linea di massima, ammesso sul mercato di ogni altro stato membro se conforme alla normativa del paese d’esportazione.

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7) Diritto agroalimentare: cos’è e come è nato

Il diritto agro-alimentare è frutto di un lungo processo evolutivo. Per poterlo comprendere, dunque, è essenziale analizzarne le origini.

In particolare, a tal fine, è opportuno far riferimento a due distinte circostanze che hanno inciso nel processo evolutivo della materia. La prima di queste risponde alla peculiare necessità di tutelare la parte debole del rapporto negoziale nel settore agro-alimentare: il consumatore.

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8) Diritto Agroalimentare – il podcast

Un progetto sul quale abbiamo lavorato cercando di curare ogni dettaglio, dalla scrittura alla produzione. Un percorso creativo totalmente nuovo per me, un modo innovativo e diverso di parlare di diritto, un’enorme sfida proprio per questa ragione.

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9) Lievito madre: la ricetta nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

Il lievito madre è, senza dubbio, uno dei grandi protagonisti della tavola degli italiani e, al contempo, una delle più grandi incognite produttive, soprattutto per l’homemade. Le norme, però, possono soccorrerci anche in questi casi. In particolare, nel ricercare qualche indizio mi sono imbattuto nel disciplinare del Pane di Matera IGP.

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10) DOP e nomi generici: il caso Feta

Il rapporto tra DOP e nomi generici può facilmente essere analizzato alla luce della sentenza “Feta” […]

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, DOP, IGP, STG, etichettatura prodotti alimentari

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

L’origine del prodotto alimentare ha sempre rappresentato, per il consumatore, una priorità. Identifica le tradizioni di un luogo collegate al prodotto agro-alimentare e si basa su criteri, quali la tecnica e l’esperienza dei produttori, la qualità delle materie prime.

Agli inizi degli anni ’90 questi elementi sono stati al centro di una importante decisione della Corte di Giustizia UE. Questa, infatti, ha indicato la strada per una tutela più stringente delle indicazioni di origine.

Leggi anche “origine e provenienza degli alimenti: i chiarimenti della Commissione”

Origine del prodotto alimentare: il caso “Torrone di Alicante”

Oggetto della sentenza è il Torrone di Alicante, un dolciume prodotto, al tempo della decisione in commento, sia in Spagna che in Francia. Il produttore spagnolo, intenzionato a tutelare il proprio prodotto, aveva adito il giudice francese. Alla base delle sue tesi vi era la convenzione di Madrid del 27 giugno 1973 sulla tutela delle denominazioni di origine, la quale aveva riservato la denominazione «Torrone di Alicante» ai soli prodotti spagnoli. La società spagnola, dunque, visto il rigetto della domanda, adiva il giudice d’appello il quale rimetteva la questione alla Corte di Giustizia.

L’intervento della Commissione

La Commissione, intervenuta nel giudizio, aveva sostenuto l’illegittimità della convenzione per violazione delle norme in tema di libera circolazione dei prodotti. L’indicazione di origine, al tempo, riceveva specifica tutela UE solo nel caso fornisse all’alimento una “valenza positiva effettivamente misurabile“.

La decisione della Corte

La Corte di Giustizia, però, con la decisione in commento ha contribuito in maniera particolarmente rilevante all’evoluzione della materia. Questa, infatti, nel respingere la tesi della Commissione, ha ritenuto legittima l’applicazione delle norme di una Convenzione bilaterale tra Stati membri relative alla tutela delle indicazioni di provenienza e delle denominazioni d’origine. La Corte, in particolare, ha evidenziato che

sostenere le posizioni adottate dalla Commissione porterebbe a privare di qualsiasi tutela le denominazioni geografiche che siano usate per dei prodotti per i quali non si può dimostrare che debbano un sapore particolare ad un determinato terreno e che non siano stati ottenuti secondo requisiti di qualità e norme di fabbricazione stabiliti da un atto delle pubbliche autorità. Esse, invece, devono quindi essere tutelate.

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Aggiornamenti, DOP, IGP, STG

Mozzarella di Gioia del Colle DOP: in Gazzetta UE la registrazione

La Mozzarella di Gioia del Colle è ufficialmente una DOP. E’ stato, infatti, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il relativo regolamento di esecuzione.

Mozzarella di Gioia del Colle DOP: quali tutele

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La certificazione DOP serve a designare un prodotto originario di uno specifico territorio e, soprattutto, evidenzia il legame tra quest’ultimo e la qualità del prodotto stesso. Le caratteristiche qualitative dell’alimento, infatti, sono dovute essenzialmente all’ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e la cui produzione, trasformazione e elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata. I prodotti così certificati ottengono una particolare tutela avverso imitazioni e contraffazioni.

Le caratteristiche del prodotto

La Mozzarella di Gioia del Colle DOP rappresenta un’eccellenza del patrimonio gastronomico e culturale pugliese ed italiano. Si tratta di un prodotto storicamente presente sul territorio legato alla qualità della flora pabulare tipica del territorio delle Murge. La trasformazione avviene con metodi tradizionali, utilizzando latte fresco e innesto autoctono.

Stando al regolamento di esecuzione:

La «Mozzarella di Gioia del Colle» è un formaggio fresco a pasta filata, prodotto da solo latte intero di vacca addizionato di siero-innesto, ed è caratterizzato da:

– composizione chimica (valori su prodotto fresco): lattosio ≤ allo 0,6 %, acido lattico ≥ 0,20 %, umidità 58-65 %, materia grassa 15-21 % su t.q.

– sapore di latte delicatamente acidulo, con lieve retrogusto di fermentato/siero acido, più intenso nel formaggio appena prodotto; odore lattico, acidulo, con eventuali sfumature di burro;

– assenza di conservanti e additivi/coadiuvanti.

La «Mozzarella di Gioia del Colle» si presenta con una superficie liscia o lievemente fibrosa, lucente, non viscida, né scagliata. L’aspetto esterno è di colore bianco, con eventuali sfumature stagionali di colore paglierino. Al taglio la pasta, che deve avere consistenza elastica ed essere priva di difetti, presenta una leggera fuoriuscita di siero di colore bianco.

La «Mozzarella di Gioia del Colle» si presenta nelle seguenti tre diverse forme: sferoidale, di nodo e di treccia. Il suo peso, secondo la forma e le dimensioni, varia dai 50 ai 1 000 grammi. Viene commercializzata immersa in liquido di governo costituito da acqua, eventualmente acidulata e salata.

L’iter

La registrazione della Mozzarella di Gioia del Colle DOP, avviata nel 2011 dal GAL dei Trulli e di Barsento, è stata piuttosto travagliata. La richiesta è stata contrastata prima dal ricorso – poi respinto – al Tar del consorzio della mozzarella di bufala campana. Successivamente è giunta l’opposizione – anche questa rigettata – alla domanda di registrazione della DOP pubblicata in Gazzetta UE il 21.10.2019, da parte di alcuni produttori tedeschi di pasta filata fresca. Questi sostenevano la genericità della denominazione “mozzarella” già adottata, peraltro, dalla mozzarella di bufala campana DOP e dalla mozzarella Stg.

La Mozzarella di Gioia del Colle, dunque, è iscritta nel registro delle denominazioni di origine e indicazioni geografiche dell’Unione europea, 311° denominazione italiana registrata.

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farmaceutico

Autorizzazione dei vaccini in Europa

L’autorizzazione dei vaccini può essere concessa tramite procedura centralizzata in Europa o a livello nazionale.

Autorizzazione dei vaccini: le tre fasi di sperimentazione

Prima di poter passare alla procedura di autorizzazione un vaccino deve attraversare tre fasi di sperimentazione.

Leggi anche “origine degli alimenti: il caso Lactalis”

La prima fase si concretizza in studi sperimentali effettuati in vitro. Successivamente il vaccino viene sottoposto alla sperimentazione pre-clinica che agli studi in vitro unisce quelli su modelli animali. La terza ed ultima fase, invece, è quella della sperimentazione clinica.

La procedura centralizzata

La procedura centralizzata può essere svolta con il coordinamento del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Si tratta di una procedura obbligatoria per:

  • medicinali derivati da procedimenti biotecnologici;
  • medicinali per il trattamento della sindrome da immunodeficienza acquisita, del cancro, dei disordini neurodegenerativi, del diabete;
  • per i medicinali per malattie autoimmuni e altre disfunzioni immunitarie e malattie virali.

E’ facoltativa per quei medicinali che, pur non rientrando nelle categorie menzionate, siano giudicati innovativi sul piano terapeutico, scientifico o tecnologico o la cui autorizzazione comunitaria sia ritenuta utile per i pazienti.

Le procedure di mutuo riconoscimento e nazionale per l’autorizzazione dei vaccini

La procedura di autorizzazione dei vaccini può anche essere effettuata in maniera decentrata, tramite il c.d. mutuo riconoscimento. Si tratta di un meccanismo di riconoscimento reciproco tra diversi paesi membri dell’Ue dell’autorizzazione all’immissione in commercio di un farmaco. E’ altresì prevista una procedura nazionale, nel caso in cui l’autorizzazione preveda il coinvolgimento di un solo Paese.

I vaccini biotecnologici

I vaccini biotecnologici possono essere autorizzati solo con procedura centralizzata dell’EMA

Il Fast-track per il vaccino contro il COVID-19

Il periodo di tempo normalmente necessario per la valutazione di un medicinale è di 210 giorni. Tutte le richieste relative al COVID-19, però, saranno valutate dall’EMA più speditamente tramite la c.d. “procedura accelerata” contemplata dal regolamento (CE) 726/2004, il quale prevede che:

All’atto della presentazione della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio per i medicinali per uso umano di elevato interesse per la salute pubblica e in particolare sotto il profilo dell’innovazione terapeutica, il richiedente può chiedere una procedura di valutazione accelerata. La domanda è debitamente motivata.

Nel dettaglio:

  • E’ possibile utilizzare la procedura di “Rolling Preview”, usata nei casi di emergenza. Consente all’EMA di valutare i dati appena sono disponibili e anche se il processo di condivisione degli stessi è in corso;
  • La procedura di “accelerated assessment”, invece, consente di ridurre il tempo di valutazione da 210 giorni a meno di 150. I tempi di valutazione vengono, quindi, ridotti al minimo;
  • Se necessario, l’EMA può applicare ulteriore flessibilità alle procedure.
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appuntamenti e interviste

Diritto Agroalimentare LIVE – Cantine San Marzano – VIDEO

Qualche tempo fa ho cominciato a riflettere sull’importanza del dare spazio e voce alle imprese più virtuose del nostro Paese. E, sia chiaro, non è uno spot, si tratta di mettere in luce alcuni aspetti del loro operato che fin troppo spesso rimangono al buio del backstage. Modelli di governance, decisioni di comunicazione, mercati, sistemi di espansione e gestione delle filiere.

Quindi ho deciso: partono le LIVE sul diritto agroalimentare. Sono davvero curioso di incontrarvi tutti e confrontarci direttamente con chi ogni giorno anima il settore agroalimentare.

Si parte martedì prossimo con Mauro di Maggio, Direttore Generale di San Marzano Wines.

Guarda il video della LIVE

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appuntamenti e interviste

Networking: parte del progetto de “Il Sole 24 Ore”

Da sempre ho amato il networking. Fare rete, fare squadra, confrontarsi. Sono sempre stato sicuro che si trattasse del modo più veloce ed efficace per arricchirsi. L’ho fatto durante il percorso universitario, cercando ogni giorno un confronto e frequentando lezioni e corsi in dipartimenti diversi dal mio e continuo a farlo oggi.

Ho l’immenso onore di far parte del progetto “Partner 24 ore Avvocati” de Il Sole 24 Ore per il settore “Diritto agroalimentare”. Settore che, peraltro, è stato appositamente creato per il mio ingresso.

Ringrazio 4cLegal per il processo di selezione e la pazienza dimostrata nell’ascoltare e assecondare le mie richieste di dare al Diritto Agroalimentare una sezione propria e il Sole24Ore per questa bella opportunità di crescita e confronto.

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Aggiornamenti, definizioni

La tutela dell’ambiente: LCA, CF e WF

La tutela dell’ambiente è sempre più oggetto di attenzione da parte di aziende e consumatori. Basti pensare, ad esempio, che il 26% dei consumatori che scelgono prodotti biologici lo fanno perché ritengono che questi siano più rispettosi dell’ambiente.

Vale, quindi, la pena analizzare le principali metodologie standardizzate inerenti proprio alla tutela dell’ambiente. Si analizzeranno, in particolare, la Life Cycle Assessment (LCA), la Carbon Footprint (CF) e la Water Footprint (WF).

La Life Cycle Assessment

La LCA (in italiano “valutazione del ciclo di vita) è una metodologia standardizzata utilizzata per analizzare l’impatto ambientale di un dato prodotto. La definizione data dalla Society of Enviromental Toxicology and Chemistry (SETAC) sulla metodologia in parola nel 1993 è la seguente:

“è un procedimento oggettivo di valutazione degli impatti energetici e ambientali relativi a un prodotto/processo/attività, effettuato attraverso l’identificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente. La valutazione include l’intero ciclo di vita del prodotto/processo/attività, comprendendo l’estrazione e il trattamento delle materie prime, la fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento finale”.

Obiettivo della LCA è quello di individuare e definire le interazioni che il prodotto o il servizio analizzato hanno con l’ambiente. L’analisi viene svolta dal punto di vista della salute umana, della qualità dell’ecosistema e dell’impoverimento delle risorse anche dal punto di vista economico e sociale.

Leggi anche “agricoltura rigenerativa: i quattro principi base”

La tutela dell’ambiente: la Carbon Footprint

La Carbon Footprint (CF, in italiano “impronta di carbonio”) è una metodologia standardizzata. Questa misura la quantità totale di anidride carbonica e altri gas serra che vengono associati ad un prodotto durante il suo ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento. Tale metodologia si applica anche ad organizzazioni, eventi, individui e viene espressa in tonnellate di CO2 equivalente.

La Water Footprint   

La Water Footprint (WF, in italiano “impronta idrica”) è, invece, un indicatore relativo al consumo di acqua dolce da parte di un consumatore o di un produttore. La WF di un’impresa è misurata in termini di volumi di acqua evaporati o incorporati in un prodotto e inquinati per unità di tempo.

La WF si calcola tenendo in considerazione tre distinte componenti relative ad acqua:

  • blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e dalle falde acquifere destinate all’utilizzo agricolo, domestico, industriale;
  • verde: è la quantità di acqua piovana che non è parte di nessuna risorsa idrica e non contribuisce al ruscellamento superficiale;
  • grigia: è l’acqua inquinata.
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Origine degli alimenti: il caso Lactalis

L’origine degli alimenti è da tempo al centro del dibattito sia in sede europea che nazionale. Da un lato, infatti, i consumatori chiedono con sempre maggiore insistenza che tali informazioni vengano fornite in etichetta mentre, dall’altra, alcune imprese insistono perché ciò con avvenga. Al centro le istituzioni e la necessità di bilanciare entrambi gli interessi.

Origine degli alimenti: il caso Lactalis

Il caso Lactalis, deciso con sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 1° ottobre 2020 può aiutarci a comprendere la direzione che l’UE intende intraprendere sul tema.

Il caso prende spunto da ricorso promosso dalla Lactalis dinanzi al Conseil d’État. Scopo era ottenere l’annullamento del decreto francese relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente. Il decreto, infatti, poneva l’obbligo di indicazione dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

Leggi anche” Origine degli alimenti: l’indicazione obbligatoria del luogo di provenienza della carne suina trasformata”

La decisione della Corte

La Corte ha evidenziato, in primo luogo, l’assenza di specifiche disposizioni in grado di impedire l’adozione di norme interne aventi lo scopo di prescrivere l’obbligo di indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza di taluni alimenti in etichetta. Tale possibilità, però, è sottoposta ad alcune condizioni:

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  1. Le indicazioni devono essere diverse e ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme europee;
  2. Le indicazioni obbligatorie possono riguardare solo tipi o categorie specifici di alimenti;
  3. La norma deve essere introdotta per ragioni di:
    – Tutela della salute pubblica;
    – Tutela degli interessi dei consumatori;
    – Prevenzione delle frodi;
    – Protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle IG qualificate;
    – Repressione della concorrenza sleale
  4. Deve essere dimostrata, a monte, l’esistenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la loro origine o provenienza;
  5. Deve essere dimostrata, a valle, la rilevanza che parte dei consumatori attribuisce alla fornitura di informazioni.

Conclusioni

Nel continuo modificarsi delle norme sull’origine degli alimenti e nel tentativo di stabilire un equilibrio tra gli interessi in gioco, questa decisione porta qualche spunto importante. Forse un’indicazione sulla direzione che l’UE intende intraprendere: libertà di definire norme interne ma nel rispetto di alcune condizioni essenziali. D’altronde non sarebbe la prima volta che l’UE adotta questo metro, basti pensare, tra tutte, alle limitazioni sulla libera circolazione delle merci.

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Vino naturale: 12 regole e un nuovo problema di etichettatura

“Vino naturale” è un’indicazione che, con il tempo, abbiamo imparato a conoscere. Si tratta di un vino realizzato principalmente con uve BIO e a fermentazione spontanea. Il mercato del “vino naturale” sta crescendo velocemente. Secondo Nomisma, infatti, il vino naturale attira l’attenzione del 71% dei consumatori che, infatti, vorrebbe ricevere più informazioni in merito.

Vino naturale: la definizione

Il “vino naturale”, però, desta non poche perplessità dal punto di vista dell’etichettatura del prodotto. In assenza di una definizione legislativa, infatti, in Francia  nel 2020 il “Syndicat de défense des vins nature'” ha definito, con 12 regole, la denominazione “Vin méthode nature” utilizzabile in etichetta.

Le 12 regole del vino naturale

Leggi anche “Agricoltura rigenerativa: i 4 principi base”

Stando a tale dodecalogo, il vino:

  1. è prodotto esclusivamente con uve biologiche certificate, almeno al 2° anno di conversione;
  2. deve essere prodotto con uve raccolte a mano;
  3. fermenta esclusivamente con con lieviti “indigeni”;
  4. non contiene additivi enologici;
  5. viene prodotto a partire da uva priva di alcuna modifica volontaria;
  6. non subisce trattamenti con “traumatiche” come osmosi inversa, filtrazioni, pastorizzazione flash, termovinificazione;
  7. è privo di solfiti aggiunti o ne contiene un massimo di 30mg / l di SO2 (<30mg / l di sulphites ajoutés);
  8. presenta la carta del “Vin Méthode Nature” a corredo durante le fiere alle quali prenderanno parte;
  9. mostra uno dei due loghi in base ai livelli di solforosa;
  10. è prodotto sulla base di un’autocertificazione fornita annualmente;
  11. deve essere distinto dagli altri vini prodotti dalla cantina;
  12. sono prodotti previa pubblicazione, da parte dei produttori, dei dettagli aziendali.

Il problema di etichettatura

Il CEEV, il 15 aprile 2020, ha posto alla Direzione generale dell’agricoltura e dello sviluppo rurale della Commissione Europea un quesito. La DG, con risposta del 7 settembre 2020, ha evidenziato che, ai sensi dell’articolo 36(2) del Regolamento (UE) N. 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori:

“Le informazioni sugli alimenti fornite su base volontaria soddisfano i seguenti requisiti:

  • non inducono in errore il consumatore come descritto all’ articolo 7;
  • non sono ambigue né confuse per il consumatore; e sono, se del caso, basate sui dati scientifici pertinenti.

Secondo l’articolo 7(1), inoltre:

  • Le informazioni sugli alimenti non inducono in errore, in particolare:

a) per quanto riguarda le caratteristiche dell’alimento e, in particolare, la natura, l’identità, le proprietà, la composizione, la quantità, la durata di conservazione, il paese d’origine o il luogo di provenienza, il metodo di fabbricazione o di produzione;
b) attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede;
c) suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche, in particolare evidenziando in modo esplicito la presenza o l’assenza di determinati ingredienti e/o sostanze nutritive.

Alla luce di tutto quanto detto, quindi, la DG AGRI ritiene che i metodi di produzione previsti dalla normativa europea non includono “méthode nature” e che quindi il termine “naturale” possa creare un rischio per il consumatore di essere indotto in errore.

Per ulteriori informazioni sul tema leggi anche “Vino naturale: il parere della DG Agri”

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